Una casa può sembrare un rifugio e diventare, lentamente, un altro labirinto. È su questa sensazione scomoda che lavora “In fuga dall’incubo”, thriller psicologico del 2023 ora da vedere su Prime Video, un film americano per la TV che parte da una ferita molto concreta, la violenza domestica, e la trasforma in un racconto di paura trattenuta.

Diretto da John Murlowski, regista abituato ai meccanismi del thriller per la televisioni, il film ha per titolo originale “Rear View Mirror”, anche se in alcune schede internazionali compare come “Hiding from My Husband”. La protagonista è Kayla Fields, nel ruolo di Jessica Howard, una madre che fugge dal marito violento insieme al figlio, cercando protezione nella casa della sorella. Nel cast figurano anche Mike Markoff, Betsy Stewart e Sam Schweikert; la sceneggiatura è firmata da Stephen Laughton.

Il titolo originale è già una chiave di lettura: lo specchietto retrovisore non serve solo a guardare indietro, ma a controllare se qualcosa ti sta ancora inseguendo. Jessica prova a cambiare vita, a sparire, a tagliare ogni contatto con il passato. Nuovi abiti, telefono eliminato, movimenti controllati. Tutto deve diventare invisibile. Poi arriva la notizia che Peter, il marito violento, è morto in un incidente.

Dovrebbe essere la fine dell’incubo. Invece è proprio lì che il film comincia davvero.

La forza di “In fuga dall’incubo” sta nel modo in cui usa dettagli minimi per creare inquietudine: un rumore fuori posto, una fotografia scattata di nascosto, una presenza che forse esiste e forse no. La regia non cerca l’effetto spettacolare, lavora su una paura più sottile: quella di chi ha vissuto per anni sotto controllo e non riesce più a distinguere il pericolo reale dalla memoria del trauma.

In streaming su Prime Video, questo film thriller funziona soprattutto se lo si guarda non come un grande titolo cinematografico, ma come una storia compatta, tesa, costruita intorno alla fragilità di una donna costretta a difendersi anche quando tutti sembrano chiederle di calmarsi. Jessica non è soltanto una vittima. È una madre che osserva, dubita, sbaglia, resiste. E proprio questa imperfezione la rende più credibile.

Il limite del film è anche la sua natura televisiva: alcuni passaggi narrativi risultano prevedibili, certi snodi seguono binari già noti a chi frequenta i thriller domestici americani. Però John Murlowski riesce comunque a mantenere viva la tensione, soprattutto quando sposta il sospetto dal marito assente alle persone che circondano Jessica.

Il rifugio, a quel punto, non è più uno spazio sicuro. Diventa una trappola emotiva: racconta la paura non come un momento, ma come uno stato mentale. Il passato non finisce quando finisce una relazione violenta. Resta nel corpo, nei riflessi, nella diffidenza, nel bisogno continuo di controllare ogni ombra.

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