Tre stagioni, otto puntate ciascuna. Su Prime Video, ecco una serie thriller che ti conquista stringendo lentamente la presa. In Italia è giunta con il titolo di “Pagan Peak” (il titolo originale è Der Pass) e già basta l’ambientazione per capire che qui il crime europeo cambia temperatura: montagne, neve, silenzio e un confine tra Germania e Austria che diventa subito qualcosa di più di una semplice linea geografica.

La serie è prodotta da Wiedemann & Berg Television in co-produzione per Sky, mentre la regia della prima stagione è firmata da Cyrill Boss e Philipp Stennert, che sono anche i creatori del progetto. Non è un dettaglio secondario: si sente, fin dalle prime scene, che dietro c’è una visione precisa, coerente, quasi chirurgica. E si sente anche il peso del riconoscimento al lavoro di squadra: la ficton ha vinto il Romy Award come miglior serie e, con la seconda stagione, anche il German Television Award per la miglior regia e la miglior fotografia.

Ma il motivo per cui Pagan Peak resta impressa non è solo tecnico. È il modo in cui afferra un impianto classico da poliziesco di frontiera e lo sporca di inquietudine, folklore, colpa e ambiguità morale. A guidarci dentro questo paesaggio tagliente ci sono Julia Jentsch e Nicholas Ofczarek: lei interpreta Ellie Stocker, giovane investigatrice apparentemente più metodica e composta; lui è Gedeon Winter, poliziotto ruvido, opaco, difficile da decifrare. Jentsch porta con sé un profilo attoriale di alto livello europeo: vinse nel 2005 lo European Film Award come miglior attrice per Sophie Scholl – The Final Days, film poi arrivato anche alla candidatura all’Oscar come miglior film internazionale. Ofczarek, invece, è uno dei volti più forti del cinema austro-tedesco.

La trama parte da un ritrovamento che ha già qualcosa di rituale e di sacrilego insieme: un corpo esposto sul passo alpino, congelato, composto quasi come un messaggio. Da lì l’indagine si apre su un territorio che non è soltanto fisico ma mentale. Il confine non divide soltanto due Paesi, divide metodi, linguaggi, ossessioni, e soprattutto due modi diversi di guardare il male. Ellie vorrebbe tenere insieme logica e disciplina. Gedeon, invece, sembra conoscere da vicino le crepe, le deviazioni, i lati in ombra che un caso come questo inevitabilmente risveglia.

Ed è proprio qui che Pagan Peak si distingue da molti thriller presenti in catalogo. Non costruisce la suspense con la fretta, ma con la contaminazione. Il poliziesco dialoga con il noir, con l’horror psicologico, persino con una certa suggestione mitica che rimanda a culti antichi e a simboli pagani. Prime Video la presenta come la storia di due detective chiamati a indagare su omicidi influenzati da rituali pagani ma poi la serie, episodio dopo episodio, allarga il caso verso una rete di traumi, segreti e rapporti tesi.

La scrittura ha il merito di non trattare l’assassinio come un puro enigma da risolvere in modo meccanico: il male, qui, diventa atmosfera prima ancora che identità.

Il vero punto di forza della fiction mittleuropea è l’equilibrio tra spettacolo e inquietudine. Le Alpi non sono cartolina, ma trappola. La neve non purifica: copre. Il paesaggio non accompagna la storia, la giudica. E in questo senso la regia di Boss e Stennert trova spesso immagini che restano addosso più dei dialoghi.

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