Essere padre non coincide sempre con il saperlo fare. Nel cinema italiano più interessante degli ultimi anni la paternità è diventata anche uno spazio di conflitto, attraversato da assenze, errori, precarietà economica e responsabilità rimandate troppo a lungo.
Su RaiPlay alcune storie affrontano questo territorio senza costruire figure rassicuranti. I protagonisti sono uomini fragili, talvolta compromessi con l’illegalità, incapaci di proteggere davvero i propri figli proprio quando vorrebbero dimostrare di essere ancora necessari.
Sono film italiani sulla paternità molto diversi per ambientazione e tono, ma accomunati da una domanda che rimane sottotraccia: quanto può valere una seconda possibilità quando a pagare gli errori degli adulti sono stati soprattutto i figli?
“Martedì e Venerdì”
Per Marino il tempo con sua figlia ha due nomi precisi: martedì e venerdì. Dopo il divorzio sono i giorni in cui può stare con Claudia, gli unici frammenti di una quotidianità familiare ormai spezzata.
“Martedì e Venerdì” porta questa fragilità dentro la periferia romana e la intreccia con un racconto crime. Marino, interpretato da Edoardo Pesce, è un meccanico travolto dai debiti che, dopo la perdita del lavoro, accetta di collaborare con una banda di rapinatori. Fabrizio Moro e Alessio De Leonardis dirigono un film del 2024 nel quale l’illegalità non è tanto il centro della storia quanto la conseguenza di una progressiva perdita di controllo.
La tensione nasce proprio dalla contraddizione fra l’uomo che compie scelte sempre più pericolose e il padre che vorrebbe continuare a rappresentare un punto fermo per la figlia. Ogni tentativo di salvarsi rischia, invece, di allontanarlo ancora di più da lei.
È una paternità vissuta contando le ore, mentre tutto il resto sembra franare: lavoro, dignità, equilibrio personale. E proprio quei due giorni della settimana finiscono per assumere un peso molto più grande del calendario.
“Il ladro di giorni”

Un padre può tornare dopo sette anni e pretendere che il tempo trascorso non abbia conseguenze? È da questa ferita che parte “Il ladro di giorni”, road movie diretto da Guido Lombardi e tratto dal suo omonimo romanzo.
Vincenzo, interpretato da Riccardo Scamarcio, è appena uscito dal carcere. Suo figlio Salvo aveva cinque anni quando lo vide arrestare e da allora è cresciuto con gli zii. Quando il padre ricompare, gli propone alcuni giorni insieme. Dietro quell’improvviso desiderio di recuperare il rapporto, però, si nasconde un motivo molto meno nobile: Vincenzo deve trasportare un carico illegale dal Piemonte alla Puglia e pensa che avere un bambino accanto possa diventare una copertura utile.
Il viaggio attraversa l’Italia ma soprattutto una relazione costruita sulle assenze. Augusto Zazzaro, nel ruolo di Salvo, restituisce bene lo sguardo di un figlio costretto a osservare un adulto che vorrebbe riconoscere come padre senza riuscire davvero a fidarsi di lui. Accanto ai protagonisti ci sono Massimo Popolizio e Vanessa Scalera.
Qui la seconda possibilità non arriva come una riconciliazione semplice. È qualcosa di più incerto: il tentativo di capire se un legame sopravvive anche quando è stato trascurato proprio dalla persona che avrebbe dovuto proteggerlo.
“Tutti i cani muoiono soli”

La Sardegna raccontata da Paolo Pisanu è lontana dalle immagini luminose delle vacanze. È un paesaggio ruvido di periferie, criminalità e vite consumate ai margini, dentro il quale un uomo abituato alla violenza si trova improvvisamente davanti a qualcosa che non può dominare.
In “Tutti i cani muoiono soli” Rudy è un piccolo criminale che ha costruito la propria esistenza attraverso estorsioni, minacce e rapporti di forza. La figlia Susanna, però, soffre di una grave malattia neurodegenerativa e dopo anni di lontananza torna a occupare uno spazio concreto nella sua vita. Il film del 2023 è interpretato da Orlando Angius, Francesca Cavazzuti e Alessandro Gazale.
Tra padre e figlia non esiste quella tenerezza immediata che il cinema spesso usa per preparare la redenzione. Rimangono rancore, distanza e anni nei quali Rudy non c’è stato. Ora deve cercare una struttura che possa assistere Susanna e affrontare una forma di responsabilità per la quale non possiede né linguaggio né strumenti.
È proprio qui che il film trova la sua parte più dolorosa. Un uomo che ha sempre pensato di poter risolvere tutto imponendo la propria forza scopre improvvisamente che davanti alla malattia non esiste minaccia che funzioni. Resta soltanto la possibilità di esserci, forse per la prima volta davvero.
