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Su RaiPlay 3 road movie intensi tra fughe, ritorni e viaggi che cambiano tutto

7 Aprile 2026di Lino Sorrentini
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Vinicio Marchioni e Marco D’Amore
Vinicio Marchioni e Marco D’Amore

Strade secondarie, stazioni di servizio, confini attraversati senza sapere davvero cosa si stia cercando: i road movie funzionano così, e quando riescono bene lasciano addosso la sensazione che il viaggio più importante non sia quello geografico, ma quello interiore. Storie che spesso non puntano sulla destinazione, ma su quello che accade mentre tutto si muove.

Su RaiPlay questo tipo di racconto trova tre esempi molto diversi tra loro, eppure legati dalla stessa inquietudine di fondo: un piccolo itinerario emotivo che passa attraverso padri imperfetti, amicizie spezzate e anime fuori asse. Tre film italiani ed europei che usano la strada come spazio di collisione tra passato e presente, tra ciò che siamo diventati e ciò che non abbiamo ancora avuto il coraggio di affrontare.

Il titolo più emotivamente travolgente del gruppo è “Tutto il mio folle amore” di Gabriele Salvatores, uscito nel 2019 e prodotto da Paco Cinematografica con Rai Cinema. Dentro c’è tutto quello che un grande road movie dovrebbe avere: un ragazzo in fuga, un padre biologico irrisolto, una madre che lotta da sempre e un uomo che ha fatto da padre pur senza esserlo davvero. Claudio Santamaria, Valeria Golino, Diego Abatantuono e il sorprendente Giulio Pranno tengono in equilibrio un film che parte da una frattura familiare e la trasforma in un percorso imprevedibile.

La storia segue Vincent, adolescente inquieto e imprevedibile, che decide di fuggire con Willy, il padre biologico mai davvero conosciuto. Comincia così un viaggio on the road tra Italia, Slovenia e Croazia, durante il quale i due, tra tensioni, slanci improvvisi e fragilità condivise, imparano lentamente a riconoscersi. Gabriele Salvatores trasforma la strada in uno spazio emotivo dove famiglia, libertà e bisogno di appartenenza si inseguono fino a trovare un equilibrio possibile.. Salvatores lavora per immagini e sbalzi emotivi, sfiorando il melodramma senza farsi travolgere. L’ispirazione arriva dal libro di Fulvio Ervas, ma il film trova una voce autonoma, più poetica che cronachistica. È un’opera che parla di libertà, paternità e imperfezione senza trasformare il dolore in spettacolo.

Più sommesso, più malinconico e in qualche modo più trattenuto è “Drive Me Home”, film del 2018 scritto e diretto da Simone Catania, presentato al Torino Film Festival e vincitore del Premio Flaiano come miglior opera prima nel 2020. Qui il cuore del racconto non è la famiglia di sangue, ma quella emotiva, quella che nasce nell’infanzia e continua a condizionarti anche quando pensi di essertela lasciata alle spalle. Vinicio Marchioni e Marco D’Amore interpretano Antonio e Agostino, due amici cresciuti in Sicilia e poi dispersi altrove, lontano da casa e lontani da sé stessi.

Quando Antonio scopre che la casa della loro infanzia sta per finire all’asta, rimette in moto tutto: cerca Agostino, lo raggiunge, sale con lui su un camion e inizia un attraversamento dell’Europa che è anche un faccia a faccia con ciò che era stato rimosso. Il bello del film è che non forza mai il conflitto: lo lascia sedimentare nei silenzi, negli sguardi, nelle deviazioni del percorso. Non urla, non cerca il colpo di scena continuo, ma costruisce una tensione emotiva lenta, fatta di nostalgia, colpa e affetto irrisolto. È un film drammatico che usa il paesaggio come estensione dell’anima, e in questo senso resta fedele alla tradizione del road movie europeo più intimo.

Ancora diverso è “Guida romantica a posti perduti”, diretto da Giorgia Farina nel 2020 e presentato alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia. Qui il movimento è meno legato al passato e più a una sospensione esistenziale. Jasmine Trinca è Allegra, travel blogger incapace di viaggiare davvero a causa degli attacchi di panico; Clive Owen è Benno, giornalista inglese spezzato dall’alcolismo. Due figure che sembrano uscite da universi incompatibili e che invece trovano una forma di verità proprio nell’attraversamento dei propri limiti.

Il viaggio tra Italia, Francia e Inghilterra non punta alla cartolina, ma ai vuoti. I “posti perduti” del titolo non sono soltanto luoghi marginali: sono metafore evidenti ma efficaci di vite interrotte, rimaste ai margini, incapaci di stare davvero nel presente.

La regia di Farina alterna ironia e malinconia con un tono lieve che non diventa mai inconsistente. Non è il road movie più canonico dei tre, forse, ma è quello che più ragiona sulla fragilità contemporanea, su quel modo elegante e disperato con cui a volte ci si racconta una vita invece di viverla.

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