Il crime seriale può anche rinunciare al buio più fitto e restare efficace. Basta un commissario fuori asse, un luogo apparentemente tranquillo, una comunità piena di non detti o una coppia che scambia l’orrore per occasione. Su RaiPlay tre serie lavorano proprio su questa zona più agile del genere: indagini, ironia, stranezze e segreti che incrinano la superficie.

Il filo comune non è la violenza, ma lo spostamento. Villa Borghese, l’Appennino bolognese, la Los Angeles ossessionata dai podcast true crime diventano territori narrativi dove il mistero entra nella vita quotidiana e la cambia di tono.

Da una miniserie italiana in due episodi a una storia di provincia in otto puntate, fino a una dark comedy americana in due stagioni, il piacere sta nella leggerezza apparente: dietro il sorriso, la quiete e la battuta, qualcosa resta sempre fuori posto.

“Buonvino – Misteri a Villa Borghese”

“Buonvino – Misteri a Villa Borghese” porta il giallo italiano dentro uno dei luoghi più riconoscibili di Roma, trasformando Villa Borghese da scenario luminoso a territorio di indagine. Il protagonista è Giovanni Buonvino, vicequestore relegato in un commissariato considerato marginale dopo un errore commesso durante un blitz. Quella che sembra una destinazione innocua, quasi burocratica, diventa presto il punto d’accesso a enigmi, vecchie ferite e segreti sepolti.

La serie, tratta dai romanzi di Walter Veltroni e diretta da Milena Cocozza, ha in Giorgio Marchesi un commissario diverso dalla figura ruvida e solitaria del poliziesco classico. Buonvino osserva, ascolta, procede con un passo più umano che muscolare. Accanto a lui, Serena Iansiti porta nel racconto la complessità di Veronica Viganò, vice e vecchia conoscenza del protagonista.

Il tono è quello di un crime leggero solo in apparenza: due episodi, una stagione, un microcosmo elegante che lentamente rivela le sue zone d’ombra. La forza sta nel contrasto tra il verde da cartolina della Capitale e una materia narrativa fatta di lutti, sospetti, seconde possibilità e verità che riemergono quando sembravano dimenticate.

“Uno sbirro in Appennino”

“Uno sbirro in Appennino” sposta il poliziesco lontano dalla città e lo porta tra boschi, strade interne e piazze piccole. Vasco Benassi, commissario interpretato da Claudio Bisio, viene trasferito da Bologna a Muntagò, borgo immaginario dell’Appennino bolognese e luogo della sua infanzia. Il ritorno è una punizione professionale, ma anche una resa dei conti con radici, fallimenti e rapporti lasciati sospesi.

Diretta da Renato De Maria e scritta da Fabio Bonifacci, la serie intreccia mistero, relazioni e territorio. Valentina Lodovini interpreta Nicole Poli, sindaca e grande amore giovanile di Vasco, mentre attorno al commissario si muove una comunità fatta di parenti, colleghi, rivalità e nuove alleanze. Il paesaggio non resta sullo sfondo: diventa parte del racconto, con l’Appennino usato come spazio emotivo prima ancora che investigativo.

Negli otto episodi il giallo di provincia trova un ritmo più caldo e popolare, con casi da risolvere e un protagonista che conserva ironia, insofferenza e intuito. Bisio lavora su un commissario meno granitico del solito, più scontroso che eroico, capace di leggere le persone prima ancora degli indizi.

“Based On A True Story”

“Based On A True Story” cambia continente e porta il crime nella commedia nera americana. Al centro ci sono Ava e Nathan Bartlett, interpretati da Kaley Cuoco e Chris Messina: una coppia in crisi, una vita borghese che scricchiola, un’ossessione per il true crime e l’idea folle di trasformare un possibile serial killer in materiale da podcast.

La serie, creata da Craig Rosenberg, lavora su un paradosso molto contemporaneo: il delitto non viene solo indagato, ma confezionato, ascoltato, monetizzato. Tom Bateman dà al personaggio di Matt Pierce un’ambiguità fondamentale, perché l’uomo che entra nella casa dei protagonisti come presenza ordinaria diventa presto il centro di una partita morale sempre più sporca.

Disponibile su RaiPlay in due stagioni, la serie unisce thriller comedy, satira del true crime e tensione domestica. Qui l’ironia è più tagliente, meno rassicurante: non alleggerisce il male, lo rende più vicino, quasi consumabile. Proprio per questo il racconto funziona come una critica feroce alla fame contemporanea di storie nere, podcast, confessioni e vite altrui trasformate in intrattenimento.