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Su RaiPlay c’è tanto cinema civile in tre vere storie italiane di vite spezzate e battaglie impossibili.

28 Novembre 2025di Lino Sorrentini
Fabrizio Gifuni
Fabrizio Gifuni

A volte basta un fotogramma per riconoscere l’Italia che non vorremmo più vedere: un uomo disperato su una spiaggia deserta all’alba, una madre che non si piega, un giornalista che firma il suo ultimo articolo senza immaginare che sarà davvero l’ultimo. Sono immagini che ritornano, che pungono, che parlano di un Paese inquieto, fragile, attraversato da ferite che non si rimarginano mai del tutto.

Ed è su RaiPlay che puoi scoprire tre storie civili capaci di riaprire quella memoria, un cinema che non consola ma costringe a guardare.

Il primo che ti suggerisco di vedere è “La macchinazione” (2016), un film che ti farà vivere uno dei momenti più enigmatici della nostra storia recente. Pier Paolo Pasolini, interpretato con sorprendente fisicità da Massimo Ranieri, cammina verso una verità che sembra conoscerlo più di quanto lui conosca se stesso.

David Grieco, amico e collaboratore del poeta, costruisce una regia che osserva e non giudica, alterna finzione e archivio, colloca la vicenda nell’estate del 1975: Roma, il set di Salò, la stesura tormentata di Petrolio, il furto del negativo, i silenzi che diventano minaccia. Colpisce il modo in cui questo film evita il sensazionalismo. Non cerca il colpevole, cerca il clima. E forse è proprio lì che ancora oggi abita il mistero.

Su IMDb il punteggio di 6,6/10, mentre l’84% di gradimento su Google racconta un pubblico coinvolto, spaccato, attento. Non è un film comodo, ma è uno di quelli necessari. Perfetto esempio di cinema civile, che su RaiPlay trova una seconda vita, più meditata, più condivisa.

Poi c’è una voce diversa, più intima, più ferita, ma non meno potente. In “Felicia Impastato” (2016), diretto da Gianfranco Albano, ho ritrovato la figura di una madre che non ho mai smesso di considerare un simbolo italiano di dignità.

Lunetta Savino offre una delle sue interpretazioni più misurate e dolorose, trasformando la storia di Felicia Bartolotta in un atto di resistenza quotidiana. Il film ricostruisce la lunga battaglia per far emergere la verità sull’omicidio di Peppino Impastato, avvenuto il 9 maggio 1978: un percorso fatto di porte chiuse, di solitudine, di una tenacia che oggi appare quasi sovrumana.

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La scena della casa di Cinisi in cui il silenzio dei cittadini avvolge l’attrice è, a suo modo, uno dei momenti più reali di tutta la narrazione. Forse perché quel silenzio è un pezzo del nostro Paese. La critica fu prudente: La Repubblica parlò di “storia intrecciata di madre e figlio”, mentre il Corriere della Sera sottolineò l’impronta del “vecchio cinema civile”.

Il pubblico, invece, lo premiò: oltre 6,8 milioni di spettatori su Rai1, 88% di gradimento Google, 6,3/10 su IMDb. Ancora una volta, RaiPlay custodisce il ricordo trasformandolo in eredità collettiva.

Il terzo tassello è forse quello che più mi ha scosso, perché parla di giornalismo, e quando il cinema affronta il mestiere delle parole lo fa sempre con una delicatezza feroce. “Prima che la notte” (2018) di Daniele Vicari, disponibile anch’esso su RaiPlay, racconta gli ultimi anni di Pippo Fava, fondatore de I Siciliani, assassinato dalla mafia a Catania il 5 gennaio 1984.

Qui la verità non è un’ombra, è un nome, un cognome, un nemico concreto. Fabrizio Gifuni offre una prova maiuscola, incisiva, profondamente umana: un uomo imperfetto, rigoroso, appassionato, che ha fatto del suo mestiere un atto di disobbedienza civile.

Il film alterna redazione, notti insonni, pagine che tremano tra le mani. La Repubblica lo definì “rigoroso e scanzonato allo stesso tempo”, mentre lo stesso Gifuni, in un’intervista al Giornale, descrisse Fava come “uomo verissimo, anomalo, seduttivo”. Su IMDb arriva a 6,7/10, con l’85% di gradimento Google.

Quello che unisce questi tre film è una domanda che ritorna: quanto costa la verità?

Pasolini, Felicia, Fava sembrano incarnare tre forme diverse di coraggio: la denuncia politica, la resistenza materna, l’indagine giornalistica. E rivederli oggi su RaiPlay significa confrontarsi non solo con la loro storia, ma con la nostra. E forse il cinema civile serve esattamente a questo: ricordarci che ci sono parole che non possono essere taciute, anche quando fanno male.

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