Immagina New York, la più caotica e multiforme delle città, trasformarsi in uno stato della mente: è qui che prende forma una delle opere più feroci e lucide del cinema di Woody Allen, oggi disponibile su Raiplay: un film che smonta l’idea stessa di identità, talento e successo con un’ironia che fa sorridere e insieme mette a disagio.

Uscito nel 1997, Harry a pezzi è il titolo del film che segna uno dei momenti più radicali della filmografia alleniana. Qui il cineasta non si limita a interpretare il suo classico alter ego nevrotico: lo espone, lo seziona, lo mette alla berlina. Harry Block è uno scrittore di successo incapace di vivere: trasforma ogni relazione in materiale narrativo, usa amici, ex mogli, amanti e familiari come personaggi dei suoi racconti, salvo poi restare solo, odiato e respinto da tutti. La scrittura, che dovrebbe essere salvezza, diventa condanna.

Il film è prodotto negli Stati Uniti alla fine degli anni Novanta, in un periodo in cui Allen sperimenta forme narrative sempre più libere. Qui il racconto è frammentato, spezzato, volutamente caotico: realtà e finzione si confondono continuamente, i personaggi dei racconti di Harry prendono vita, dialogano con lui, lo accusano, lo deridono. È una struttura che anticipa molta serialità contemporanea, ma che allora risultò spiazzante.

Accanto a Woody Allen, che firma regia e sceneggiatura, il cast è uno dei più ricchi e sorprendenti della sua carriera. Judy Davis, già memorabile in Mariti e mogli, offre una delle interpretazioni più feroci, incarnando una donna che non perdona l’egoismo del protagonista. Robin Williams, qui lontano dai ruoli più rassicuranti, appare in una delle sequenze più disturbanti del film, regalando una prova inquieta e dolorosa. Demi Moore, Billy Crystal, Tobey Maguire e Amy Irving entrano ed escono dalla narrazione come frammenti di memoria, volti che tornano a tormentare Harry.

La trama segue un pretesto semplice: Harry deve partecipare a una cerimonia universitaria in suo onore, ma nessuno vuole accompagnarlo. Da qui parte un viaggio reale e mentale, durante il quale riaffiorano episodi del passato, relazioni distrutte, successi letterari costruiti sulla sofferenza altrui. Ogni incontro diventa un confronto, ogni ricordo una resa dei conti. Il film procede per quadri, per episodi, senza mai cercare una linearità rassicurante.

Nel recensire l’opera, Fabio Ferzetti sul Messaggero scrisse: “Si naviga come sempre fra Bergman e Fellini ma al ritmo di dieci battute al minuto, sicché alla fine non sappiamo se Allen si è messo davvero a nudo o se ci ha incantati ancora una volta dietro una delle sue proiezioni di sé”.

Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera evidenziò l’invenzione da parte di Woody Allen di una nuova figura retorica cinematografica, quella del personaggio non a fuoco che compare in alcune scene centrali del film. “Obbligarci a guardare quello che non vorremmo guardare: si potrebbe sintetizzare cosi’ questa nuova figura retorica del fuori fuoco” scriveva il critico del Corsera.

Dal punto di vista commerciale, il film ottenne un buon riscontro: a fronte di un budget contenuto, incassò oltre 30 milioni di dollari a livello mondiale, confermando l’interesse del pubblico per il cinema più rischioso del regista. Oggi le valutazioni restano solide: su IMDb il punteggio supera il 7,2/10, su Rotten Tomatoes la critica lo accredita oltre il 70%, mentre gli utenti Google lo premiano con percentuali che superano l’80%.

La piattaforma streaming Raiplay aiuta a riscoprire un film che parla ancora con forza del nostro tempo. Harry a pezzi racconta l’ossessione per l’io, l’uso strumentale delle relazioni, la difficoltà di distinguere vita e rappresentazione. È una commedia, sì, ma attraversata da un’inquietudine profonda: si ride spesso, ma è una risata che lascia il segno.