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Su RaiPlay i film italiani sulle donne che hanno sfidato mafia e camorra pagando un prezzo altissimo

14 Agosto 2026di Lino Sorrentini
Lunetta Savino
Lunetta Savino

Una madre che rifiuta la versione costruita intorno alla morte del figlio. Una donna cresciuta dentro una famiglia legata alla ’ndrangheta che decide di spezzare quel destino per salvare sua figlia. Un’imprenditrice che vede andare in fumo il proprio lavoro, ma non accetta di piegarsi al ricatto della camorra.

Tre gesti diversi, nessuno nato dall’idea di diventare un simbolo. Prima delle sentenze, dei processi e della memoria pubblica, ci sono donne costrette a scegliere dentro una quotidianità improvvisamente diventata pericolosa.

RaiPlay conserva questi racconti dentro un cinema civile che funziona soprattutto quando restituisce alle vicende criminali la loro dimensione privata: la paura dentro casa, i figli da proteggere, l’isolamento, la scelta di parlare quando tacere sarebbe molto più semplice. Sono film italiani sulle donne contro la mafia in cui il coraggio non appare mai come assenza di paura, ma come decisione di non permettere alla paura di stabilire ciò che è possibile fare.

“Felicia Impastato”

Il 9 maggio 1978 Peppino Impastato viene ucciso a Cinisi. La prima battaglia di sua madre non è ancora contro un boss o dentro un’aula giudiziaria: è contro il tentativo di trasformare quel delitto in qualcosa di diverso da ciò che realmente è stato.

“Felicia Impastato” comincia idealmente proprio da questo rifiuto. Gianfranco Albano dirige nel 2016 Lunetta Savino nei panni della donna che, dopo la morte del figlio, continuerà per anni a chiedere verità e giustizia, fino alla condanna di Gaetano Badalamenti. Nel racconto entra anche la figura del magistrato Rocco Chinnici, uno degli uomini che ascolteranno quella voce quando per molti sarebbe stato più conveniente ignorarla.

Il film sceglie di restare soprattutto accanto a Felicia. Non la trasforma in una figura astratta dell’antimafia, ma mostra una madre siciliana che rompe anche con una parte del proprio mondo familiare e culturale. Il peso della storia arriva proprio da questo: opporsi a Cosa Nostra significa anche rompere relazioni, abitudini, silenzi sedimentati per generazioni.

Accanto a Lunetta Savino compaiono Carmelo Galati, Barbara Tabita, Antonio Catania e Giorgio Colangeli; la sceneggiatura è firmata da Monica Zapelli e Diego De Silva.

“Lea”

Per Lea Garofalo ribellarsi non significa denunciare un mondo osservato dall’esterno. Significa tentare di uscire dal mondo nel quale è nata.

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È questa la frattura su cui Marco Tullio Giordana costruisce “Lea”, film del 2015 con Vanessa Scalera protagonista. Lea cresce in Calabria in un ambiente segnato dalla ’ndrangheta e ha una figlia, Denise, con Carlo Cosco, inserito a sua volta nella criminalità organizzata. Decide però che quella catena non deve continuare nella generazione successiva.

Il cuore del film non è soltanto la scelta di collaborare con la giustizia. È il rapporto fra madre e figlia. Lea sa che allontanarsi da quell’ambiente significa vivere esposta, cambiare continuamente equilibrio e affrontare un uomo che considera il suo rifiuto un tradimento imperdonabile.

Linda Caridi interpreta Denise, mentre Alessio Praticò è Carlo Cosco. Giordana evita di trasformare la protagonista in un’eroina invulnerabile: la paura rimane dentro ogni scelta e rende ancora più comprensibile il motivo per cui Lea continua a cercare una via d’uscita.

Nel 2009 Lea viene uccisa. Sarà Denise, ancora giovanissima, a testimoniare contro il padre e a contribuire alla ricostruzione giudiziaria dell’omicidio.

“Il coraggio di Angela”

Qui la minaccia arriva dentro un’attività commerciale, attraverso una richiesta che in certi territori è stata per anni presentata quasi come una tassa inevitabile.

“Il coraggio di Angela” cambia completamente scenario e porta il racconto nella Napoli delle estorsioni. Angela Latella, interpretata da Lunetta Savino, gestisce con i figli una rivendita di vernici. Quando la camorra comincia a chiedere denaro, decide di non pagare. Il personaggio è ispirato alla storia reale dell’imprenditrice napoletana Silvana Fucito.

Non c’è un passato criminale da rinnegare né un delitto familiare dal quale partire. Qui il conflitto nasce dal lavoro, dalla proprietà, dalla libertà di poter aprire ogni mattina la propria attività senza chiedere il permesso a qualcuno.

La risposta della criminalità è progressiva: pressioni, intimidazioni e infine la distruzione del negozio. Luciano Manuzzi, con una sceneggiatura alla quale ha collaborato anche Diego De Silva, mette Angela davanti a un dilemma molto concreto. Denunciare significa difendere la propria dignità, ma significa anche esporre se stessa e i figli a conseguenze impossibili da prevedere. Nel cast ci sono Gianluca Di Gennaro, Andrea Tidona, Gaetano Amato, Ninni Bruschetta e Antonio Pennarella.

La vicenda reale di Silvana Fucito rende ancora più significativo il modo in cui il film affronta il ricatto. Non servono grandi proclami: basta mostrare cosa significa vedere distrutto ciò che si è costruito e scegliere comunque di non riconoscere all’estorsore il diritto di decidere della propria vita.

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