Una Sicilia antica e feroce che viene ben prima dei bunker, dei pizzini, dei covi nascosti e delle immagini dei boss trascinati via dai carabinieri. E’ una Sicilia fatta di campagne, di latifondi, di braccianti costretti al lavoro e all’ubbidienza. Ma soprattutto al silenzio. Ed è proprio in questa terra, in questo contesto culturale che si dipana il racconto di un film drammatico italiano di sponibile su Raiplay.
Il titolo, “L’ultimo dei Corleonesi”, dà subito l’idea del contesto e dell’ambientazione, il terreno su cui prolifera un’intera generazione criminale, quella guidata da Bernardo Provenzano.
Il film drammatico mostra la mafia mentre cresce, quando è ancora radicata nei paesi, nelle faide locali, nei rapporti di forza tra proprietari terrieri, capibastone e manovalanza pronta a tutto. Corleone non è ancora il nome che diventerà sinonimo di potere mafioso nel mondo. È un luogo duro, chiuso, attraversato dalla povertà e dalla paura. Ed è proprio in questo terreno che si muovono i primi passi di uomini destinati a insanguinare la storia italiana.
Su RaiPlay, la pellicola trasmette il racconto dell’ascesa e della caduta del clan dei corleonesi, il gruppo mafioso siciliano che dal dopoguerra fino agli anni Ottanta e Novanta ha imposto la propria violenza attraverso figure come Michele Navarra, Luciano Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano. La regia è di Alberto Negrin con le musiche firmate da Ennio Morricone, elemento che dà al racconto una gravità quasi funebre, senza bisogno di spingere troppo sulla retorica.
La storia si apre idealmente dalla fine, dall’arresto di Provenzano, interpretato da David Coco, per poi tornare indietro. Il film rientra nella Corleone del 1948, negli anni in cui i contadini chiedono terra, lavoro, dignità. In quel contesto emerge la figura di Placido Rizzotto, sindacalista socialista cui presta il volto Gaetano Bruno, che prova a opporsi al potere mafioso e agli interessi dei grandi proprietari. La sua presenza è scomoda. Troppo scomoda. Attorno a lui si muovono uomini che capiscono presto quanto la violenza possa diventare uno strumento politico, economico, sociale.
È qui che entrano in scena i giovani Riina, interpretatoda Marcello Mazzarella, e Provenzano. Non ancora i capi invisibili che occuperanno le cronache giudiziarie per decenni, ma ragazzi già attratti dalla forza brutale di chi comanda senza dover spiegare. A notarli è Luciano Liggio, nei cui panni c’è Stefano Dionisi, uomo di Michele Navarra (Emilio Bonucci), medico rispettato e boss capace di tenere insieme facciata pubblica e dominio criminale. Il film lavora proprio su questa doppiezza: l’autorità apparente, quella che passa dai ruoli sociali e dalle strette di mano, e l’autorità reale, costruita con minacce, omicidi, complicità.
La trama segue la trasformazione del gruppo. All’inizio ci sono rapporti di dipendenza, gerarchie, obbedienze. Poi arriva la frattura. Liggio, Riina e Provenzano non vogliono restare pedine, vogliono comandare. Da quel momento il racconto cambia passo e diventa la cronaca di una scalata feroce, fatta di tradimenti, regolamenti di conti, alleanze sporche.
Uno degli aspetti più interessanti de L’ultimo dei Corleonesi su Raiplay è il modo in cui collega la storia individuale dei boss alla storia collettiva di un territorio. La mafia non appare come un fenomeno astratto, ma come un sistema che entra nella vita quotidiana: decide chi può parlare, chi deve tacere, chi può lavorare, chi deve morire. E mentre gli anni passano, quella violenza cambia forma, diventa più organizzata, più ambiziosa, più capace di sfidare apertamente lo Stato.
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