«Io non sono quello che pensate, io sono quello che ho vissuto». È una di quelle frasi cult che riassumono un’esistenza intera ma è anche il modo più diretto per entrare nel racconto della fiction dal titolo “Califano“, oggi disponibile su Raiplay, che prova a restituire un uomo, lo straordinario Franco Califano, prima ancora che un personaggio: fragile, ruvido, irresistibilmente sincero.

Un ritratto televisivo che non si accontenta del mito del Califfo, ma tenta di scavare nei chiaroscuri di un artista che ha attraversato il Paese con la stessa irregolarità con cui ha vissuto.

Roma, Teatro Parioli, 1984. Le luci sono pronte, il pubblico aspetta il “Califfo”, la serata che dovrebbe segnare il suo riscatto artistico è già un piccolo evento. Ma prima che Franco Califano salga sul palco, arrivano le manette.

Inizia così il film Tv che non sarà una celebrazione patinata, ma un viaggio dentro le ferite e i trionfi di un uomo che ha pagato sulla propria pelle il peso della propria leggenda.

La storia torna poi indietro agli anni Sessanta: il ragazzo che scrive poesie, sogna la Dolce Vita, lascia Roma per Milano, frequenta cantanti e produttori, prova a farsi strada come autore e poi come interprete. È il ritratto di un’Italia che cambia e di un artista che si inventa, si perde, si ritrova, tra canzoni destinate a diventare classici e giri pericolosi che finiranno per travolgerlo.

Diretto da Alessandro Angelini, il film è tratto dal libro Senza manette di Franco Califano e Pierluigi Diaco e prodotto da Greenboo Production e Rai Fiction. È un biopic televisivo a tutti gli effetti, andato in onda in prima serata su Rai 1 l’11 febbraio 2024 e capace di conquistare 4.174.000 spettatori con il 22,83% di share, numeri che confermano quanto la figura del “Califfo” sia ancora fortemente radicata nell’immaginario popolare.

Al centro c’è l’interpretazione di Leo Gassmann, chiamato a incarnare un’icona amatissima e controversa. Non era una sfida semplice e infatti molti commentatori hanno sottolineato come il punto di forza del film sia proprio lui.

Aldo Grasso sul Corriere della Sera ha scritto che, se la fiction è “godibile”, il merito principale è di Gassmann, bravo come interprete e come cantante, capace di restituire la doppia anima del Califfo: il ragazzo di strada “affamato di vita” e il malinconico segnato da un’infanzia difficile.

Lo stesso interprete, in una intervista a Repubblica, definì il Califfo “Un grande essere umano che ha sempre ammesso i propri errori”.

Accanto al figlio e nipote d’arte Gassmann, Giampiero De Concilio è l’amico di sempre Antonello Mazzeo, Valeria Bono interpreta Ornella Vanoni, Andrea Ceravolo è il giornalista Gianni Minà, Angelica Cinquantini dà corpo e voce a Mita Medici, mentre Angelo Donato Colombo veste i panni del boss Francis Turatello.

È un cast costruito anche per evocare un’epoca: quella dei locali, dei 45 giri, dei salotti televisivi e delle notti romane in cui Califano passava dall’essere autore ad amico di figure borderline, fino a ritrovarsi coinvolto — suo malgrado, diranno poi i tribunali — nelle inchieste sulla Nuova Camorra Organizzata.

La struttura del film segue vent’anni di vita del cantautore: l’esordio come paroliere (con brani come “E la chiamano estate” per Bruno Martino e “La musica è finita” per Ornella Vanoni), la scoperta di nuovi talenti a Milano, l’amore per Mita Medici, l’arresto per droga del 1971 che lo vede alla sbarra insieme a Walter Chiari e Lelio Luttazzi e da cui uscirà assolto, la svolta di “Minuetto” scritto per Mia Martini e, infine, l’esplosione dell’album “Tutto il resto è noia”, che lo consacra al grande pubblico.

Il film insiste sulla ferita delle sue vicende giudiziarie del 1984, ma prova anche a mostrare come la musica resti per lui l’unico vero luogo di libertà.

Il biopic da vedere su Raiplay a tratti resta dentro il perimetro rassicurante della fiction generalista e avrebbe potuto osare di più nel mostrare i conflitti interiori del suo protagonista. Ma, visto oggi, funziona come porta d’ingresso ideale per chi conosce solo i ritornelli più famosi e non ha mai davvero incontrato l’uomo dietro la leggenda.

E quando scorrono i titoli di coda, la sensazione è che quel “tutto il resto è noia” suoni meno come cinismo e più come la difesa estrema di uno che, nonostante tutto, alla vita ci ha sempre creduto davvero.

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