Tra i film di guerra degli ultimi anni, ce n’è uno che non si limita a raccontare il fronte ma prova a farlo attraversare allo spettatore. Lo puoi trovare nel catalogo di RaiPlay, come un’esperienza di visione prima ancora che come un racconto storico. Il film di Sam Mendes, protagonista alla notte degli Oscar 2020 con ben 10 nomination e tre statuette vinte, si concentra sulla storia di due ragazzi, una missione quasi impossibile e un tempo che sembra restringersi a ogni passo.
Il titolo è 1917 ed è ambientato durante la Prima guerra mondiale. I caporali britannici William Schofield e Tom Blake, interpretati da George MacKay e Dean-Charles Chapman, ricevono un ordine urgente: attraversare le linee nemiche e consegnare un messaggio capace di fermare un attacco destinato a trasformarsi in una strage. In gioco ci sono le vite di 1.600 soldati, tra cui anche il fratello di Blake. Il film non perde tempo a costruire lunghi antefatti. Schofield e Blake vengono chiamati, ricevono l’ordine e si mettono in marcia. Il soggetto presenta una corsa dentro un paesaggio devastato: trincee, fango, cadaveri, filo spinato, crateri, case distrutte, alberi spezzati. La guerra non è raccontata come un evento lontano, ma come un ambiente fisico, ostile, quasi organico, dentro cui ogni metro può nascondere una minaccia.
La scelta più nota è quella del finto piano sequenza. Sam Mendes, con la fotografia di Roger Deakins, costruisce il film come se fosse un’unica lunga inquadratura, incollando lo spettatore ai due protagonisti. È un’idea tecnica molto forte, ma non resta un esercizio di stile, perché trasforma il tempo del film nel tempo della missione: non ci si stacca quasi mai dai soldati, non si sa più degli ufficiali che li hanno mandati avanti, non si vede la guerra dall’alto. Si procede con loro, al loro passo, dentro la loro paura.
In questo senso 1917 è un film spettacolare, ma non nel modo più tradizionale. Non cerca soltanto la grande scena di battaglia. Lavora sull’attesa, sulla fatica, sulla sensazione che il pericolo possa arrivare da una buca, da una porta, da un aereo che precipita, da un soldato ferito, da un silenzio troppo lungo. Il respiro del film è quello di una missione che non concede vere pause, anche quando tutto sembra fermarsi.
Il cast affianca ai due giovani protagonisti diversi volti noti del cinema britannico. Colin Firth, Mark Strong, Andrew Scott, Richard Madden e Benedict Cumberbatch compaiono lungo il percorso, ma il film non diventa mai una passerella di nomi celebri. Le loro apparizioni hanno il peso di incontri rapidi, quasi stazioni dentro un viaggio più grande. Il centro resta sempre sui due caporali, sulla loro vulnerabilità, sulla sproporzione tra la grande Storia e il corpo fragile di chi deve attraversarla.
L’accoglienza critica conferma il peso da Oscar del film. Su Rotten Tomatoes, 1917 ha un 88% di valutazione sia dal pubblico che dalla critica, mentre su IMDb il voto degli utenti è 8,2 su 10. Anche la stampa italiana ne ha sottolineato subito l’impatto: Repubblica, in una recensione firmata da Natalia Aspesi, all’uscita parlò della Grande Guerra raccontata attraverso le vicende di due soldati inglesi, mentre il Corriere della Sera mise in evidenza il viaggio straziante dei due caporali e la scelta di seguirli con una macchina da presa sempre in movimento.
Il rischio, davanti a un film così, sarebbe ridurlo alla sua costruzione tecnica. Il piano sequenza, la fotografia, la precisione dei movimenti, la ricostruzione del fronte sono elementi fondamentali, certo. Ma 1917 ha avuto successo perché sotto quella macchina perfetta resta una storia molto umana: due ragazzi mandati a fare qualcosa di enorme, senza avere il tempo di chiedersi se fossero stati pronti.
Disponibile su RaiPlay, 1917 è un film da vedere perché non parla della guerra come di un’idea astratta. La mostra come una somma di gesti: correre, cadere, rialzarsi, portare un messaggio, respirare quando sembra impossibile farlo, lasciando quella sensazione di aver seguito due uomini attraverso l’inferno, non per celebrare la guerra, ma per ricordare quanto poco basti perché una vita venga consegnata al caso.
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