Ci sono storie che non si dimenticano, storie che restano vive perché parlano di coraggio, di amore e di un prezzo pagato troppo alto. A volte il cinema diventa lo strumento più potente per custodire questa memoria, trasformando il dolore in racconto, e il racconto in testimonianza.

È il caso di Lea, il film drammatico diretto da Marco Tullio Giordana e disponibile su RaiPlay, che porta sullo schermo la vicenda drammatica di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dalla ‘ndrangheta il 24 novembre 2009. Un’opera che non lascia indifferenti, perché affonda le radici in un Sud segnato dalla violenza, ma anche dalla capacità di resistenza delle donne.

Trasmesse per la prima volta nel 2015, le immagini di Lea mostrano il talento di Giordana nel coniugare il rigore del cinema civile con la forza narrativa della fiction televisiva. Il regista milanese, già autore di opere come I cento passi (2000) e Yara (2021), continua qui il suo percorso di impegno, raccontando non solo un delitto, ma soprattutto la dignità e la determinazione di una madre che non si arrende al destino.

Il film è un pugno nello stomaco: evita le semplificazioni e i facili moralismi, scegliendo invece di restituire con sobrietà la vita di Lea, la sua quotidianità, le sue paure e, soprattutto, la sua ostinata speranza in un futuro diverso per la figlia Denise.

A interpretare Lea c’è una straordinaria Vanessa Scalera, che offre una prova intensa, lontana dai ruoli più leggeri con cui il pubblico televisivo l’aveva conosciuta. Nel ruolo di Carlo Cosco, un convincente Alessio Praticò, mentre Linda Caridi presta il volto alla giovane Denise. Tutti contribuiscono a dare autenticità e potenza emotiva al racconto.

Il punto di forza di Lea sta nella capacità di rendere accessibile a tutti un tema complesso senza rinunciare alla profondità. Giordana sceglie di non spettacolarizzare la violenza, ma di concentrarsi sulla forza emotiva dei personaggi, sulle scelte difficili e sull’amore materno che diventa il vero motore della narrazione.

La protagonista appare fragile e insieme invincibile: una donna che sa di rischiare tutto, ma che non esita pur di garantire alla figlia una vita lontana dal giogo criminale. L’abilità del regista sta proprio nel restituire questa tensione senza indulgere nello stereotipo della “vittima”, ma dando voce a una madre che combatte fino alla fine.

Nata e cresciuta in Calabria, in una famiglia intrisa di legami con la ‘ndrangheta, Lea Garofalo sembra destinata a un futuro già scritto. Il fratello Floriano è un boss locale, il compagno Carlo Cosco è tra i gestori del traffico di droga tra Calabria e Milano.

Giovanissima, Lea diventa madre di Denise. Ed è per lei che decide di ribellarsi: abbandona Carlo, denuncia i suoi traffici e diventa testimone di giustizia. È una scelta estrema, che la espone a pericoli continui. Nel 2009 la donna viene assassinata. Ma sarà proprio Denise, adolescente all’epoca, a non credere alla versione del padre sulla scomparsa della madre, e a denunciarlo. Nel 2014, Cosco e i suoi complici saranno condannati all’ergastolo.

Lea, oggi su RaiPlay, è un film che conserva intatta la sua attualità. Non solo ricorda una tragedia personale e familiare, ma denuncia con forza la brutalità della criminalità organizzata e l’inerzia che troppo spesso l’accompagna. È un’opera che scuote, che fa pensare e che, soprattutto, rende omaggio a una donna che ha avuto il coraggio di dire no, anche a costo della vita.

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