Una casa senza adulti può sembrare, per qualche giorno, il sogno segreto di ogni bambino. Niente ordini, niente orari, nessuno a dire cosa si può fare e cosa no. Ma quanto può durare questa libertà? Il tempo che il frigorifero inizi a svuotarsi e le bugie diventino necessarie, con la paura di essere separate che pesa più di qualunque regola. È da questa estate sospesa che prende le mosse un film svedese disponibile su RaiPlay fino al 27 agosto, un racconto di crescita in cui l’abbandono non viene spiegato ma si sente in ogni gesto.
Paradise Is Burning, titolo originale Paradiset brinner, è il primo lungometraggio di finzione della regista svedese Mika Gustafson. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, dove ha vinto il premio per la miglior regia, il film racconta la vita di tre sorelle lasciate sole in un quartiere operaio della Svezia. Non c’è un adulto stabile a proteggere la casa. Non c’è una madre a cui fare riferimento. C’è soltanto un equilibrio fragile, costruito giorno dopo giorno, tra gioco, fame, paura e complicità.
Le protagoniste sono Laura, Mira e Steffi. La più grande, interpretata da Bianca Delbravo, ha sedici anni e porta sulle spalle una responsabilità troppo pesante per la sua età. Cerca di tenere insieme la casa, proteggere le sorelle, rispondere alle domande degli adulti e nascondere l’assenza della madre. Dilvin Asaad interpreta Mira, dodicenne sospesa tra bisogno di libertà e desiderio di sicurezza, mentre Safira Mossberg dà volto alla piccola Steffi, la più esposta, quella che vive l’abbandono ancora dentro una forma di gioco.
Il film non trasforma subito questa situazione in melodramma. Anzi, una delle sue qualità sta proprio nel modo in cui mescola vitalità e precarietà. Le tre sorelle corrono, litigano, ridono, entrano negli spazi degli altri, si muovono per la città come se il mondo fosse ancora tutto da conquistare. Ma sotto quella libertà c’è sempre una minaccia concreta: l’arrivo dei servizi sociali, la possibilità di essere scoperte, il rischio di venire separate.
Laura prova a evitare proprio questo. Non vuole che qualcuno entri in casa e dica che quella famiglia non può più esistere. Per questo inventa scuse, prende tempo, cerca una donna adulta che possa fingere di essere la madre. È una bugia disperata, ma anche un gesto d’amore. Perché in Paradise Is Burning la famiglia non coincide con l’ordine tradizionale, con la presenza dei genitori o con una casa ben tenuta. La famiglia è il modo in cui tre ragazze cercano di restare insieme quando tutto intorno sembra pronto a dividerle.
Mika Gustafson arriva dal documentario e questa provenienza si sente. La macchina da presa resta vicina ai corpi, segue i movimenti, i volti, le corse, gli scarti improvvisi. Non osserva le ragazze da lontano, non le giudica, non cerca di trasformarle in simboli troppo ordinati. Le segue nel disordine della loro età e della loro condizione, lasciando che la storia respiri tra momenti di euforia e improvvisi ritorni alla paura.
Accanto alle tre giovani protagoniste, il cast del film da vedere su RaiPlay comprende Ida Engvoll, Marta Oldenburg, Mitja Siren e Alexander Öhrstrand.
La critica italiana ha colto soprattutto la forza espressa dalla sorellanza. Il manifesto, in una recensione firmata da Cristina Piccino, ha scritto che Paradise Is Burning racconta “tre ragazzine e la battaglia per resistere al mondo” e ha ricordato la definizione della stessa regista, che parla del film come di «una dichiarazione di amore alla sorellanza». È una chiave utile, perché il film non racconta solo l’abbandono: racconta il tentativo di costruire un legame abbastanza forte da resistere alla mancanza degli adulti.
Anche le valutazioni internazionali confermano una buona accoglienza critica. Su Rotten Tomatoes il film fa il pieno di consensi mentre su IMDb la valutazione degli utenti si colloca intorno al 6,6 su 10.
Disponibile su RaiPlay, Paradise Is Burning è un’interessante sperimentazione di cinema di formazione lontano dal sentimentalismo e dalle frasi spiegate, grazie alla capacità di elevare la contraddizione a strumento di riflessione: perché non è da tutti riuscire a raccontare l’abbandono senza spegnere la vitalità di chi, nonostante tutto, continua a correre, ridere, sbagliare e restare aggrappato agli altri.
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