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Su RaiPlay il film più personale ed intenso di Ferzan Ozpetek tra amore, assenze e memoria

3 Maggio 2026di Lino Sorrentini

Il rosso, qui, non è soltanto un colore. È una ferita che resta accesa, una nostalgia che non si lascia archiviare, una luce calda e malinconica che attraversa Istanbul come se ogni strada, ogni terrazza, ogni riflesso sul Bosforo avesse qualcosa da restituire. Con “Rosso Istanbul”, Ferzan Ozpetek firma nel 2017 uno dei suoi film più intimi, forse non il più compatto, ma certamente uno dei più rivelatori del suo immaginario.

Disponibile su RaiPlay, questo film drammatico segna il ritorno del regista nella città delle origini, trasformando il viaggio di un uomo in una resa dei conti con il passato. Il titolo originale è Istanbul Kirmizisi, il titolo internazionale Istanbul Red: una produzione Italia-Turchia firmata da R&C Produzioni, BKM e Rai Cinema, con sceneggiatura di Ferzan Ozpetek, Gianni Romoli e Valia Santella, tratta dal romanzo omonimo dello stesso regista.

Al centro della storia c’è Orhan Sahin, interpretato da Halit Ergenç, uno scrittore ed editor che torna a Istanbul dopo vent’anni di assenza. Lo richiama Deniz Soysal, regista turco di fama internazionale interpretato da Nejat İşler, deciso ad affidargli le bozze del proprio libro autobiografico. Ma il ritorno non ha nulla di professionale, almeno non davvero. Appena Orhan entra nella villa affacciata sul Bosforo, la vita degli altri comincia a risucchiarlo: Neval, Yusuf, la famiglia, gli amori sospesi, le omissioni, le assenze. Poi Deniz scompare, lasciando dietro di sé una domanda che non riguarda solo la sua sorte, ma il modo in cui ciascuno sceglie di convivere con ciò che ha perduto.

Il film funziona soprattutto quando smette di inseguire il mistero e lascia parlare l’atmosfera. Chi cerca un racconto serrato, da thriller emotivo, potrebbe trovarlo irregolare. Chi invece ama il cinema di Ozpetek per le case abitate da segreti, per le tavolate che diventano confessionali, per gli amori trattenuti e per i personaggi sempre un passo oltre la definizione, troverà in “Rosso Istanbul” un titolo da rivalutare. Non tutto scorre con la stessa forza, ma l’identità è chiarissima.

È un film fragile, a tratti dispersivo, ma attraversato da una sincerità che lo rende riconoscibile. Ozpetek guarda la capitale della Turchia non come una cartolina, ma come una madre, un amore, una ferita, una casa che forse non esiste più. E quando un film riesce a far sentire il peso di un luogo perduto, anche le sue imperfezioni diventano parte del viaggio.

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La fotografia di Gianfilippo Corticelli costruisce una Istanbul elegante, acquatica, sfuggente; la musica di Giuliano Taviani e Carmelo Travia accompagna il film verso una dimensione quasi sospesa, dove il presente sembra continuamente disturbato da qualcosa che arriva da lontano. Il montaggio di Patrizio Marone alterna ricordo, indagine interiore e movimento sentimentale, anche se in alcuni passaggi la narrazione appare più rarefatta che incisiva.

Il cast turco dà al film una fisicità diversa rispetto agli Ozpetek più italiani. Tuba Büyüküstün, nei panni di Neval, porta in scena una sensualità trattenuta, più enigmatica che esplicita; Mehmet Günsür, volto già caro all’universo del regista, lavora su una fragilità più nervosa; Serra Yılmaz aggiunge quella presenza riconoscibile che lega idealmente il film ad altre stanze del cinema ozpetekiano. Non sono figure costruite per piacere subito: sembrano piuttosto frammenti di una città che Orhan non sa più leggere.

Ed è qui che “Rosso Istanbul” diventa interessante oggi su RaiPlay. Perché non è solo un dramma sentimentale, né soltanto un racconto sul ritorno. È un film sullo spaesamento di chi torna in un luogo credendo di conoscerlo e scopre che la città è cambiata, ma forse è cambiato soprattutto lui. In questo senso dialoga con Le fate ignoranti e Magnifica presenza, pur essendo meno corale e più malinconico, meno immediato e più chiuso dentro una memoria privata.

La critica lo accolse in modo non unanime. c’è chi ne sottolineò il legame con la nostalgia, con una Istanbul minacciata e perduta; o chi lo definì un film molto personale, ma evidenziò anche personaggi sfuggenti e alcune ombre narrative. Più severo chi ne criticò una certa costruzione emotiva troppo dichiarata. È proprio questa divisione, però, a rendere il film ancora discutibile e quindi vivo: non un’opera pacificata, ma un ritorno pieno di attriti.

Sul fronte delle valutazioni pubbliche, IMDb registra un 6,2/10, mentre Rotten Tomatoes non presenta un Tomatometer consolidato e indica meno di 50 valutazioni pubblico. Su Google la valutazione positiva si assesta al 48 %.

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