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Venere in pelliccia, su Raiplay il film più seducente di Roman Polanski

26 Novembre 2025di Riccardo Cannavale
Emmanuelle Seigner
Emmanuelle Seigner

Un attore che manca all’appello, una sala vuota, una porta che sbatte. Su Raiplay, c’è un film drammatico che inizia proprio così: con un teatro che sembra morto e che, in pochi minuti, diventa il luogo più vivo, sensuale e inquieto che si possa immaginare.

Tratto dall’omonima pièce di David Ives, Venere in pelliccia (2013) è un’opera diretta da Roman Polanski, qui al suo cinema più teatrale, più claustrofobico, più chirurgico.

Il regista affida tutto a due soli interpreti, due volti che riempiono lo schermo come se ne occupassero ogni centimetro: Emmanuelle Seigner, sua musa da anni, e Mathieu Amalric, che fu protagonista anche de Lo scafandro e la farfalla, film che ne ha consacrato la sensibilità attoriale.

La storia è semplice, eppure magnetica: Thomas, regista e adattatore teatrale, non trova l’attrice giusta per la sua versione del romanzo ottocentesco Venere in pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch, testo cardine del rapporto tra desiderio e dominio. Sta per andarsene, sconfitto da un’intera giornata di provini inutili, quando irrompe Vanda. Sembra un disastro: vestita male, truccata troppo, senza alcuna eleganza. Dice di aver letto il copione “per caso”, ma porta con sé un testo pieno di appunti. Vuole fare il provino. Insiste. Preme. Manipola.

E da qui il film diventa una danza. O, meglio, un duello.

Sulla scena si gioca un ribaltamento costante di potere. Vanda, che all’inizio pare fragile, ingenua, quasi comica, diventa lentamente padrona del gioco. Thomas, che crede di dirigere, finisce diretto. La pièce, provata riga per riga, si confonde con la realtà fino a non capire più chi interpreta chi.

Seigner costruisce una Vanda che alterna la leggerezza alla minaccia, la seduzione alla derisione; Amalric, con la sua fisicità minuta, sembra lo specchio dello stesso Polanski, e non è un caso che la critica internazionale lo notò subito, accostando la sua presenza a quella del regista.

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“Il mondo esterno non esiste nel film in cui il regista sedimenta e metaforizza il suo da sempre acceso erotismo” scriveva il Corriere della Sera all’uscita del film.

Per Repubblica, “Quello di Polanski è forse il caso più esemplare di paladino della generazione ribelle che, senza perdere nulla dell’originaria vena trasgressiva, occupa oggi il centro della scena come uno dei più grandi cineasti viventi”.

La pellicola Venere in pelliccia fu presentata al Festival di Cannes 2013, dove ottenne una candidatura alla Palma d’Oro e ricevette un ottimo riscontro dalla critica internazionale. Non è un film pensato per il grande pubblico, ma è diventato un cult per chi ama il cinema che si nutre di testo, di ambiguità, di tensione sottile.

La trama estesa, infatti, non procede attraverso eventi ma attraverso cambi di ruolo. Vanda inizia a comandare le luci, a scegliere le musiche, a modificare le battute. Thomas si lascia trascinare, irritare, sedurre. Il rapporto di dominazione-sottomissione, presente nel romanzo di Sacher-Masoch, si ribalta più volte: chi domina davvero chi? E soprattutto: chi è Vanda? Una semplice attrice? Una donna che ha studiato troppo bene il copione? Una creatura simbolica? La “Venere” stessa?

Il film che puoi vedere su Raiplay lascia aperti interrogativi, ma non lascia mai cadere la tensione psicologica. Polanski dirige con misura millimetrica: ogni gesto, ogni pausa, ogni movimento nella scena è coreografato al dettaglio.

In termini di riscontro del pubblico, Venere in pelliccia ha ottenuto valutazioni positive: 82% di gradimento su Google, 7,1/10 su IMDb, 85% di apprezzamento da parte del pubblico su Rotten Tomatoes, mentre la critica lo accredita con un solido 89%.

Perché è una pellicola che racconta un cinema che non ha paura di essere intelligente, spiazzante, teatrale, sensuale. Che si chiede, insieme ai protagonisti, chi tiene davvero in mano la corda del desiderio. Per finire con l’accettare una verità semplice: nella finzione come nella vita, non c’è mai un solo modo di leggere una storia.

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