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Il Codice da Vinci, su RaiPlay il thriller di Dan Brown che trasformò arte, fede e simboli religiosi in caso mondiale

30 Agosto 2026di Riccardo Cannavale

Prima ancora di arrivare al cinema, era già un titolo cult. Librerie piene, lettori divisi, accuse di eresia, itinerari turistici costruiti sui luoghi del romanzo e un dibattito acceso tra fede, storia, fantasia e marketing editoriale. Su RaiPlay torna un film che non si può separare dal rumore che lo ha preceduto: un thriller hollywoodiano nato da un bestseller capace di trasformare quadri, chiese e simboli religiosi in materia da caccia al tesoro globale.

Il Codice da Vinci, diretto da Ron Howard e uscito nel 2006, porta sullo schermo il romanzo di Dan Brown, uno dei fenomeni editoriali più discussi dei primi anni Duemila. Al centro c’è Robert Langdon, professore di simbologia religiosa ad Harvard interpretato da Tom Hanks, chiamato a Parigi dopo l’omicidio del curatore del Louvre Jacques Saunière. Il cadavere, disposto in modo enigmatico, apre una catena di indizi che coinvolge Leonardo da Vinci, la Gioconda, l’Ultima Cena, società segrete e una verità nascosta da secoli.

A fianco di Langdon c’è Sophie Neveu, crittologa della polizia francese interpretata da Audrey Tautou, legata alla vittima da un rapporto familiare che rende l’indagine ancora più personale. Insieme devono decifrare messaggi, sfuggire alla polizia e muoversi tra Parigi, Londra e la Scozia, mentre intorno a loro si stringe una rete fatta di potere religioso, fanatismo, denaro e ambizioni personali.

Il film conserva l’impianto del romanzo: capitoli brevi trasformati in scene di inseguimento, spiegazioni simboliche, rivelazioni progressive, enigmi da risolvere uno dopo l’altro. È un racconto costruito più sull’accumulo che sulla sottigliezza, più sulla promessa della scoperta che sull’approfondimento psicologico. Ron Howard lo dirige come un grande thriller da studio, con fotografia cupa, musica di Hans Zimmer e un ritmo pensato per accompagnare lo spettatore dentro un labirinto di segni.

Il cast resta uno dei motivi principali per rivederlo. Tom Hanks dà a Langdon una presenza rassicurante, più da professore trascinato dentro il pericolo che da eroe d’azione. Audrey Tautou porta nel film il volto europeo e sfuggente che aveva reso celebre Il favoloso mondo di Amélie. Ian McKellen, nei panni di Sir Leigh Teabing, aggiunge ironia, teatralità e una dose di ambiguità al racconto, mentre Jean Reno interpreta il capitano Bezu Fache. Paul Bettany è Silas, figura tormentata e violenta, e Alfred Molina veste i panni del vescovo Aringarosa.

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Dietro il film ci sono anche diversi aneddoti interessanti. Il Louvre autorizzò davvero le riprese all’interno del museo, un permesso tutt’altro che scontato per una produzione di quel tipo. La troupe, però, dovette lavorare di notte e con molte limitazioni: non era consentito illuminare direttamente la vera Gioconda, perciò venne usata una replica per alcune riprese.

Ancora più significativa fu la questione delle location religiose. L’Abbazia di Westminster negò il permesso di girare al suo interno, giudicando il libro “teologicamente infondato” o comunque non accettabile rispetto alle sue suggestioni religiose. Le scene ambientate a Westminster vennero quindi ricreate altrove, soprattutto nella cattedrale di Lincoln, trasformata per l’occasione in doppio cinematografico dell’abbazia londinese. Anche questo contribuì ad alimentare il clima di attesa e polemica che accompagnò il film prima dell’uscita.

Il caso, in effetti, era già esploso prima ancora che il pubblico vedesse una scena. Le tesi del romanzo di Dan Brown, legate al rapporto tra Gesù e Maria Maddalena, al Priorato di Sion e alla storia del Graal, furono contestate duramente da ambienti religiosi e studiosi. Il film non nasceva dunque come un semplice thriller, ma come l’adattamento di un libro che aveva già costretto milioni di lettori a chiedersi dove finisse la finzione e dove cominciasse la storia. Proprio questa ambiguità, più che la solidità delle tesi, fu il motore del successo.

All’uscita, la critica non fu tenera con il regista ed il film. Eppure, a distanza di anni, Il Codice da Vinci ora disponibile su RaiPlay resta un titolo riconoscibile. Non perché sia stato amato dalla critica, ma perché ha intercettato un momento preciso della cultura pop: quello in cui romanzi, cinema, turismo, religione e internet cominciavano a mescolarsi in un unico grande gioco di interpretazione.

Il pubblico non cercava solo un film, ma la possibilità di sentirsi dentro un enigma, di guardare un quadro famoso come se nascondesse qualcosa, di attraversare il Louvre o Temple Church con l’impressione che ogni pietra potesse parlare.

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