C’è qualcosa di inquietante, eppure affascinante, nell’idea che il male possa nascondersi dietro la fede. È una suggestione antica, che il cinema non ha mai smesso di esplorare. Da L’esorcista di William Friedkin, che nel 1973 trasformò la paura in sacramento visivo, fino a opere come Il rito (2011) con Anthony Hopkins o il fantasy Priest (2011) con Paul Bettany, la lotta contro il demonio ha sempre incarnato un doppio scontro: quello tra l’uomo e l’ignoto, ma anche quello tra la fede e il dubbio.

Ogni volta che un prete affronta il diavolo sullo schermo, infatti, il vero conflitto non è mai con l’entità maligna, ma con se stesso. Con il limite umano di credere e con la tentazione di cedere.

È in questa tradizione che si inserisce “L’esorcista del Papa”, disponibile su RaiPlay fino al 19 novembre 2025, un thriller horror soprannaturale che rilegge i canoni del genere con un linguaggio più spettacolare e un protagonista inatteso: Russell Crowe.

Abituato a impersonare figure epiche — dal gladiatore al comandante, dal genio visionario al giustiziere tormentato — l’attore neozelandese cambia pelle e veste l’abito talare con sorprendente naturalezza. La sua presenza scenica, imponente e ironica, trasforma Padre Gabriele Amorth, l’esorcista realmente esistito della diocesi di Roma, in un personaggio tridimensionale, capace di muoversi tra ironia e terrore, fede e ribellione.

Accanto a Russell Crowe, che domina la scena con la forza di una presenza scenica granitica e un’ironia quasi disarmante, L’esorcista del Papa costruisce un cast che unisce sensibilità europee e carisma internazionale. È una scelta non casuale, perché il film di Julius Avery non vuole soltanto raccontare la battaglia contro il demonio, ma evocare il confronto tra culture, lingue e modi diversi di intendere la fede.

In un ruolo di particolare rilievo troviamo Franco Nero, icona del cinema italiano e internazionale, che presta il volto a Papa Giovanni Paolo II. La sua interpretazione, misurata e solenne, restituisce il peso spirituale e politico di una figura carismatica ma anche vulnerabile, capace di incarnare il dilemma di una Chiesa sospesa tra dogma e mistero. Nero, con la sua voce profonda e il suo sguardo antico, porta nel film un’aura di sacralità autentica, un contrappunto perfetto alla fisicità di Crowe.

Nel cast figurano anche Daniel Zovatto, nel ruolo del giovane padre Esquibel, e Alex Essoe, che incarna con sensibilità la madre del ragazzo posseduto. Insieme danno forma a un gruppo di personaggi credibili, sospesi tra fede, paura e redenzione.

La forza di questo film non sta solo nel brivido, ma nella capacità di Crowe di incarnare la tensione tra luce e oscurità che ha reso immortali tanti protagonisti del cinema religioso e gotico. C’è qualcosa di Il nome della rosa nella sua figura di sacerdote che indaga il mistero; c’è un’eco di Stigmate e persino una sfumatura del Constantine di Keanu Reeves, quando la lotta contro il male diventa un pretesto per raccontare la fragilità dell’uomo moderno.

È un ritorno a un immaginario che il cinema americano ha amato e al tempo stesso temuto: quello in cui la fede non è rifugio, ma campo di battaglia. E quando a guidarci c’è un attore come Russell Crowe — capace di passare dall’eroismo alla dannazione nel giro di uno sguardo — il risultato è un film che parla tanto al cuore quanto allo stomaco, risvegliando la parte più ancestrale della nostra paura.

Disponibile su RaiPlay, il film diretto da Julius Avery – già autore di Overlord e Samaritan – si ispira alle memorie reali di Padre Amorth, figura controversa e carismatica.

Ambientato tra Roma e la Spagna alla fine degli anni Ottanta, L’esorcista del Papa ricostruisce una vicenda di possessione che diventa indagine morale e teologica, un viaggio nelle pieghe di un Vaticano che non sempre appare come custode di verità ma come labirinto di segreti. La tensione cresce, il male si insinua, e la fede vacilla: tutto ciò che un horror religioso dovrebbe offrire.

Il film, forte del suo mix di azione, gotico e spiritualità, ha conquistato il pubblico internazionale con oltre 76 milioni di dollari d’incasso, spingendo la produzione e lo stesso ad ipotizzare un sequel confermato dallo stesso Russell Crowe in varie interviste.

Eppure, come spesso accade nei titoli che toccano corde sensibili, non sono mancate le polemiche.
L’Associazione Internazionale degli Esorcisti ha definito la pellicola “pretenziosa”, accusandola di confondere realtà e fantasia e di suggerire una visione “poco cristiana” del conflitto tra bene e male. Ma forse è proprio in quella provocazione che risiede la sua forza: nel ricordarci che il male, come la fede, è qualcosa che non si può davvero spiegare — solo affrontare.

Chi ama gli horror d’atmosfera troverà in L’esorcista del Papa un ritorno al fascino della paura metafisica, mentre chi segue la carriera di Russell Crowe scoprirà una delle sue interpretazioni più imprevedibili. Un film, disponibile ancora per pochi giorni su Raiplay, che non pretende di rivoluzionare il genere, ma riesce a far rivivere la tensione classica dell’esorcismo, con una regia che alterna ritmo e inquietudine, e un protagonista che restituisce alla lotta contro il male la sua dimensione più umana: la fede come ultima forma di coraggio.