“Ricordo quando vidi Dogman per la prima volta al cinema. In sala al Multiplex di Avellino c’era silenzio assoluto. Nessuno fiatava. Alla fine, ci siamo alzati lentamente, come se uscissimo da un sogno cupo. Quel tipo di cinema che non guardi soltanto: lo subisci.”
Cosa spinge un uomo buono a diventare un mostro?
C’è un momento esatto in cui la vittima smette di esserlo. Succede spesso nell’ombra, lontano dai riflettori, tra un gesto subito e uno taciuto. È in quell’istante che si apre una crepa, e da lì entra la tragedia. Dogman, film del 2018 firmato da Matteo Garrone, si infila proprio in quella fessura dell’animo umano, e lo fa con una delicatezza feroce, quasi impudica.
In un certo senso, è un film che dialoga con opere come Gomorra sempre di Garrone o Ariaferma: pellicole in cui il confine tra giusto e sbagliato è sfocato, e l’umanità si misura nei silenzi più che nelle azioni.
Chi non l’ha ancora visto, ha oggi la fortuna di trovarlo in streaming su RaiPlay. E fidati, merita ogni secondo della tua attenzione.
Un realismo feroce che morde lo spettatore
Ispirato al celebre “delitto del Canaro”, Dogman rielabora una storia vera senza mai cadere nella trappola del sensazionalismo. Al centro c’è Marcello, interpretato da un gigantesco Marcello Fonte, premiato con la Palma d’Oro a Cannes come miglior attore. Marcello è un uomo piccolo, gentile, quasi invisibile. Vive ai margini, in una periferia corrosa dalla ruggine e dalla solitudine, e si guadagna da vivere accudendo cani e… vendendo cocaina ai clienti sbagliati.
Uno di questi è Simone, un ex pugile psicopatico e violento, portato in scena con disturbante intensità da Edoardo Pesce, anche lui pluripremiato. I loro rapporti, sbilanciati e malsani, sono il motore di una discesa agghiacciante nella spirale della sopraffazione.
Matteo Garrone aveva accarezzato questo progetto già nel 2006, ma non trovava la formula giusta. Solo più di dieci anni dopo, con la location perfetta (Villaggio Coppola, nei pressi di Castel Volturno) e il cast giusto, ha trovato il coraggio di farlo esplodere. Il risultato? Una pioggia di riconoscimenti: 9 David di Donatello, 8 Nastri d’Argento, 3 European Film Awards, 5 Ciak d’Oro.
La dolcezza nei luoghi più bui
Quello che colpisce in Dogman è la sua fotografia sporca e luminosa insieme, firmata da Nicolai Brüel, capace di raccontare la bellezza nascosta nel degrado.
In questa pellicola, la colonna sonora, i silenzi, le rughe del viso di Fonte: tutto parla di umanità, di dolore, di tentativi disperati di restare buoni in un mondo che ti vuole complice.
E poi c’è il cane, che è molto più di un animale domestico. È simbolo di fedeltà, di amore incondizionato, ma anche di istinto selvaggio. Marcello si prende cura dei cani come non riesce a fare con sé stesso. Ed è proprio quando smette di farlo, che qualcosa si spezza.
E allora ti ritrovi a tifare per Marcello anche quando decide di vendicarsi. Non è un eroe. Non è nemmeno un carnefice, del tutto. È una vittima che smette di farsi calpestare. E la scena finale, che non rivelo per rispetto, è tra le più potenti del cinema italiano degli ultimi anni.
Chi ama il cinema capace di ferire e curare allo stesso tempo, non può perdersi questa perla su RaiPlay. È un racconto che lascia il segno, che non cerca facili assoluzioni, e che mostra quanto può essere sottile il confine tra la mitezza e la rabbia.
Dogman ci obbliga a chiederci cosa sia la giustizia nei luoghi dove lo Stato è assente. Dove le regole non scritte contano più della legge. Dove la violenza è pane quotidiano, e la gentilezza un lusso che nessuno può permettersi.
Il verdetto di critica e pubblico
Il giudizio del pubblico è pressoché unanime: Google utenti 76%, IMDb 7.3/10, Rotten Tomatoes lo celebra con un critics score dell’84%. The Guardian lo ha definito “il miglior film italiano del decennio”. Variety ha elogiato la “regia chirurgica” e la recitazione di Fonte, mentre Cahiers du Cinéma ha parlato di “tragica favola metropolitana”.
A distanza di anni, Dogman non ha perso un briciolo della sua forza. È un film che resta, come le cicatrici.
