Leonora è un nome, una figura, quasi una chiamata che arriva da lontano. Non è la protagonista classica di un film costruito attorno a un solo destino, ma una presenza che apre una porta su Pirandello, sulla morte, sui ritorni impossibili e su ciò che resta quando un corpo scompare e una memoria continua a chiedere posto. RaiPlay propone uno di quei film che non si seguono soltanto per la trama, ma per il modo in cui attraversano un pezzo di storia culturale italiana.
A interpretare Leonora è Dania Marino, dentro un racconto che procede per frammenti, salti, immagini d’archivio, invenzioni e memoria letteraria. Leonora addio è diretto da Paolo Taviani, qui alla sua prima regia senza il fratello Vittorio, morto nel 2018. Un’assenza che il film non nasconde: si sente nel passo elegiaco, nel rapporto con l’addio, nel modo in cui il cinema sembra guardare indietro non per nostalgia comoda, ma per capire che cosa valga ancora la pena custodire. E, in fondo, si sente anche nel riconoscimento ottenuto al Festival di Berlino del 2022, quando questa pellicola Paolo Taviani ottenne il Premio Fipresci.
Il nucleo narrativo parte da una vicenda reale e quasi grottesca: il lungo viaggio delle ceneri di Luigi Pirandello da Roma ad Agrigento. Lo scrittore era morto nel 1936, lasciando indicazioni precise e sobrie per la propria sepoltura. Il destino delle sue ceneri, però, diventa un percorso accidentato, burocratico, simbolico, attraversato dall’Italia fascista, dal dopoguerra, dalle contraddizioni di un Paese capace di celebrare i suoi grandi autori e insieme di smarrirne il senso più profondo.
Paolo Taviani racconta questo viaggio senza trasformarlo in una lezione scolastica. L’urna di Pirandello attraversa luoghi, epoche e volti, diventando quasi un oggetto narrativo attorno a cui si muove l’Italia del Novecento. C’è il rapporto con la Sicilia, c’è il peso della gloria letteraria, c’è la distanza tra il corpo dell’autore e il mito che il Paese costruisce dopo la sua morte. E c’è, soprattutto, quella vena pirandelliana che rende ogni cosa instabile: identità, memoria, verità, rappresentazione.
La seconda parte del film proposto da RaiPlay apre un altro varco e arriva alla novella Il chiodo, ambientata negli Stati Uniti. Qui il racconto cambia tono, si sposta lontano dall’Italia e segue una storia più nera, più secca, legata a un gesto inspiegabile e alla colpa.
Non è una deviazione casuale. È come se Taviani, dopo aver accompagnato Pirandello nel suo ultimo viaggio, entrasse dentro una delle sue ombre narrative, mostrando quanto il mondo dello scrittore resti ancora vivo proprio quando diventa più inquieto.
Fabrizio Ferracane, Matteo Pittiruti, Dora Becker, Claudio Bigagli e gli altri interpreti partecipano a un film che non cerca il naturalismo pieno. Guardando l’opera su RaiPlay si ha l’impressione che i personaggi siano spesso figure chiamate a muoversi dentro un teatro della memoria, più che dentro un racconto lineare. È una scelta coerente con Pirandello e con il cinema dei Taviani, fatto di Storia e finzione, letteratura e popolo, tragedia e lampi quasi surreali.
