Per passare una bella serata davanti alla Tv, a volte basta un personaggio che ti sembra di conoscere da sempre. È il caso di Tom Hanks, interprete capace come pochi di attraversare il dolore umano con una naturalezza disarmante, e qui alle prese con un ruolo, un po’ burbero, magari all’apparenza impenetrabile, ma con un mondo intero nascosto dietro lo sguardo, che gli permette di sfiorare corde sottilissime, quelle che parlano di perdita, solitudine, memoria.

Su RaiPlay è ora disponibile “Non così vicino”, film del 2022 prodotto dalla Columbia Pictures, che nasce come riadattamento americano del successo svedese “Mr. Ove”, tratto dal romanzo di Fredrik Backman.

Un libro tradotto in oltre venticinque lingue, diventato un fenomeno internazionale per il modo in cui ha saputo raccontare la malinconia quotidiana, quella che non fa rumore ma scava lentamente. Il cinema statunitense riflette la stessa anima, la rielabora, la rende più luminosa e allo stesso tempo più dolorosa, grazie alla presenza di un interprete che il pubblico considera quasi di famiglia.

Hanks dà vita a Otto Anderson, un uomo di periferia che ha passato i sessant’anni e che sembra aver perso tutte le ragioni per restare ancorato al mondo. Vive in una piccola comunità della Pennsylvania, trascinandosi dietro la ferita più grande: la morte della moglie Sonya, compagna di una vita, portata via da un tumore appena sei mesi prima.

Il lutto lo ha indurito, come se ogni sguardo gentile fosse diventato un fastidio, come se la sua unica missione fosse quella di far rispettare le regole condominiali, ultima forma possibile di controllo in un universo che gli è sfuggito di mano.

Il film, approdato finalmente in streaming anche su RaiPlay, non scivola mai nel melodramma facile. Racconta invece la depressione con una compostezza rara, mostrando un uomo che tenta più volte di farla finita, ma che viene sistematicamente interrotto dal mondo esterno, da dettagli minuscoli, da imprevisti che diventano appigli.

E soprattutto dall’arrivo di una famiglia messicana chiassosa, spontanea, ingombrante nella sua vitalità: Marisol – interpretata da una brillante Mariana Treviño – con il marito Tommy e le loro bambine. Gente che Otto giudica subito “troppo”, troppo rumorosa, troppo affettuosa, troppo diversa da quel silenzio che lui ha scelto come rifugio. Eppure, proprio quella presenza irromperà nelle crepe del protagonista, trasformandosi prima in fastidio, poi in abitudine, infine in qualcosa di simile alla speranza.

Nel cast c’è anche Manuel Garcia-Rulfo, che molti ricorderanno nella serie Avvocato di difesa, e che qui tratteggia con delicatezza un personaggio semplice ma fondamentale negli equilibri emotivi del racconto.

Merita una menzione anche Cameron Britton, noto agli appassionati di crime per l’impressionante interpretazione di Ed Kemper in Mindhunter: un attore capace di dare umanità a figure complesse, e che in questa storia porta un ulteriore strato di malinconia, attraverso un ruolo secondario ma memorabile.

La regia di Marc Forster si sente, eccome. È la stessa mano che ha firmato film intensi come Monster’s Ball – Oscar a Halle Berry – e opere delicate come Neverland – Un sogno per la vita con Johnny Depp. Forster ha il talento naturale di far respirare le emozioni senza ingabbiarle, e in “Non così vicino” evita lo zucchero superfluo, scegliendo invece una messinscena pulita, capace di esaltare la vulnerabilità dei personaggi. Perfino i piccoli gesti – una tazza di caffè, una porta che si apre, un sorriso a mezza voce – diventano frammenti narrativi preziosi.

L’adattamento americano, rispetto alla versione originale svedese, punta a una sensibilità più calda, più accessibile, senza però tradire la profondità del romanzo. Forse è proprio questo il segreto del film: il modo in cui mette insieme ironia e dolore, rigidità e tenerezza, mostrando come anche un uomo convinto di essere arrivato alla fine possa trovare un nuovo inizio nelle persone che non aveva chiesto e che, a conti fatti, aveva disperatamente bisogno di incontrare.

Su RaiPlay, questa storia acquista un sapore ancora più universale, perché arriva in un momento storico in cui la solitudine è diventata una parola quotidiana. Otto Anderson diventa così lo specchio di molti: rigido fuori, fragile dentro, in attesa che qualcuno bussi alla porta al momento giusto.