Tom Avery non è un uomo abituato a perdere il controllo. Ha una vita ordinata, un lavoro solido, abitudini precise. È un medico americano, più incline alla razionalità che all’avventura, più vicino alla sicurezza della propria routine che alle strade polverose percorse con uno zaino sulle spalle. Poi arriva una telefonata. Suo figlio Daniel è morto sui Pirenei, sorpreso da una tormenta mentre stava iniziando il Cammino di Santiago.

Disponibile su Raiplay, c’è il film drammatico “Il cammino per Santiago” che parte da una ferita improvvisa e la trasforma in un viaggio fisico, emotivo, spirituale: un padre che non conosceva davvero suo figlio e che, quando ormai è troppo tardi per parlargli, decide di seguirne le tracce.

Il film, uscito nel 2010, è diretto da Emilio Estevez, che firma anche la sceneggiatura e compare nel cast nel ruolo di Daniel. La produzione è statunitense e spagnola, mentre la storia prende ispirazione dal libro Off the Road di Jack Hitt.

Quando Tom, interpretato da Martin Sheen, arriva in Francia per riconoscere il corpo del figlio cui presta il volto Estevez, il suo primo impulso è quello di riportarlo a casa. Chiudere tutto. Dare alla tragedia una forma amministrativa, quasi sopportabile: documenti, funerale, ritorno. Ma qualcosa si incrina. Davanti agli oggetti di Daniel, al suo zaino, ai suoi progetti interrotti, Tom prende una decisione che non gli somiglia: percorrere lui stesso il Cammino di Santiago, portando con sé le ceneri del figlio.

Tom cammina male, all’inizio. Cammina con rabbia, con rigidità, con l’aria di chi sta facendo qualcosa senza sapere davvero perché. Ogni passo sembra più un dovere che una scelta. Però la strada, lentamente, comincia a lavorargli addosso. Gli toglie certezze. Lo costringe a rallentare. Gli mette accanto persone che non ha cercato e che, proprio per questo, diventano importanti.

Durante il pellegrinaggio incontra altri viaggiatori. C’è chi usa il Cammino per sfuggire a una vita pesante, chi per ritrovare una parte di sé, chi per raccontarsi meglio di quanto riesca a fare nella quotidianità. Nessuno di loro è santo. Nessuno arriva già pronto alla trasformazione. C’è Joost da Amsterdam portato in scena da Yorick van Wageningen, c’è Sarah la canadese interpretata da Deborah Kara Unger, c’è James Nesbitt nei panni dell’irlandese Jack. I compagni di viaggio non sembrano simboli messi lì per spiegare qualcosa allo spettatore, ma presenze imperfette, a tratti invadenti, spesso necessarie.

La trama della pellicola disponibile su Raiplay procede così, tra villaggi, ostelli, paesaggi spagnoli e silenzi che pesano più dei dialoghi. Ogni tappa diventa un modo per avvicinarsi a Daniel, ma anche per accettare una verità dolorosa: un figlio può restare misterioso persino a suo padre. Tom scopre poco alla volta che Daniel non stava semplicemente facendo un viaggio ma stava cercando un modo diverso di stare al mondo.

“Il cammino per Santiago”  alla fine diventa un racconto adatto a chi ama i film di viaggio, ma anche a chi cerca una storia sul più drammatico dei lutti, raccontato qui quasi in punta di piedi, provando a tracciare una strada  che insegni a convivere con il dolore in maniera diversa.

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