A volte i noir italiani più intensi non arrivano dai grandi budget, ma dal coraggio di raccontare ciò che altri evitano. È nei periodi più bui della storia di un Paese che il cinema trova spesso la sua verità più cruda, quella che non consola ma illumina. E gli anni Settanta italiani, con le loro ferite politiche e il loro caos morale, restano un territorio ancora oggi magnetico per chi ama i film cupi, stratificati, dove ogni personaggio sembra nascondere più ombre che certezze.

In questo solco si inserisce “Appunti di un venditore di donne”, adattamento del romanzo di Giorgio Faletti, ora disponibile su RaiPlay. Una storia che mescola degrado e fascino, dolore e potere, sesso e politica. Un’Italia che riconosciamo e da cui allo stesso tempo prendiamo le distanze, come se la pellicola ci costringesse a guardare dentro un vecchio specchio incrinato. Un’esperienza che non lascia indifferenti.

Il film, diretto da Fabio Resinaro e prodotto da Luca Barbareschi, esce al cinema nel 2021 ma guarda con decisione ai noir degli anni Settanta, disegnando un mosaico di ambienti e personaggi che sembrano emergere da un’epoca perduta. Resinaro sceglie un approccio quasi artigianale, ricreando una Milano del 1978 che non esiste più, grazie a scenografie fisiche e fondali digitali che restituiscono la città delle Brigate Rosse, del sequestro Aldo Moro, dei traffici ambigui e di una moralità sospesa. Una metropoli che pulsa di minaccia e seduzione.

Al centro del racconto c’è Bravo, interpretato da Mario Sgueglia con una misura sorprendente. Non è un antieroe glamour, ma un uomo spezzato, evirato, che si muove con la rigidità di chi ha subito una mutilazione nell’anima prima ancora che nel corpo. Non si vede come un criminale: si considera un imprenditore del piacere, uno che “vende donne” ma non l’anima. La sua Milano è un mercato feroce, e lui crede di potersi muovere senza sporcarsi troppo. Illusione che il film demolisce con un crescendo di tensione.

La vicenda prende forma all’Ascot Club, tra fumo, droga, giochi d’azzardo e relazioni pericolose. Qui Bravo incontra Carla (una magnetica Miriam Dalmazio), figura apparentemente fragile ma attraversata da una determinazione cupa, quasi disperata. Tra i due nasce qualcosa che non è amore ma neppure semplice attrazione: più che altro, un riconoscersi ai margini. Quando Bravo decide di introdurla nel suo giro, sembra un gesto naturale, inevitabile. Eppure, è proprio questa scelta a trascinarli in un complotto letale.

Carla vuole emanciparsi dalla sua miserabilità, Bravo vuole proteggerla senza poter davvero salvare nessuno, nemmeno se stesso. È un rapporto che odora di fatale, di errori che non sai evitare. Ed è qui che la tensione noir esplode, portando sullo schermo figure segnate dalla loro stessa rovina.

Fra loro spiccano il visionario e inquieto Daytona, interpretato da Paolo Rossi con un’aura quasi mistica, e Lucio (un intenso Francesco Montanari), cieco ma più lucido dei tanti vedenti che popolano la storia. Sono personaggi che appartengono al sottobosco morale della Milano dell’epoca: miserabili, soli, seducenti, letali. Ogni incontro con Bravo è una deviazione nella sua caduta.

La regia di Resinaro è concitata, nervosa, guidata da movimenti di macchina secchi, volutamente imperfetti, perfetti per raccontare un’epoca di violenza sotterranea. La fotografia si muove tra luci sporche, neon freddi e ombre profonde che ricordano la tradizione noir americana filtrata però attraverso la sensibilità italiana. L’atmosfera è immersiva, quasi tattile.

Faletti aveva scritto un romanzo difficile da trasporre, forse tra i suoi più complessi. Eppure, la fedeltà del film non è pedissequa: è un’interpretazione intelligente che conserva l’anima cupa del testo e costruisce un universo visivo robusto, credibile. Chi ha letto il libro ritroverà l’eco delle sue pagine, chi non lo conosce troverà un crime dal ritmo irregolare ma magnetico.

In Appunti di un venditore di donne il confine tra bene e male è quasi inesistente. C’è solo una gamma infinita di grigi. Poliziotti corrotti, politici assetati di potere, mafiosi dominati dall’avidità: figure che incarnano una violenza sociale più grande dei singoli personaggi. Bravo è solo un ingranaggio, e quando il meccanismo si rompe, il suo mondo crolla senza pietà.

È un film duro, non accomodante, forse imperfetto ma proprio per questo autentico. Un tuffo in una Milano lontana, che RaiPlay oggi rimette sotto i riflettori, con tutta la sua bellezza oscura.

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