Tra i film italiani proposti da RaiPlay ce n’è uno molto interessante costruito su un canovaccio apparentemente semplice: una notte, una città svuotata, una telefonata che non può cadere.

“Non riattaccare” è un thriller diretto da Manfredi Lucibello e ha due protagonisti quasi sempre separati, ma legati da un filo sottilissimo: Barbara Ronchi, nel ruolo di Irene, e Claudio Santamaria, in quello di Pietro. Nel cast compaiono anche Piergiorgio Savarese e Guglielmo Favilla. Il film è tratto dal romanzo omonimo di Alessandra Montrucchio e costruisce la sua tensione su pochi elementi: una macchina, una città deserta, una chiamata che non può cadere, una vita forse ancora salvabile.

La storia si svolge durante il lockdown, quando Roma è una città sospesa. Le strade sono vuote, le luci restano accese senza gente intorno, ogni spostamento sembra già una violazione. Irene è in casa, insonne, fragile, chiusa dentro una solitudine che la pandemia ha reso ancora più pesante. Quando vede comparire il nome di Pietro sul telefono, esita. Rispondere significa riaprire una ferita. Non farlo, però, potrebbe voler dire arrivare troppo tardi.

Pietro parla in modo spezzato. Non chiede davvero aiuto, ma ogni parola sembra contenerlo. È fuori di sé, perso in un punto oscuro della notte e della propria vita. Irene capisce che non può limitarsi ad ascoltare. Deve muoversi. Sale in macchina e comincia a cercarlo, attraversando una città che sembra trattenere il respiro.

Da quel momento la pellicola disponibile su RaiPlay diventa un viaggio quasi in tempo reale, dove tutto passa attraverso la voce: quella di lui, che rischia di spegnersi; quella di lei, che prova a tenerlo attaccato al mondo.

Il pregio di “Non riattaccare” sta proprio nella scelta di non allargare troppo il campo. La tensione nasce dal tempo che scorre, ma sotto il thriller telefonico c’è anche una relazione finita male: responsabilità che tornano a bussare, frasi rimaste sospese, il peso di quello che non si è detto quando si era ancora in tempo.

Barbara Ronchi affronta la recitazione con una prova molto fisica, pur restando spesso da sola in scena. Il suo volto cambia mentre guida, ascolta, insiste, perde pazienza, si spaventa, prova a non crollare. Claudio Santamaria, quasi sempre affidato alla voce, costruisce Pietro come una presenza instabile, vicina e lontanissima, capace di occupare tutto lo spazio emotivo del racconto senza quasi apparire.

Il lockdown è la gabbia dentro cui la storia, che puoi rivivere su RaiPlay, respira male. Una città senza traffico, senza rumore, senza incontri casuali amplifica ogni parola. In un mondo normale Irene potrebbe chiedere aiuto, fermare qualcuno, cercare appoggi. Qui invece tutto sembra rallentato, chiuso, distante. La notte diventa una specie di corridoio vuoto, e quella telefonata l’unico modo per non perdere Pietro del tutto.

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