In una Bolzano immobile nella nebbia, una Pm e un ispettore dalle origini diverse si trovano a indagare su un serial killer che riapre ferite fino ad allora sopite. Su Raiplay, c’è una fiction che mescola il thriller psicologico al racconto sociale, attraversando confini geografici e culturali con una tensione rara nel panorama televisivo italiano.
Il titolo della serie tv, ispirata ad una storia vera, è “Brennero”: diretta da Davide Marengo e Giuseppe Bonito, prodotta da Rai Fiction in collaborazione con Cross Productions, la fiction in otto puntate del 2024, andata in onda su Raiuno in quattro prime serate, è ambientata nella città di Bolzano, snodo ideale del dualismo linguistico tra l’Alto Adige e l’Italia.
Al centro della vicenda ci sono Elena Radonicich (nei panni di Eva Kofler), Matteo Martari (Paolo Costa) protagonista in Luisa Spagnoli, Quattro metà e Bella da morire, e Richard Sammel (Gerhard Kofler), tre figure emblematiche, che portano sullo schermo un mix di autorità, dolore e contraddizione che pare avere radici profonde.
Eva Kofler è la pubblica ministero di cultura tedesca figlia di un ex procuratore che non ha mai risolto il misterioso caso del “Mostro di Bolzano”. Paolo Costa è l’ispettore italiano che, tre anni prima, ha perso una gamba in quella stessa indagine.
Quando un nuovo cadavere viene rinvenuto al confine, la vittima numero sette del mostro, i due sono costretti a collaborare. Il gelo che separa le loro origini culturali diventa presto terreno per una partnership carica di tensioni e segreti.
La trama sfrutta un doppio registro: da un lato, il contesto reale della Notte dei fuochi del 1961, quando attivisti sudtirolesi colpirono le infrastrutture elettriche della provincia; dall’altro, una fiction che prende il 1961 come sfondo per un thriller tutto moderno. Il confine geografico del Brennero diventa metafora di un confine interno, di una separazione non dicibile che si lega all’omicidio, all’identità e all’appartenenza.
La regia di Marengo e Bonito opta per una narrazione calibrata, lontana da facili effetti, preferendo un ritmo pacato e una fotografia che sfrutta la luce fredda delle Alpi e l’oscurità delle cantine.
Il paesaggio di Bolzano non è solo ambientazione, ma diventa protagonista: scala di valori e lente emotiva per i protagonisti.
«Di questa storia mi ha colpito il racconto del bilinguismo che esiste a Bolzano, una realtà di cui si parla poco e che diventa anche un tema sociale per esplorare le differenze che sussistono» ha raccontato il protagonista Martari a Sorrisi e Canzoni. «Una serie tv tra mistero e thriller in quattro prime serate» ricordava l’Ansa.
Sul fronte del pubblico, la serie non ha goduto di numeri di sala essendo una fiction televisiva, ma su RaiPlay ha riscosso interesse per la qualità visiva e narrativa. Su IMDb la serie registra una media attorno al 6,8/10, mentre gli utenti Google la valutano in maniera positiva, con un 87% di consensi che privilegiano in particolare l’ambientazione, il cast e la gestione della tensione.
Ciò che rende Brennero davvero degna di nota è il modo in cui rinnova la forma del crime italiano: non più inseguimenti e spari ma introspezione, errori, identità che feriscono. I protagonisti non sono semplici “buoni” e “cattivi”, ma uomini e donne che portano dentro il gelo del passato e il peso delle responsabilità. Eva deve fare i conti con l’eredità professionale e familiare; Paolo con un corpo spezzato e un’ossessione che lo consuma; Gerhard, il padre di Eva, con la sua malattia e il rimorso che ciascuna decisione ha generato.
La dimensione psicologica della serie, unita alla bellezza severa dell’ambiente montano, la rende perfetta per un pubblico che cerca più di un semplice evento seriale: un racconto che va oltre un caso da risolvere, un thriller ambientato dove la neve rallenta i passi ma non il pensiero.
