Su RaiPlay, c’è un titolo da recuperare per chi ama il cinema francese più parlato, elegante e crudele nelle piccole cose, un film che suggerisce che la libertà comincia quando si smette di trasformare gli altri nella soluzione dei propri vuoti.

A Le Mans, tra case borghesi, negozi di antiquariato e conversazioni in apparenza leggere, Sabine prende una decisione che ha il sapore di una sfida personale: chiudere con il ruolo di amante e diventare moglie. Non ha ancora un uomo accanto, non ha un progetto concreto, ma ha un’idea ostinata di felicità e la convinzione che basti volerla per farla accadere.

“Il bel matrimonio” è una commedia sentimentale sottile, dove l’autore Éric Rohmer osserva con eleganza il confine fragile tra desiderio, orgoglio e illusione. La storia sembra quasi un gioco da salotto ma il regista francese, come spesso accade nel suo cinema, usa una situazione quotidiana per osservare qualcosa di molto più scivoloso: la distanza tra ciò che desideriamo e ciò che pretendiamo dagli altri.

Sabine, interpretata da Béatrice Romand, ha venticinque anni, studia storia dell’arte e lavora in un negozio di antiquariato. È intelligente, impulsiva, piena di energia, ma anche terribilmente convinta che la volontà basti a piegare la realtà. Dopo aver lasciato Simon, pittore sposato e padre di famiglia, annuncia ad amici e parenti il suo nuovo progetto di vita: un matrimonio rispettabile, definitivo, capace di restituirle controllo e dignità.

A presentarle Edmond è l’amica Clarisse, interpretata da Arielle Dombasle. Edmond, a cui dà volto André Dussollier, è un avvocato celibe, educato, affascinante, apparentemente perfetto per la fantasia che Sabine ha già costruito. Il punto è proprio questo: lei non si innamora davvero di un uomo, ma dell’immagine che decide di appiccicargli addosso. Edmond diventa il marito possibile prima ancora di essere conosciuto.

La leggerezza della pellicola è solo apparente. Sabine telefona, cerca occasioni, interpreta segnali, forza coincidenze. Parla del futuro come se fosse già scritto. Il regista la segue senza giudicarla apertamente, ma lasciando emergere l’ironia da ogni conversazione. La protagonista può risultare irritante, testarda, persino infantile. Però non è mai ridicola fino in fondo. Dietro la sua ostinazione si riconosce una fame molto umana: essere scelta, essere vista, smettere di stare nel posto sbagliato.

La bellezza del film sta anche nel suo passo. Si parla, si pranza, si viaggia tra Parigi e Le Mans, si entra e si esce da case, negozi, feste, camere da letto. Eppure ogni dialogo sposta qualcosa. Rohmer è maestro nel far sembrare naturali frasi che, a riascoltarle bene, rivelano vanità, paura, orgoglio, autoinganno.

Il bel matrimonio è una pellicola del 1982, scritta e diretta da Éric Rohmer, secondo capitolo del ciclo Commedie e proverbi, dopo La moglie dell’aviatore e prima di Pauline alla spiaggia. Nel cast ci sono anche Féodor Atkine, nel ruolo di Simon, e Sophie Renoir. La produzione è legata a Les Films du Losange e a Margaret Ménégoz, figura fondamentale nel percorso produttivo di Rohmer.

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