Prima che i nomi di Totò Riina e Bernardo Provenzano diventassero sinonimo di terrore, prima delle stragi e della piena consapevolezza nazionale sulla ferocia dei Corleonesi, qualcuno aveva già provato a leggere i segnali. A unire le tracce. A dare un nome e una struttura a un potere criminale che molti preferivano ancora considerare marginale, quasi rurale, lontano dai grandi equilibri dello Stato.
Su RaiPlay c’è una pellicola drammatica italiana che riporta lo spettatore alle origini di una battaglia giudiziaria combattuta quando la mafia corleonese non era ancora diventata, agli occhi dell’opinione pubblica, il volto più feroce di Cosa Nostra. “Il giudice e il boss” è un film del 2024 diretto da Pasquale Scimeca, scritto dallo stesso regista insieme al giornalista Attilio Bolzoni.
Al centro della storia ci sono il giudice Cesare Terranova, interpretato da Gaetano Bruno, e il maresciallo di polizia Lenin Mancuso, a cui dà volto Peppino Mazzotta. Di fronte a loro c’è Luciano Liggio, boss corleonese interpretato da Claudio Castrogiovanni, mentre Naike Anna Silipo compare nel ruolo di Giovanna Giaconia.
La regia di Pasquale Scimeca sceglie il registro del film civile. Quello che ne vien fuori è un lavoro che non punta sulla spettacolarizzazione della violenza, ma sulla ricostruzione di una battaglia lunga, frustrante, piena di sconfitte apparenti. Il film dura 98 minuti, è prodotto da Arbash in collaborazione con Rai Cinema ed è stato presentato in anteprima al Festival di Taormina 2024.
La trama si muove in una Sicilia in cui parlare di mafia significa spesso scontrarsi con minimizzazioni, complicità, diffidenze. Terranova intuisce prima di molti altri la pericolosità della criminalità organizzata corleonese, intravedendo per primo un sistema, un potere capace di crescere, infiltrarsi, condizionare la politica, intimidire chiunque provi a guardarlo da vicino.
Accanto a lui c’è Lenin Mancuso, un compagno di indagini, un uomo che condivide rischi, intuizioni e solitudine. Il film da vedere stasera su Raiplay lavora proprio su questo rapporto: il magistrato e il poliziotto non vengono raccontati come eroi distanti, ma come due persone ostinate, esposte, consapevoli di muoversi contro un nemico che non usa soltanto le armi.
Il centro della vicenda è il processo di Bari del 1969, celebrato per legittima suspicione dopo anni di indagini contro Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano e altri uomini legati al clan dei Corleonesi. Quella stagione giudiziaria rappresenta uno snodo decisivo: nelle intenzioni di Terranova avrebbe dovuto colpire il cuore nascente di una mafia destinata a diventare sempre più potente. Le assoluzioni, invece, segnano una sconfitta pesantissima.
Terranova e Mancuso combattono prima che il Paese sia davvero disposto ad ascoltare. Ed è forse questo il punto più amaro dell’opera: la verità, a volte, viene riconosciuta soltanto dopo che chi l’ha difesa ha pagato il prezzo più alto.
Quello che propone Raiplay è un racconto italiano che fa fare un viaggio a ritroso nella letteratura della lotta alla mafia e ai Corleonesi. Attraverso la storia, le gesta e il sacrificio di un magistrato e di un maresciallo assassinati c’è il rammarico di un’occasione mancata, di uno Stato che troppo spesso arriva tardi, di uomini lasciati soli quando avevano già capito molto.
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