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Chi sono gli avellinesi più famosi nel mondo? Scopri i personaggi irpini più conosciuti nel mondo dell’arte, della scienza, dello spettacolo.

Simon Sabato Rodia,l’irpino che incantò i Beatles

La storia di Sabato Simon Rodia è talmente particolare da aver incantato addirittura gente del calibro di John Lennon e Paul McCartney che, nel 1967, non esitarono ad inserire un suo profilo nella copertina del disco Sgt Pepper’s Lonely Heart Club Band, uno dei capolavori dei baronetti di Liverpool che per lanciare il loro album scelsero l’immagine di 60 personaggi famosi.

Tra questi,i Beatles individuarono anche un artista di origini italiane, che era nato a Rivottoli di Serino, in provincia di Avellino, nel 1879.

La storia di Simon Sabato Rodia

A soli 15 anni, Sabato Rodia era arrivato in America, come tanti suoi conterranei, in cerca di fortuna. Era stato dapprima un minatore e, successivamente, dopo la morte del fratello in una miniera della Pennsylvania, piastrellista e muratore.

Proprio la morte del fratello segnò la sua vita negli States.

Qui, a Seattle, aveva sposato una paesana, Lucia Ucci, dalla quale però si separò a seguito di una vera e propria crisi esistenziale che lo portò quasi ad isolarsi dal resto del mondo e a vivere lontano dai suoi connazionali.

Nel 1920 Rodia si trasferì a Los Angeles, nel quartiere Watts, alla periferia della metropoli, abitato per lo più da afroamericani.

Proprio in questo quartiere, nel giro di trent’anni, realizzerà la sua opera d’arte che lo ha reso celebre, frutto di ingegno, follia e creatività.

Sabato Rodia e le Watts Tower

Sabato Rodia

Con l’aiuto della gente del posto, che gli forniva materiali di risulta, Rodia costruì quello che è passato alla storia come il complesso delle Watts Tower, delle strane torri, alcune delle quali alte anche 30 metri, realizzate con pezzi di vetro, metallo, conchiglie e, soprattutto, senza nemmeno un punto di giuntura.

Un monumento che, come ebbe modo di dire, gli ricordava i covoni che, da bambino, lo avevano attratto nelle campagne della natia Serino e che Sabato Samuel Rodia aveva battezzato con il nome di Nuestro Pueblo.

Ma anche un monumento per dare lustro, a suo modo, ad una zona di Los Angeles povera e degradata, che faceva da contraltare alle luci e ai fasti di Hollywood.

Un’opera architettonica che, al pari della personalità sopra le righe dell’italiano che rifuggiva Little Italy, attirò l’attenzione dei Beatles al punto tale da considerarlo meritevole di figurare, nella loro opera, al fianco di veri mostri sacri della storia, della politica, dell’arte e della musica, come quel Bob Dylan al quale, nella copertina di Sgt Pepper’s, Rodia sembra quasi appoggiarsi con aria sognante.

Quella del sogno americano di un irpino sui generis.

La storia di Leonarda Cianciulli: la “saponificatrice di Correggio” nata a Montella.

La macabra storia della serial killer italiana Leonarda Cianciulli da Montella ha ispirato film, pièce teatrali, canzoni e pagine di letteratura, come “La Cianciulli e l’Ermellina” contenuta nella raccolta “Fuori e dentro il Borgo” di Luciano Ligabue.

Classe 1894, è passata alla storia, non a caso, come la “saponificatrice di Correggio”, proprio per quella sua macabra attitudine a far sparire le tracce dei suoi omicidi.

Per quella naturalezza disarmante nell’infierire sui corpi delle sue vittime, che utilizzava ancora caldi per preparare saponi e fragranti biscotti.

Il Matrimonio

Leonarda Cianciulli non aveva avuto un’infanzia facile. Era venuta al mondo a seguito di una violenza subita dalla madre. A 23 anni sposò un impiegato del catasto, Raffaele Pansardi, contro il volere della famiglia.

La maledizione

In quello che le viene attribuito come il suo memoriale, “Confessioni di un’anima amareggiata”, Leonarda Cianciulli racconta di un forte conflitto con la madre, che ne segnerà il suo futuro: “ti sposi, ma perderai tutti i tuoi figli”, così l’avrebbe maledetta la genitrice.

I Figli di Leonarda Cianciulli

Ed, in effetti, quella maledizione sembrò per davvero colpire l’esistenza di Leonarda, che perse addirittura i suoi primi tredici figli! Da Montella, la coppia si trasferì prima a Lauria, nel potentino, e successivamente a Lacedonia, ancora in provincia di Avellino.

Nel 1930, i coniugi Pansardi decidono di lasciare il meridione e si trasferiscono a Correggio, nell’Emilia. Qui Leonarda, che negli anni precedenti aveva dato prova delle sue abilità con truffe, furti e raggiri al punto da beccarsi una condanna scontata nel carcere di Lagonegro, si fece conoscere come persona un po’ sopra le righe, lasciva, ma fondamentalmente affidabile.

In Emilia, la maledizione materna sembra averla abbandonata. Nel frattempo nasce una prima figlia, e poi altri tre. A far ripiombare nell’incubo Leonarda, è lo scoppio della seconda guerra mondiale. Uno dei suoi figli, che si era iscritto all’università a Milano, rischia di essere richiamato alle armi.

La madre comincia a temere per la sua vita.

Qui, accade qualcosa che si impadronisce della mente della Cianciulli.

Memore dei racconti di stregoneria che aveva conosciuto a Montella e a Lauria, Leonarda si convince che c’è un sol modo per salvare il figlio: compiere sacrifici umani.

Le vittime

Le vittime di Leonarda Cianciulli

Tra il 1939 ed il 1941 viene denunciata la scomparsa di tre donne, Faustina Setti, Francesca Soavi e Virginia Caccioppo.

Le indagini, un po’ alla volta, portano a stringere il cerchio intorno a Leonarda Cianciulli, che con le tre aveva intrattenuto rapporti di amicizia.

L’arresto

Alla fine, incalzata dal commissario Serao, cui erano state affidate le indagini, Leonarda confessa.

E le sue parole appaiono subito sconcertanti. Per la naturalezza nel raccontare, con dovizia di particolari, di corpi fatti a pezzi e bolliti nel pentolone con soda caustica e allume di rocca per farne saponi, di sangue cotto al forno con latte e cioccolato e trasformati in biscotti fatti mangiare ai figli, nell’estremo tentativo di salvarli da un destino che, nella sua mente ormai corrosa dalla follia, sarebbe stato altrimenti segnato.

La condanna

La serial killer italiana, Leonarda Cianciulli, fu condannata a 30 anni di carcere e a 3 anni di ricovero in manicomio criminale.

In realtà, rimase per 24 anni nel manicomio di Pozzuoli, dove morì nel 1970.

Gli strumenti utilizzati per uccidere e per smembrare i corpi delle sue vittime sono conservati nel Museo Criminologico di Roma.

La storia di Raffaele Minichiello, il rambo irpino che dirottò un aereo.

E’ il 1963, l’Italia si avvia a conoscere il boom economico ma al meridione la sofferenza è ancora tanta. Si fa fatica a sopravvivere e poi, di mezzo ci si mette anche la terra, che da un anno trema e fa paura.

Il ricorso all’emigrazione e al sogno americano è per tanti ancora una possibilità. Da Melito Irpino, alla ricerca di stabilità, parte la famiglia Minichiello, con tanti sogni e pochi soldi.

Ralph Minichiello in USA: in viaggio da Melito Irpino a Seattle.

Raffaele è poco più di un bambino e non parla una sola parola di inglese. E’ soprattutto per lui che il padre ha scelto Seattle come luogo in cui provare a dargli una chance.

E la chance, per un giovane prestante fisicamente, in quegli anni significa arruolarsi.

Raffaele, il giovane italiano che tutti chiamano Ralph, si arruola nei marine ad appena 17 anni, forte soprattutto della sua abilità con i motori.

Da Seattle al Vietnam.

Ed appena diciottenne si ritrova a sporcarsi le mani su uno dei fronti più sporchi e drammatici della storia americana: il Vietnam.

Qui conosce la violenza e la sofferenza, impara a stanare i nemici ma soprattutto a guardarsi dai falsi amici.

Respira una terra che sa di sangue e di morte, ma la sua energia lo porta a non farsi sopraffare dalla paura.

Come la stragrande maggioranza dei giovani che hanno vissuto in prima linea il Vietnam, Ralph Minichiello rientra negli States provato ed incattivito.

Ne ha viste (e fatte) di ogni genere. E basta davvero poco per farlo infervorare e scaricare la rabbia accumulata durante gli appostamenti e gli agguati ai Vietcong.

A cambiare per sempre la sua vita un episodio apparentemente banale.

Dalla sua diaria spariscono 200 dollari. Ralph vive il fatto come un affronto: devasta lo spaccio della caserma per riprendersi ciò che gli spettava.

Il gesto gli costa una denuncia davanti alla corte marziale. Per Ralph si avvicina la fine del sogno americano.

Ma per uno che ha conosciuto la vera sofferenza non può finire così, non può darla vinta a chi lo ha sfruttato, mandato quasi a morire per poi considerarlo un nemico.

Il 28 ottobre del 1969, il giorno prima di finire davanti alla corte, Ralph decide che non può darla vinta a chi ormai considera un nemico.

Il Dirottamento Aereo

Sale a bordo di un Boeing 707 della compagnia Twa diretto a San Francisco. E qui comincia quello che è passato alla storia come il primo dirottamento di un volo intercontinentale.

Armato di fucile, l’ex marine irpino costringe i piloti a far rotta su Denver.

Un primo rifornimento, la liberazione di tutti i passeggeri e, poi, direzione New York. Qui, con le teste di cuoio già pronte a fare irruzione a bordo, Ralph chiede di avere a disposizione due piloti in grado di percorrere una rotta intercontinentale. Con la minaccia di far fuori l’equipaggio, riesce ad evitare l’intervento dei corpi speciali.

L’aereo decolla nuovamente, questa volta per far rotta su Roma anche se, in un primo momento, per sviare i controlli, fa dichiarare alla torre di controllo che sia Il Cairo il suo vero obiettivo.

Quello che accade durante il volo, che fa scalo prima nel Maine e poi in Irlanda, con il tempo si ammanta di leggenda. Il suo fascino fa colpo su una hostess,Tracey Coleman, con la quale nelle ore del volo instaura un rapporto platonico.

Ha un obiettivo Ralph: tornare in Irpinia, precisamente a Grottaminarda, dove vuol reincontrare Rosalia, il suo primo amore di gioventù.

L’atterraggio a Roma e la Fuga.

A Roma, ad attendere l’aereo con il dirottatore c’è una Giulietta, espressamente richiesta da Minichiello. Sempre sotto la minaccia delle armi, prende in ostaggio un funzionario di polizia e fugge.

Dopo pochi chilometri, però, decide che è giunto il momento di far perdere le tracce. E, così, abbandona l’auto in aperta campagna ed a piedi raggiunge la chiesa del Divino Amore, alle porte di Roma.

L’Arresto.

Qui, viene riconosciuto da un sacerdote, che allerta le forze dell’ordine, ponendo fine alla più lunga fuga della storia.

Ammanettato, Ralph Minichiello, in mondovisione, si limitò a dire poche parole: N’agg’ fatto niente!

Per la sua “impresa” fu condannato a sette anni (mai estradato nonostante la richiesta degli Usa) ma in carcere rimase solo 18 mesi. Era difeso dal principe del foro napoletano, Vincenzo Maria Siniscalchi che si appassionò al suo caso.

Un personaggio divenuto leggendario (i rotocalchi dell’epoca lo coprirono d’oro per avere interviste in esclusiva), che ha poi vissuto tra Roma e Napoli, e che secondo i più fu il vero ispiratore di David Morrell e del suo Rambo di First Blood.

In libreria arriva ” Il marine” il Libro di Pier Luigi Vercesi

La storia di Raffaele Minichiello è divenuta un bel libro di Pier Luigi Vercesi, giornalista del Corriere della Sera. In 252 pagine, Vercesi racconta le gesta del dirottatore venuto dall’Irpinia toccando diversi temi: dal fenomeno dell’emigrazione alla generazione americana figlia degli anni del Vietnam.

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Carmen Criscitiello: il ruolo dell’oncologo nella diagnosi del tumore al seno.

Nel 2017 sono stati circa 50.000 i nuovi casi di tumore al seno fatti registrare in Italia, in costante crescita rispetto al passato, ma allo stesso tempo si innalza il tasso di sopravvivenza, grazie alle azioni di prevenzione e allo sviluppo di nuovi farmaci e di terapie più adeguate di un tempo.

Ciò che sembrava impossibile da affrontare, dunque, oggi fa meno paura. Così come l’invasività degli interventi si riduce a favore di terapie studiate ad hoc sulle specifiche esigenze del caso grazie al progresso della medicina e della ricerca.

Un ruolo fondamentale in questo senso è svolto dalla figura del medico oncologo, specializzato nello studio e nel trattamento delle neoplasie.

Abbiamo ascoltato la dottoressa Carmen Criscitiello raggiungendola telefonicamente a Milano, dove opera dal 2011 presso l’IEO – Istituto Europeo di Oncologia nel ruolo di Dirigente Medico con Incarico di Alta Specializzazione – Sviluppo di Nuovi Farmaci per Terapie Innovative.

Avellinese, classe 1980, si è laureata nel 2005 in Medicina e Chirurgia presso l’Università Federico II di Napoli, specializzata nel 2010 in Oncologia Medica presso la medesima università, e conseguito nel 2013 il dottorato di ricerca in Oncologia Medica e Chirurgica e Immunologia Clinica presso la Seconda Università degli Studi di Napoli discutendo una tesi sui fattori associati alla scelta chirurgica dopo terapia neoadiuvante nelle pazienti con tumore mammario HER2-positivo trattate nell’ambito dello studio clinico di fase NeoALTTO.

Dottoressa Criscitiello, come si sviluppano i tumori mammari?

<<Nel 95% circa dei casi si tratta di eventi di natura sporadica, ovvero accadono per caso. In circa il 5% assistiamo alla presenza di componente genetica o ereditaria. Sicuramente è difficile prevenire in maniera totale, ma con le dovute accortezze, sia legate ai controlli sia legate allo stile di vita, è possibile prevenire un gran numero di avvenimenti negativi>>.

Cosa è possibile consigliare alle donne in merito al corretto stile di vita?

<<La sedentarietà è sempre negativa. Sono consigliati circa 30 minuti di movimento fisico al giorno, che può essere anche raggiungere a piedi il posto di lavoro oppure fare sempre le scale evitando di prendere l’ascensore.

Importante anche l’aspetto legato all’alimentazione, ottimale seguire il regime mediterraneo, che prevede un largo consumo di frutta e verdura.

Carne sì ma possibilmente bianca e in minor quantità rossa (per la quale si raccomandano non oltre 500g settimanali). Evitare un consumo eccessivo di insaccati e di salumi, e di alcol sono ulteriori pratiche preventive del tumore alla mammella.

L’arma senza dubbio in più è la giusta prevenzione: c’è la primaria, che passa appunto attraverso gli stili di vita sani volti a evitare l’accadimento della malattia, e poi la secondaria, quella ovvero dello screening annuale che consente una diagnosi precoce>>.

Si assiste a differenze sostanziali a livello territoriale tra Nord e Sud dell’Italia relativamente all’incidenza della malattia?

<<Partendo dal presupposto che in Italia troviamo dati simili a quelli degli altri Paesi europei – le differenze a livello statistico sono solo con i Paesi sottosviluppati, che presentano numeri molto più importanti – si può affermare che la situazione a livello territoriale è pressoché livellata su tutto il Paese.

La differenza infatti non è tanto quella territoriale, ma è dovuta soprattutto al momento in cui il tumore viene diagnosticato.

Attualmente assistiamo a circa 50.000 nuovi casi di tumori mammari l’anno ma, ciò che rincuora e che dà speranza, è che all’aumentare dei nuovi casi si riduce la mortalità>>.

Ciò che risulta fondamentale, dunque, è una diagnosi precoce. Come fare?

<<La differenza in questo senso la possono fare i Centri di Riferimento, ovvero quelli dotati di Breast Unit, che altro non sono che centri di senologia multidisciplinare.

Questo aspetto della multidisciplinarietà, infatti, è senza dubbio una garanzia in più per avere la certezza di essere seguiti da un team di specialisti, un’opportunità nella direzione di cure e assistenza totalizzante.

Si attestano infatti prognosi migliori per quei pazienti indirizzati ai centri di riferimento presenti sul territorio>>.

Qual è il ruolo dell’oncologo nell’affrontare un tumore mammario?

<<Potremmo definirlo il regista nella storia del paziente, colui che tiene le fila di tutto, stabilendo il timing migliore. L’optimum sarebbe che sia presente già a partire dalla diagnosi, così da stabilire insieme al team di specialisti le cure migliori per il singolo caso>>.

Come detto, allo stato attuale sono aumentate le possibilità di guarigione. Parliamo di terapie e delle nuove frontiere della ricerca.

<<E’ grazie alla ricerca che l’armamentario a disposizione degli oncologi è sempre più fornito.

I nuovi farmaci vengono sviluppati in situazione metastatica, nella maggior parte dei casi si incomincia con il paziente metastatico per poterne osservare i benefici, la tollerabilità, l’eventuale tossicità, per comprenderne livelli di sopravvivenza e reazioni.

Se tutto va bene, si prosegue con gli altri soggetti>>.

Che tipo di farmaci sono presenti sul mercato?

<<<Attualmente abbiamo a disposizione tantissimi farmaci, differenti per tipologia e gravità. Si parla sempre infatti di “tumore mammario” in forma generica, ma abbiamo diversi sottotipi di tumore mammario, con prognosi e trattamenti differenti.

I sottogruppi molecolari possono essere grossolanamente definiti in base allo stato dei recettori ormonali (HR) e all’espressione del gene HER2: Luminali (HR + / HER2-), HER2-positivo (HER2 +) e triplo negativo (HR -/HER2-).

A ognuno corrispondono azioni mirate diverse e diverse aspettative di guarigione>>.

Quanto è importante il fattore psicologico nell’affrontare un tumore?

<<Oggi le terapie sono molto buone e il tasso di sopravvivenza è enormemente cresciuto. Non dimentichiamo però l’importanza di un corretto supporto anche psicologico in queste pazienti, visto il delicato argomento in questione che va a intaccare proprio la femminilità di una donna.

Esiste infatti la figura dello psiconcologo, che si occupa specificamente delle conseguenze psicologiche provocate da un tumore>>.

Rapporto medico-paziente: quale valore aggiunto?

<<Siamo tutti esseri umani, noi medici e i nostri pazienti, quindi è normale poter soffrire di simpatie o antipatie.

E io ritengo che, visto l’importantissimo percorso che si va a intraprendere fianco a fianco, è necessario che il paziente scelga in maniera attenta il suo medico.

Ma in ogni caso è fondamentale instaurare un rapporto di fiducia. Non assistiamo più alla figura dell’oncologo che impone una terapia come accadeva un tempo.

Oggi è fondamentale condividere le decisioni con il paziente.

Personalmente, infatti, invito le mie pazienti a pormi domande, ad aprirsi con i propri dubbi, in modo da fornire risposte ragionate e serie che vadano a diradare paure e confusioni.

In questo senso dico infatti di diffidare da risposte troppo semplicistiche e che magari non corrispondono a verità nel proprio caso specifico, come può accadere navigando con superficialità sul web>>.

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  • La storia della Chef Antonella Iandolo e della sua malattia ” Devo tanto alle persone che mi circondano del loro affetto quotidiano, non lasciandomi mai sola, e devo tanto anche ad alcuni medici come l’oncologo dott. Mario Giuliano che ho incontrato sul mio percorso, che hanno unito la professionalità all’umanità non sempre riscontrabile, come la mia bravissima oncologa, dottoressa Carmen Criscitiello, che mi segue incitandomi sempre”.

La storia di Mario Zamma, tanta gavetta prima del successo.

Quella di Mario Zamma, al secolo Mario Lomazzo da Sorbo Serpico, è la storia di un artista vero, di un ragazzino che ha saputo inseguire i suoi sogni fino a raggiungerli.

Grazie ad un talento innato, esploso sin da quando era  un bambino.

Mario, quando hai cominciato a dare spettacolo?

“A 5 anni ero già un piccolo fenomeno della canzone. D’altronde, non poteva essere diversamente, con la presenza in casa di tre fratelli maggiori, Carmelo, Pino e Leonardo, protagonisti delle serate in città con la loro band “La nuova sensazione”. In quegli anni partecipai a tutti i festival canori della provincia di Avellino, incantando il pubblico e cantando canzoni considerate da grande”.

La scelta di iscriverti al Conservatorio “Cimarosa” fu quindi quasi obbligata?

“In un certo senso si. Con il pianoforte, però, ci sapevo fare. E fu proprio in quegli anni che scoprii e alimentai il mio lato ironico.

Al Conservatorio mi divertivo a sbeffeggiare ed imitare qualche insegnante. E quella vena caricaturale faceva sorridere un po’ tutti. Furono Maurizio Pietrantonio e Carmelo Columbro (attuale direttore del “Cimarosa”, ndr) a convincermi che, oltre la musica, avevo altre doti”.

Che la televisione scoprì presto.

“Il primo a darmi una chance fu Lello Bersani, nella trasmissione televisiva “Prisma, settimanale dello spettacolo”.

In quella occasione  fui notato da un agente che mi inserì come nuova talento del cabaret in una tournée realizzata con una rivista dell’epoca, Ragazza In. Insieme a me, c’erano Stefano Sani e Manuel Frangio”.

Le imitazioni diventano il trampolino di lancio di Mario.

E poi?

“Nel 1986 partecipai a Fantastico, con Pippo Baudo, che mi volle anche a Serata d’onore dove, una sera, duettai cantando con l’”originale” Eros Ramazzotti.

L’anno dopo, l’incontro con uno dei mostri sacri della recitazione e della comicità italiana, Gino Bramieri, che mi cooptò nel cast del GB Show, in onda su Canale 5″.

L’imitazione di Ciriaco De Mita

A un irpino, Ciriaco De Mita, devi la tua popolarità. Fu grazie alla sua imitazione che entrasti nelle case di tutti gli italiani.

“Era il 1987 e segretario della Democrazia Cristiana, il principale partito politico italiano dell’epoca, era Ciriaco De MitaLa sua imitazione divenne un cult. Al punto che Pier Francesco Pingitore mi introdusse nella famiglia del Bagaglino, con la quale son rimasto per trent’anni. 

Sono stati anni di gloria e di successi, tra televisione e teatro, al fianco di mostri sacri come Oreste Lionello e Pippo Franco oltre alle tante bellissime donne protagoniste della rivista per eccellenza”.

Se l’arte dell’imitazione ti ha dato il successo e la notorietà, quella della caratterizzazione ti sta regalando ore le soddisfazioni forse maggiori da un punto di vista meramente artistico. E’ così?

“In qualche modo si. L’imitazione è bella, fa sorridere, ma quando inventi un personaggio è come se intervenisse un’altra parte di te”.

Il progetto  teatrale “Sbussolati”

In questa seconda fase del tuo percorso artistico, proprio quando hai deciso di metterti in discussione, ecco che sul tuo cammino irrompe un altro volto noto del mondo dello spettacolo con natali irpini: Nicola Canonico. 

“Mi ha proposto di fare una bellissima commedia insieme. Un progetto interessante, grazie al quale è nato un bel gruppo di lavoro, insieme a Nicola e a Roberto D’Alessandro, coautore della bellissima commedia “Sbussolati” con la quale abbiamo girato l’Italia. 

Abbiamo cercato di fare spettacolo che non fosse solo uno spettacolo comico. La comicità è figlia del dramma. Si ride tanto perché ci sono situazioni tragiche. Ho voluto fare uno spettacolo di discussione, veicolando un pensiero nel quale chi ascolta si riconosca e provi a riflettere. Sbussolati in fondo parla del disorientamento della società di oggi. E’ una storia d’amore raccontata al contrario, uno spaccato dell’Italia (e non solo) contemporanea”.

Ritorni a “casa” su un palcoscenico. Che però non è quello del teatro “Gesualdo”.

“Pur venendo di rado ad Avellino, conosco le vicende del Gesualdo. Una città defraudata e privata di un luogo deputato all’arte è una città monca”. 

 

E’ la campana Inès Trocchia la playmate di ottobre su Playboy

Per il numero commemorativo della scomparsa del suo fondatore, Hugh Hefner, l’edizione di ottobre di Playboy Portogallo lancia in copertina la campana Inès Trocchia, dedicandole al suo interno un servizio fotografico di 16 pagine.

Non solo modella, non solo volto noto di alcune delle più prestigiose emittenti televisive nazionali, non solo playmate: la giovane Inès Trocchia, originaria di Nola, residente in provincia di Avellino e da tre anni e mezzo spostatasi a Milano, vive il mondo dei riflettori a 360°.

Volto Noto in TV

Dopo shooting fotografici, campagne pubblicitarie e ed esperienze in diversi settori, in estate l’abbiamo vista impegnata prima su SportItalia dell’irpino Michele Criscitiello, poi su Rai Sport (in entrambi i casi in trasmissioni sul calcio mercato), dove prosegue la sua esperienza nel programma “In zona 11” con la rubrica “Spy Sport”.

Attualmente continua gli studi per lavorare in campo televisivo e cinematografico, impegnandosi a tutto tondo nel mondo patinato dello spettacolo.

La Copertina su Playboy

Raggiunta telefonicamente, ci parla in modo particolare della sua recente esperienza come volto di una delle riviste che ha fatto più scalpore di tutti i tempi, tra arte e sensualità: Playboy.

<<La rivista è uscita nelle edicole portoghesi ieri, ma è acquistabile online in tutto il mondo – ci spiega la Trocchia – Si tratta dell’edizione del mese di ottobre che il Portogallo ha redatto per ricordare la figura dell’editore Hefner, mancato di recente all’età di 91 anni>>.

Com’è stato posare per un numero storico come questo?

<<E’ stata una bellissima soddisfazione, mi reputo onorata di essere stata scelta per rappresentare un’uscita tanto importante, nonostante la tristezza per il doloroso decesso. La cover e le 16 pagine che mi sono state dedicate rappresentano un ulteriore motivo di orgoglio per me che, nonostante la giovane età, faccio il lavoro di modella e fotomodella con grande passione da diversi anni>>.

Nel numero appari senza veli. E’ stato imbarazzante ?

<<Non è questa la mia prima esperienza con Playboy (sono apparsa già su cinque Playboy diversi), ma effettivamente questa è stata la prima volta con pose fotografiche più esplicite. Posso dire che non ho sofferto la situazione e il tutto è avvenuto in maniera molto naturale. A partire dalla bravissima fotografa Ana Dias, una persona squisita, che mi ha messo a mio agio creando un set altamente professionale, con un clima divertente e piacevole. È proprio questa la discriminante, ritengo: la professionalità. In set così importanti i fotografi sono talmente professionali da evitare inutili imbarazzi. La fotografia e l’anatomia del corpo sono arte da comunicare nella maniera più empatica ed esteticamente gradevole>>.

L’altro lato della medaglia, però, è il fatto che spogliarsi può portare con sé qualche critica. Tu come hai vissuto questo aspetto, se si è presentato?

<<Non parlo solo a titolo personale, ma per tutte le donne che svolgono professioni che le mettono molto in mostra. A chi spara sentenze in questa direzione direi di riflettere un attimo su quante donne importanti, icone di tutti i tempi, da Marylin Monroe a Kate Moss a Cindy Crawford, siano comparse su una rivista come Playboy piuttosto che abbiano mostrato sé stesse dimostrando al contempo il loro valore in tante altre specialità e situazioni della vita. Reputo questa gente che accusa senza cognizione di causa “ignorante”, poiché ritengo che non si veda da ciò il rispetto e il pudore di una donna. Il nudo artistico è storico, nasce nella notte dei tempi, e mi risulta strano che se ne debba ancora parlare con tanto clamore nel 2017>>.

Quindi non ti senti “mercificata”?

<<Assolutamente no. Al massimo direi “emancipata”, di fare ciò che mi piace e mi appassiona>>.

Per concludere, giudichi la bellezza di una donna un’arma o una zavorra?

<<Essere apprezzati per le proprie forme estetiche è senza dubbio una cosa piacevole, ma purtroppo ci sono ancora molti pregiudizi e in molti ambienti vige ancora il binomio: bella uguale stupida. La bellezza diventa così una colpa, perché ci si ferma alle doti fisiche e non si arriva al contenuto. Per cui bisogna sempre lottare per dimostrare cosa c’è oltre lo stereotipo. E questo si fa continuando a studiare sempre e a impegnarsi duramente: nonostante dall’esterno si vedano soltanto aspetti positivi, il lavoro legato al mondo dello spettacolo in generale è di per sé molto duro e richiede costanza, passione e impegno>>.

Il mondo dell’enologia irpina piange Antoine Gaita

Antoine Gaita, Villa Diamante e i suoi bianchi d’autore. Una storia che unisce passione, emozione e amore per un territorio, l’Irpinia.

Si è scritto tanto su di lui, sempre molto bene e a piena ragione. Il mondo dell’enologia irpina e non solo ha da subito adorato il suo Fiano di Avellino corredato da un’eccezionale ricchezza di aromi e sentori.

Tanto da renderlo uno dei più grandi interpreti di questo maestoso vitigno, elegante e longevo. “Il Signore del Fiano di Avellino”, “il più grande solista del Fiano di Avellino”, ecco come è sempre stato definito dalla stampa enologica come pure dalla gente comune Antoine Gaita, titolare di Villa Diamante, la cui prematura scomparsa ha destato diffusa emozione.

Chi lo ha conosciuto di persona ne ha ricordato l’instancabile e sincero attaccamento verso lo sconfinato universo dei vini, il suo essere pienamente un “vigneron-artigiano”, la voglia continua di mettersi in gioco valicando nuovi confini.

Una storia ricca di fascino la sua, che vale la pena ricordare perché dimostrazione di come la volontà e la passione vera consentano di raggiungere ambiti traguardi.

Nato e cresciuto in Belgio da una famiglia di emigranti irpini, ha iniziato lì a muovere i primi passi nel mondo del vino, educando il proprio palato soprattutto alla cultura enologica di stampo francese.

Poi il rientro in Italia, nella sua terra d’origine, avvenuto insieme a quello di Diamante, anche lei figlia di emigranti, divenuta poi sua moglie.

Risale al 1997 la decisione di aprire insieme una cantina “casalinga” in contrada Toppole nel territorio di Montefredane, poi divenuta la celebre azienda vitivinicola Villa Diamante.

Una bella e genuina realtà ispirata alla produzione biologica, che da subito si è saputa ritagliare uno proprio spazio e una propria considerazione.

E che ha raggiunto i circa quattro ettari di vigneto condotti in regime biologico certificato fin dal 2003, da cui hanno preso forma e sostanza dei bianchi apprezzati e riconosciuti da estimatori di vino e critica.

Soprattutto l’etichetta più nota e amata, il Fiano di Avellino Vigna della Congregazione, tra i primi cru irpini concepiti “alla maniera francese”.

E di cui già le prime annate 1997 e 1998 rappresentano ancora oggi egregia dimostrazione di freschezza ed energia, entrando a pieno titolo tra i più apprezzati vini Fiano di Avellino di sempre.

La rivoluzione dei suoi vini si lega proprio all’allungamento dei tempi di uscita del bianco, un anno dopo la vendemmia, esaltandone così, contro le tradizionali logiche, longevità e durata.

Profonda sensibilità unita a una buona dose di studio e sperimentazione hanno ispirato l’operato di Antoine Gaita, la cui storia sarà eternamente raccontata attraverso le sue bottiglie.

(Nella foto Antoine Gaita con la camicia a quadri è in compagnia dei vertici dell’AIS di Avellino Annito Abate, Franco Notarianni e Sabatino Randazzo durante un evento Slow Food)

Inès Trocchia, è nata una top model campana.

Una giovane modella campana dalle grandi ambizioni, che in meno di un anno è riuscita a farsi conoscere anche a livello nazionale con una bellezza che traspare in ogni scatto.

Una storia che racconta di sogni e di passione, quella per il mondo del fashion in tutte le sue forme.

La protagonista è Inès Trocchia, originaria di Nola ma residente in provincia di Avellino, 18 anni e tanto entusiasmo.

Una carriera nel mondo della moda iniziata quasi per caso, che la porta oggi a volare alto per concretizzare quelli che sono i suoi “sogni nel cassetto”.

<<E’ stato lo stilista napoletano Luigi Gaglione a puntare su di me dal principio – ci spiega Inès. Vedendo alcuni miei scatti (amatoriali) su Facebook ha creduto nelle mie potenzialità da fotomodella e, contattatami, è nata una collaborazione. Da lì ha preso il via la mia carriera nella moda, che rappresenta la più grande passione della mia vita, grazie a un portfolio fotografico sempre più ricco di scatti con numerosi fotografi del settore. Una grande possibilità per viaggiare e per aprirsi a nuovi orizzonti>>.

Una passione per la moda, dicevamo, molto forte, che è sempre esistita nella vita di Inès e che non è scaturita da qualche ragione particolare.

<<Ripensando alla mia infanzia posso dire di essere stata un vero maschiaccio. Capelli corti, gite con i  miei genitori in montagna a raccogliere funghi oppure a pesca. Ma ritengo che la moda abbia sempre fatto parte di me, credo di averla nel sangue. Intorno ai 13 anni è uscita fuori la mia vera natura, l’inclinazione naturale. Da lì piano piano ho iniziato ad assumere consapevolezza di me stessa. Oggi sono iscritta al corso di Design per la moda presso la Seconda Università di Napoli, in quanto amo questo mondo a 360° e ho voglia di scoprirlo e studiarlo in tutte le sue sfaccettature>>.

E oggi, a soli 18 anni, la Trocchia vanta note collaborazioni come testimonial di linee di moda, look book  e copertine di riviste patinate, in attesa di realizzare progetti personali:

<<Un mio sogno, quasi in fase di realizzazione, è quello di lanciare una mia linea di borse, per la quale sono stilista avendone disegnato i modelli. Mentre un sogno, ancora nel cassetto, è quello di poter scrivere per una rivista di moda, sarebbe magnifico!>>.

E, parlando di moda e ciò che vi ruota intorno, che non sempre ha risvolti positivi, è utile parlare anche di stereotipi e limiti che talvolta possono essere superati:

<<I miei punti di riferimento, i miei modelli, sono Cocò Rocha e Kate Moss. La prima, una musa per me, ha anche il merito di essere stata tra le poche ad aver parlato di anoressia nel mondo della moda, la seconda perché, come me, non è troppo alta per essere una modella (1.70m) e nonostante ciò, nonostante i soliti modelli imposti, è divenuta icona di stile, personaggio dal fascino immortale. Per stare in forma è importante l’attività fisica (io ad esempio pratico abitualmente il nuoto) ma è necessario mangiare e nutrirsi. 

Adoro la lasagna, il kebab, il roast-beef. E soprattutto è indispensabile, in questo mondo, rimanere con i piedi per terra. In questo mi aiutano la mia splendida famiglia e il mio fidanzato>>.

Le foto di questo articolo sono di Roberto Iodice, Errico Fabio Russo, Pino Amabile, Elia Vaccaro e Veronika Orlova e ci sono state fornite da Inès

HS Company compie gli anni e Michele Gubitosa annuncia un nuovo software

Durante l’annuale meeting con tutti i suoi dipendenti, nella suggestiva cornice storica del Castello della Leonessa di Montemiletto, la HS Company di Michele Gubitosa, oltre a festeggiare i suoi primi 16 anni di attività, ha lanciato il suo nuovo software di condivisione, Eva.

Leader nella realizzazione e nell’assistenza di sistemi innovativi nell’ambito delle ICT (Information and Communication Technology), tra i cui clienti annovera gruppi bancari, postali, società di trasporti, catene di supermercati, la società facente capo all’imprenditore irpino ha radunato quest’anno tutti i componenti della sua grande famiglia, circa 200, proprio a Montemiletto, nella terra dove è nata e si è sviluppata.

Una grande famiglia, appunto, così come l’ha voluta definire lo stesso Gubitosa dando il benvenuto agli intervenuti e ringraziandoli per la partecipazione e per l’impegno profuso quotidianamente nello svolgimento del proprio lavoro.

E’ proprio grazie a un forte spirito di squadra, alla motivazione e alla passione che l’azienda irpina è riuscita a consolidare la propria posizione sul mercato riuscendo a difendere il proprio patrimonio di dipendenti e collaboratori e, allo stesso tempo, ad assumerne di nuovi. Un’eccellenza dell’imprenditoria made in Italy, dell’Irpinia in modo particolare, che sta riuscendo a far fronte alla crisi creando anche nuovi prodotti, tanto innovativi quanto ambiziosi.

Come “Eva”, il nuovo software di condivisione di casa HS, che permette alle aziende di comunicare con i propri collaboratori e, allo stesso tempo, fornisce loro la possibilità di interscambio reciproco, per incrementare il flusso di esperienze e i risultati dei propri lavori svolti.

Un sistema in cui ogni aspetto della propria attività lavorativa (anche di tipo amministrativo) è partecipato, in un’ottica di ottimizzazione delle risorse economiche e condivisione delle conoscenze per accrescere il know how a vantaggio del gruppo.

Uno spazio virtuale per lo scambio, il dialogo, l’archiviazione finalizzati alla condivisione e alla coordinazione delle attività. Il software sarà presto lanciato sul mercato per venire incontro alle esigenze di aziende e strutture organizzate con più filiali o collaboratori.

Massimo Moschella: ecco i gioielli per l’Estate

Le ultime novità in fatto di gioielli? L’imperativo di questa stagione sono le dimensioni maxi. Unite ai colori rappresentano il mix perfetto per scegliere e indossare con un successo assicurato tutti gli accessori del proprio abbigliamento, che siano essi importanti articoli di gioielleria oppure pratici bijoux da cambiare in ogni occasione.

Sulla scia delle passerelle di Milano Moda Donna, i gioielli per la nuova stagione sono rappresentati da enormi pendenti, orecchini e bracciali formato maxi che illuminano e arricchiscono senza dubbio gli outfit di ogni donna.

<<In estate la donna si veste meno e compensa indossando accessori più grandi>> – commenta Massimo Moschella, proprietario insieme al fratello Giuseppe della storica Gioielleria Moschella di Avellino. <<Sono molto richiesti orecchini, collane e anelli dalle forme grandi in argento arricchiti con smalti colorati su cui spicca la tonalità verde smeraldo, estiva e briosa. Riscuote molto interesse anche la linea lanciata da Stroili dalle forme e dai colori arabeggianti, Marrakech, che propone oggetti grandi ma allo stesso tempo pieni di eleganza>>.

Ma la primavera/estate è anche il periodo dei matrimoni, quindi come dimenticare il fenomeno stagionale dei gioielli per gli sposi?

<<Stiamo assistendo a una forte richiesta di tutto ciò che si lega a questo lieto evento – continua Moschella – dalle fedi classiche in oro giallo, a quelle più ricercate e personalizzabili a proprio gusto. Immancabili i preziosi da regalare alla sposa, in oro con diamanti, da indossare nel giorno delle nozze, dalle forme delicate e raffinate>>.

Parlando invece di “fenomeni” di questo periodo, quali sono i bijoux che fanno tendenza?

<<Pandora è sempre sulla cresta dell’onda e la sua linea primavera/estate ne è la prova. Essa  mostra la bellezza di un mondo ispirato allo stile orientale dei fiori di ciliegio e alle fiabe incantate con una sempre più ricca gamma di charm, orecchini, pendenti, anelli in argento o in oro che valorizzano il lato romantico dell’universo femminile, con i quali ogni donna può raccontare la propria storia. Legati alla stagione anche i gioielli Le Bebè, uno dei regali più desiderati dalle mamme. Infine – conclude Moschella – richiestissimi i bracciali con ciondolo che rappresenta l’iniziale del proprio nome proposti da Fuococapri, ottima soluzione per regalare un bell’oggetto a costi contenuti>>.