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Da New York a Los Angeles, quando il ristorante si chiama “Avellino’s”.

Lou Dirienzo, Mike Soriano, Gita Giovannello, Angelo Marra: nomi, volti, esperienze che in comune hanno una valigia piena di sogni, chiusa in Irpinia nel secolo scorso per cercar fortuna oltre Oceano, in quell’America che, al di là dei tentativi maldestri del nuovo presidente, resterà sempre la patria dell’accoglienza, la terra del sogno americano, che non è solo il sogno degli Americani.

Lou Dirienzo, Mike Soriano, Gita Giovannello, Angelo Marra: sono solo alcuni dei figli dell’Irpinia approdati sulla East Coast in cerca di fortuna.

Una fortuna che, nel loro caso e in quello di tanti altri, si è concretizzata.

Nel nome del gusto e di Avellino.

Avellino’s pizzeria brook haven

Forse non tutti sanno che da New York al New Jersey, da Los Angeles a San Francisco, alcuni dei più ricercati e rinomati ristoranti statunitensi sono stati aperti e sono tuttora gestiti da avellinesi trapiantati negli States, avellinesi che non hanno mai dimenticato le proprie origini e che hanno voluto cristallizzare le stesse nell’insegna della propria attività.

Ecco, allora, che è proprio Avellino’s è uno dei brand più diffusi in America in tema di ristorazione.

Lou Dirienzo di pizzerie dedicate alla sua terra d’origine, ne ha aperte addirittura due.

La prima a Decatur, stato della Georgia. Un ristorante in cui ha portato la tradizione di famiglia e la ricerca della qualità made in Italy.

Il successo lo ha fatto sbarcare anche a New York, a Long Island, nella città di Brookhaven, dove il suo menù a base di pizza e pasta è un vero cult per i tanti irpini (e italiani in genere) residenti da quelle parti.

A New York, Dirienzo non è il solo a tenere alto il nome dell’Irpinia in materia gastronomica.

A Garden City, ad esempio, c’è Avellino’s Pizzeria mentre a Hartsdale, altra cittadina dello stato di New York, Avellino Pizza e Pasta sforna ogni giorno succulenti piatti per i suoi avventori.

Il ristorante pizzeria Avellino, nei Queens a New York, dal 1977 è considerato uno dei posti in cui si mangia la miglior pizza della zona.

A Sturbridge, contea di Worcester nello stato del Massachusetts, arrivò anni fa Gita Giovannello, con il suo bagaglio di ricette irpine che ha trasmesso al nipote Rico che nel suo ristorante, chiamato manco a dirlo Avellino, serve i piatti della tradizione irpina a base di funghi, formaggi, salumi in un ambiente che ricalca quello della sua terra d’origine.

Dal 1994 Avellino’s è sinonimo di ottima cucina anche a Fairlfield, la città  nel Connecticut che ha dato i natali alle attrici Meg Ryan e Linda Kozlowski., dove Peter Del Franco accoglie i suoi ospiti a suon di musica italiana e con i suoi manicaretti rigorosamente di origini irpine.

Avellino’s pizzeria decatur

Pizza, pasta and salads sono i must anche di Avellino’s a Desoto County, nel Mississipi, di Avellino’s Pizza a Memphis, di Avellino’s a Dunellen, nel New Jersey, di Avellino’s Pizza&Grill a Dallas, di Avellino Pizza Pasta & Grill ad Harvey, Los Angeles, e della Pizzeria Avellino a San Francisco.

Nel 1990 Angelo Marra aprì il suo Avellino’s Pizza e Grill a East Hannover, nello stato del New Jersey, con un unico obiettivo: servire cibo italiano fatto in casa con prodotti freschi e secondo le ricette che aveva imparato da piccolo ad Avellino.

Avellino’s Italian Restaurant Fairfield

Che è anche l’obiettivo di Mike Soriano che a Blacksburg, in Viriginia, celebra nel suo Avellino i fasti del paese dei suoi genitori.

Parla Avellinese uno dei più noti ristoranti di Helsinki.

Partito dal Rione Corea di Avellino e approdato con successo a Helsinki con il suo ristorante tra i più apprezzati della città, soprattutto per chi ama i sapori tipici della cucina italiana, raggiungiamo tramite collegamento messenger Rubens Malagoli che ci racconta la sua esperienza di avellinese all’estero, tra sacrifici e tante soddisfazioni.

La prima curiosità riguarda il nome che di avellinese non ha nulla. <<Mio nonno era uno scultore di Modena innamorato del pittore fiammingo Rubens. Per quel motivo diede quel nome a mio zio e poi i miei genitori l’hanno trasmesso a me>>.

Quando hai deciso di lasciare l’Italia?

<<Sono andato via a 20 anni. Andai prima in Grecia poi conobbi una ragazza finlandese e così mi trasferii in Finlandia>>.

Cosa ricordi con maggiore piacere di Avellino: qualche aneddoto che ti viene subito in mente?

<<Mi piace ricordare le esperienze in radio, Radio Avellino e Radio Irpinia ad esempio, che ho condiviso con tanti amici. E poi c’è il Rione Corea, un quartiere che era anche una grande famiglia. Mio padre ha combattuto molto per far ricostruire il Rione Corea, impegnandosi attivamente presso il comune>>.

Al ristorante Nerone, Rubens Malagodi con il famoso culturista Ronnie “The King” Coleman

Torni spesso nella tua città natale?

<<Quando c’erano ancora i miei genitori venivo due volte l’anno, un mese ad agosto e un mese a Natale. Ora purtroppo vengo più di rado. Sono sempre molto fiero di essere avellinese, delle mie radici e della mia terra. Ma sto bene qui. Ho due bambine, sono divorziato, ma qui rappresenta uno stato molto comune in quanto le relazioni sono di norma più brevi rispetto al solito. La Finlandia è il Paese in Europa con il tasso maggiore di divorzi. In generale c’è molta più convivenza che matrimoni>>.

Anche attraverso la tua pagina su Facebook è ben chiara la tua passione per il culturismo. Quando e com’è nata?

<<Fin da quando frequentavo la Palestra Cima a via Colombo, quando non se ne parlava ancora molto di questa attività. La passione l’ho avuta da sempre, è di famiglia. Ma è esclusivamente una passione. Conosco bene, infatti, Ronny Coleman, il culturista più famoso al mondo (ben otto volte vincitore del concorso “Olympia”, superando anche Arnold Schwarzenegger che l’ha vinto sette). Viene spesso anche al mio ristorante. Lo ammiro molto come atleta, ma non condivido il troppo agonismo in questa disciplina. Io ora mi alleno circa un paio di ore al giorno, meno che in passato, ma la parte importante per me è lo sport, l’amore naturale per questa attività. Per cui ho sempre sostenuto la lotta alle droghe che spesso caratterizzano questi atleti. C’è un video sulla mia pagina Facebook di cui mi fa piacere parlare. Si tratta di quello in cui arrivo a sollevare ben 800 chilogrammi (un atleta medio arriva ai 250-300 kg). E’ la dimostrazione migliore, anche a livello visivo, di come si possano raggiungere risultati strabilianti in maniera del tutto naturale, dovendo ringraziare solo Madre Natura e l’allenamento fisico>>.

Cosa ti manca dell’Italia?

<<Mi mancano la famiglia sicuramente, la comunicazione, in quanto qui c’è molta più freddezza a livello interpersonale, e poi il cibo, senza dubbio>>.

E il clima?

<<Quello un po’ meno, devo essere sincero. All’inizio è stato un po’ difficile abituarmi (si va sotto zero anche di 30 gradi), ma in poco tempo mi sono ambientato bene. E’ appena finito il periodo di buio, quello un po’ più difficile, ma in generale la percezione del freddo è inferiore a quello che si possa pensare. I locali, ad esempio, hanno la temperatura di circa 21°, e sono tutti, sia i pubblici sia le abitazioni, molto ben isolati e riscaldati. Inoltre qui non c’è umidità, il freddo è secco, per cui paradossalmente sento più freddo in Italia>>.

Ristorante e pizzeria “Ravintola Nerone”

Il tuo ristorante e pizzeria “Ravintola Nerone” si trova al centro di Helsinki, a circa 500 metri dalla stazione. E’ sempre molto e ben frequentato e rappresenta per la città un importante polo gastronomico di riferimento.

<<Sì, rappresenta un locale storico per la capitale finlandese, il più antico italiano e da sempre coerente con la sua cucina. Ha ben 30 anni. Io l’ho preso in gestione diciotto anni fa. Il nome deriva dalle allegorie che lo caratterizzano: ci sono i disegni che riportano all’Antica Roma, la biga con il Colosseo, la scena dell’incendio di Roma da parte di Nerone appunto. Qui facciamo tutte le maggiori specialità italiane>>.

La cucina italiana piace ai finlandesi?

<<Ritengo che la cultura gastronomica italiana sia amata a livello mondiale, piace sempre e ovunque. Quando si parla di pizza e pasta a tutti viene l’acquolina in bocca. Qui adorano la lasagna e la carbonara ad esempio, oltre all’eterno amore per la pizza nelle sue varianti di gusto. In generale, devo dire, i finlandesi sono molto curiosi e amano sperimentare nuovi sapori>>.

Vino o birra?

<<Fino a cinque-sei anni fa si beveva quasi solo birra. Ora invece c’è stata un’inversione di tendenza e si consuma molto vino anche se costa caro (circa 35-40 euro in media per una bottiglia)>>.

Un consiglio agli italiani che vogliono visitare Helsinki?

<<Il mese migliore è senza dubbio giugno, ma qui è molto piacevole anche fino a metà luglio. Quando ci sono le giornate infinite, non fa mai buio, e le temperature raggiungono i 25° circa. La città è bellissima. La Finlandia poi, in generale, è uno dei Paesi più civili al mondo. Molto pulito e ci si vive bene. La gente, nonostante non sia socievole e calda come quella italiana (vivo da circa 20 anni nel mio palazzo e ancora non conosco le persone che ci abitano), segue le regole. L’unica cosa è che esige lo stesso rispetto da parte degli altri>>.

 

Quando Camillo Marino ispirò Ettore Scola in “C’eravamo tanto amati”

Mentre l’ Irpinia piange la morte del suo figlio illustre Ettore Scola, uno degli ultimi maestri del cinema italiano, nato giornalista e via via sceneggiatore e regista, i cinefili avellinesi più attenti amano oggi ricordare l’omaggio che il grande regista dedicò al nostro compianto Camillo Marino, il fondatore, insieme a Giacomo D’Onofrio, del Laceno d’Oro, Festival del Cinema Neorealista.

La passione di Camillo Marino per il cinema è stata magistralmente immortalata da Ettore Scola nel film “C’eravamo tanto amati” in cui il personaggio di Nicola Palumbo (professore di liceo campano, cinefilo ed ex partigiano), interpretato da Stefano Satta Flores, è dichiaratamente ispirato al cinefilo irpino.

C’eravamo tanto amati, è stato uno dei film chiave nel decifrare il rapporto tra la sinistra e il cinema italiano (c’era una volta il cinema, c’era una volta la sinistra) un memorabile esempio di commedia all’italiana di alta scuola che, percorrendo circa 30 anni di storia italiana ( dai giorni della lotta partigiana al 1975 passando per gli anni della ricostruzione, il boom, le lotte degli anni Settanta), via via rende omaggio a maestri del calibro di Vittorio De Sica, Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Roberto Rossellini e Alain Resnais.

In tutto questo s’inserisce la figura di Nicola, ispirata alla vita di Camillo Marino nato a Salerno nel 1925 da famiglia antifascista ebrea, una bandiera solitaria tra i critici cinematografici di quel tempo, vero custode del cinema neorealista, a cui Ettore Scola decise di rendere onore.

Tanti i tratti di Camillo Marino che hanno ispirato Ettore Scola.

Insegnante del liceo classico Giambattista Vico con velleità intellettuali,ex partigiano, Nicola è il responsabile del cineclub di Nocera Inferiore, qui dopo aver proiettato Ladri di Biciclette si ritrova a subire l’ostracismo della classe politica locale da sempre contraria ai film del neorealismo.

In una delle ultime scene di “C’eravamo tanto amati”, Nicola ha finalmente la possibilità di parlare con il grande Vittorio De Sica.

Dopo averlo idealmente inseguito per tutta la vita, anziché avvicinarlo per chiedergli qualcosa, si lascia andare a un’amara malinconia sul tempo perduto:

«E adesso cosa dovrei dirgli […] dovrei parlargli di illusioni, speranze, delusioni…credevamo di cambiare il mondo, invece il mondo ha cambiato noi…cose tristi, ammoscianti…per me e forse anche per lui».

Inizialmente nel progetto degli sceneggiatori del film, doveva esserci un solo protagonista, Camillo Marino alias Nicola, un professore di provincia entusiasta di Ladri di biciclette che abbandonava lavoro e famiglia per andare a Roma con l’obiettivo di conoscere Vittorio De Sica.

Addio Ettore, che la terra ti sia lieve.

Mollo tutto e vado via da Avellino. La storia di Nanda Santoro.

Per molti resta solo un pensiero, un intento difficile da realizzare. Ma c’è chi, invece, al semplice pensiero fa seguire un atto concreto, trasformando la volontà in azione.

E’ il caso dell’avellinese Nanda Santoro, pedagogista, sposata e madre di due figli.

Un volto noto in città, sia per la sua partecipazione alla vita politica che per la scuola dell’infanzia “Accademia dei Giorni Felici” che per anni ha gestito ad Avellino.

La svolta nella sua vita arriva nel 2011.

In uno dei tanti pomeriggi uggiosi che l’Irpinia sa regalare nei mesi autunnali, Nanda si imbatte in un’associazione di volontariato che presta la sua opera nella Repubblica di Capo Verde.

Ad attirare l’attenzione della pedagogista avellinese è il suo fondatore, Padre Ottavio, missionario dalla barba bianca con il quale entra in contatto.

Il primo viaggio a Capo Verde, pochi mesi dopo.

La scoperta della missione di padre Ottavio, delle condizioni di vita del popolo capoverdiano, dell’aiuto concreto che avrebbe potuto fornire.

“Nel gennaio 2012 ero sull’isola di Fogo dove soggiornai quasi due mesi – racconta Nanda Santoro attraverso il web -. Da quel momento fu un continuo andirivieni Italia-Capo Verde, dove Italia significava “pianificare il ritorno a Capo Verde”. Mio marito che non comprendeva il perché di tanto entusiasmo, ebbe modo di “chiarirsi le idee” nell’agosto del 2012, quando in occasione del 25° anniversario di nozze dovette rinunciare al tanto agognato Santo Domingo e far posto ad un tour nell’arcipelago capoverdiano. Fu in quel preciso istante che ebbe inizio il secondo tempo della nostra vita”.

“A Maio i bambini amano inventare giochi, una ruota, un ramo, un cartone qualsiasi cosa può trasformarsi in un preziosissimo giocattolo!” Nanda Santoro su facebook

Nel giro di due anni la vita di Nanda Santoro e della sua famiglia è letteralmente cambiata.

La vendita della casa di Avellino, l’addio al lavoro, il trasferimento sull’isola di Maio in una casetta in riva al mare, una nuova attività, nuovi impegni sociali e, soprattutto, un ritrovato ottimismo.

Una fuga da Avellino, quella di Nanda Santoro, che è stata un ritrovare se stessa prima ancora che una scelta coraggiosa.

“Ricordo l’ultimo anno trascorso ad Avellino – racconta -, quando ormai avevo cominciato a non sopportare più niente e mi sentivo soffocare in una gabbia dalla quale desideravo solo fuggire. Ero stanca delle persone e dei loro soliti discorsi, stanca del traffico cittadino, del parcheggio che manca sempre, della cassetta della posta straripante di bollette e della televisione che ti bombarda con le sue storie di morte”.

La voglia di cambiamento che si scontrava con la paura del cambiamento stesso.

Più passavano i giorni e più vedevo calare il sipario su una vita che potesse minimamente definirsi tale, alla noia era subentrata l’insoddisfazione, la frustrazione, la depressione.

Cominciavo le mie giornate ripetendo meccanicamente i soliti gesti, controvoglia, spinta da un assurdo senso del dovere, guardandomi allo specchio vedevo la mia immagina malmessa, qualche volta ho tentato di appiccicarci un sorriso ma era una maschera che non reggeva più.

Poi, lo switch-off.

“Durante l’ennesima disanima esistenziale, cercavo come al solito di convincermi che nulla potesse essere cambiato. Ma quel giorno una strana lucidità corse in mio aiuto. Non posso andarmene, pensavo, perché qui ho una casa, ma una casa può essere venduta; ho un lavoro, ma la crisi spazzerà via anche quello; ho dei figli ma qui per loro non c’è futuro. Capii che sarebbe arrivato il giorno in cui avrei pensato “è troppo tardi, avrei dovuto farlo prima”. Quel giorno fortunatamente non era ancora giunto, e io ero ancora padrona del mio tempo.

Un solo attimo e ricominciai a vivere”.

Elena Cicala,un’avellinese dietro il nuovo spot della Pampers.

Per Natale Pampers celebra l’amore dei genitori per i figli con un video che si sta diffondendo in rete a suon di condivisioni: dietro la sua creazione anche la professionista avellinese Elena Cicala.

Un video che in pochi giorni è diventato virale sui social network. Che questa volta non sceglie di parlare delle innovazioni del prodotto, ma mostra i gesti d’amore, talvolta nascosti, tra genitori e figli.

Nella creazione di questo film della Pampers anche l’avellinese , classe 1983, una laurea specialistica in scienze della comunicazione presso l’università degli studi di Roma “La Sapienza” con indirizzo “Comunicazione d’impresa” e poi un master in tecniche pubblicitarie presso lo Studio Cogno&associati di Roma.

Inizia a lavorare in Saatchi & Saatchi nel 2007 come copywriter per la sezione Moving Pictures dell’agenzia, realizzando campagne di lancio di oltre 40 film, nazionali e non.

Seguono altri lavori per clienti come TIM locale, Renault, Toyota, Enel, Illy, Parmalat, per i quali si occupa di ideare e realizzare campagne stampa, tv, radio, digital. Nel 2010 inizia a lavorare per Pampers, cliente per il quale oggi ricopre il ruolo di supervisore creativo.

Tra gli ultimi spot in onda che l’hanno vista impegnata ci sono Enel Energia (campagna commerciale autunno 2014); Pampers Progressi, Pampers Sole & Luna.

Come mai hai deciso di lavorare nel mondo della pubblicità?

<<Quando ero adolescente e andavo al cinema con i miei compagni del liceo, loro non vedevano l’ora che iniziasse il film ma per me la magia finiva con i titoli di testa – ci racconta Elena Cicala – Niente poteva tenermi più incollata allo schermo della pubblicità. Il caso poi ha voluto che nel 2007, a 24 anni, iniziassi il mio primo stage come copywriter per la sezione Moving Pictures di Saatchi & Saatchi. Così, mentre tutti gli altri andavano al cinema per rilassarsi, io “quando guardavo un film, stavo lavorando”. Da allora sono trascorsi quasi nove anni e numerosi clienti: Medusa film, Sony pictures, TIM, Renault, Enel, Toyota, Illy, e infine Pampers>>.

Cosa significa per te lavorare in Saatchi?

<<La Saatchi & Saatchi non è solo l’agenzia creativa più premiata all’Italian Festival per il quinto anno consecutivo, con importanti conferme anche al festival internazionale della creatività di Cannes, è il luogo in cui sono nati i lovemarks. È il mio primo lovemark. Lavorare qui è stato come diventare ballerina, calciatore e astronauta nella stessa vita>>.

Cosa sono i lovemarks?

<<È stato Kevin Roberts, Executive Chairman Saatchi & Saatchi, a parlare per la prima volta di Lovemarks nel 2004 partendo da un assunto abbastanza forte: le marche stanno perdendo energia. Per ricaricarle è necessario instaurare un rapporto fortemente emozionale, basato sul rispetto. È indispensabile creare una connessione più profonda con i consumatori che si basi proprio sull’amore e non solo sulle performance di prodotto>>.

Pampers è un lovemark?

<<Immaginiamo che siano le otto di un venerdì sera, che hai avuto una settimana durissima a lavoro e che vorresti solo tornare a casa, ma sono finiti i pannolini e il supermercato sta per chiudere. Allora vai di corsa allo scaffale ma non trovi i Pampers. Ecco, se decidi di uscire a mani vuote e di tentare alla farmacia più vicina, allora per te Pampers è senz’altro un lovemark>>.

Come nasce l’idea di questo video corporate?

<<Io e l’art director Fabio D’Alessandro (come me supervisore creativo Pampers) abbiamo lavorato insieme ai nostri direttori creativi per rispondere a una richiesta del cliente: ideare un progetto che parlasse al cuore del nostro target e che diventasse virale. Un lavoro che cementificasse la brand identity di Pampers, costruendo la sua reputazione di lovemark anche nella mente di chi sta per diventare genitore. La nostra fortuna è stata aver avuto carta bianca da parte del cliente, nostro importante alleato. Mi piace sottolineare che è stato un lavoro di squadra che ha visto Agostino Toscana nel ruolo di executive creative director, Alessandro Orlandi e Manuel Musilli direttori creativi, me e Alessandro Michetti copywriter>>.

Quale messaggio vuole veicolare?

<<È difficile pensare a un brand che abbia più chance di diventare un lovemark di quello che scegli per tuo figlio. Pampers non è solo un ottimo prodotto in termini di performance, è un brand attento a ciò che è meglio per i bambini. È come se fosse una seconda mamma. Con questo film non abbiamo solo riconosciuto ai genitori la più grande capacità d’amare, abbiamo voluto dire loro che Pampers mette nei propri prodotti le loro stesse amorevoli cure.  E per quanto invisibile possa sembrare la protezione che ti dà un pannolino, ogni bimbo lo ricorderà come uno dei tanti gesti d’amore dei propri genitori. E chissà che non li scelga poi anche per i propri figli>>.

Quando hai lavorato a questo progetto eri in dolce attesa della tua bambina. Che tipo di emozioni ha suscitato in te parlare di genitori e figli in quel particolare momento della tua vita?

<<Mi ricordo come fosse ieri la presentazione al cliente. La sala riunioni buia, solo la luce dello schermo. Il video parte e, dopo sessanta secondi, nessuno dei presenti era più lo stesso. Non c’erano più né creativi, né brand manager, né account. In un attimo erano tutti o figli o genitori. E io, per la prima volta, ero la mamma di Francesca. Mancavano ancora cinque mesi alla nascita di mia figlia, ma è stato in quei giorni, immedesimandomi nel consumatore, che ho realizzato cosa significasse essere madre. L’immaginazione ha saputo anticipare la realtà. Da quella presentazione sono trascorse molte notti in bianco e, ancora oggi, mi ritrovo a sollevare il passeggino di mia figlia per le scale di un palazzo senza ascensore. Amo essere una creativa pubblicitaria e sono legata a tutti i film che ho realizzato in questi anni, ma questo è senza dubbio il mio lavoro più bello. Perché mi ricorda che l’idea migliore che abbia avuto nella vita è, e resterà sempre, mia figlia>>.

Lo spot sta riscuotendo molto successo nel web. Vi aspettavate un’accoglienza così positiva a pochi giorni dalla pubblicazione?

<<Il film sta avendo un buon riscontro dalla rete, ma questo vuole essere solo l’inizio. Ci auguriamo che le condivisioni e le visualizzazioni crescano esponenzialmente facendolo diventare, a tutti gli effetti, uno spot virale. Le nostre aspettative sono ambiziose perché sappiamo che questo film racconta una bella verità e, quale momento migliore del natale, per ricordare ai nostri figli e genitori quanto li amiamo. Quindi, se mi è concesso, vorrei invitare anche chi sta leggendo questo articolo a condividere questo spot dedicandolo ai propri affetti>>.

E’ pianificata anche una campagna televisiva?

<<Il film andrà in onda sulle principali emittenti televisive durante le festività, così da augurare a tutti un Natale ricco di #gestidamore>>.

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