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Cantine Di Meo: quando il vino è storia, tradizione, emozione.

Dalle colline di Salza Irpina ai mercati internazionali, nel nome di una produzione di qualità che passa attraverso l’affermazione (e la promozione) di un territorio, quello della provincia di Avellino, con margini di crescita ancora importanti.

Roberto Di Meo, direttore aziendale delle Cantine di Meo e Presidente di Assoenologi Campania, punta decisamente sul settore agricolo quale volano per lo sviluppo dell’Irpinia.

Rispetto a quelle che sono le potenzialità del territorio dell’Irpinia da un punto di vista vitivinicolo, qual è secondo lei il livello di sfruttamento delle stesse ad oggi?

“Penso siamo al 50%. Un buon 50% è ancora da sfruttare in vario senso. Abbiamo una serie di possibilità importanti, sane e durature.

Nell’agricoltura ci sono grandi margini di espansione e risultati, sia nel settore vitivinicolo che lattiero caseario ma anche in altri settori.

Chiaramente il vino, settore in cui siamo forti, può essere il cavallo da traino ma ci sono altri segmenti da intensificare in maniera importante, primo tra tutti il turismo.

Dal mio punto di vista occorre abbandonare il settore industriale, che si è rivelato un vero fallimento per l’Irpinia”.

Cosa va migliorato nel settore vitivinicolo?

“Bisogna lavorare innanzitutto per migliorare le capacità produttive, aggiornarsi dal punto di vista tecnico produttivo e rimanere sempre attenti alla produzione di qualità.

Poi occorre potenziare la redditività delle singole aziende, tenendo conto che siamo passati dai 5 produttori degli anni ’80 alle 230 cantine odierne.

Non sono troppe ?

“Lo spazio c’è ma bisogna operare in primis in sinergia con il territorio, cominciando a comprendere che i veri competitors non sono in casa nostra ma all’esterno”.

Un numero importante di cantine, come quello che si registra in Irpinia, è da considerare un punto di forza o può nascondere qualche criticità, come ad esempio l’immissione sul mercato di vini Docg a basso costo?

“E’ evidente che quando si registrano crescite così importanti, come è accaduto in provincia di Avellino, dentro ci può stare un po’ di tutto.I controlli ci sono e sono anche serrati.

Molto in tal senso potrà fare il Consorzio di Tutela, magari prendendo ad esempio ciò che fa il Consorzio di Benevento, che è sicuramente più avanti di noi.

Il fatto che siamo diventati tanti non deve essere visto come una cosa negativa ma ritengo sia fondamentale riuscire a coordinarsi, magari intorno al concetto di qualità, l’unico che può far coesistere l’azienda che produce mille bottiglie con quella che ne produce milioni.

In quest’ottica un ruolo di impulso maggiore dovrebbero averlo le istituzioni che, al di là dei contributi a pioggia che elargiscono, dovrebbero investire di più magari sulla creazione di pool di professionisti e di tecnici in grado di fornire un contributo reale alle piccole aziende, fornendo consulenze agronomiche ed enologiche in maniera da garantire un costante aggiornamento ed evitare così il rischio di proposte non sempre di alta qualità.

E, poi, occorre sfruttare di più la vocazione del territorio”.

In che senso?

“Come Assoenologi già da tempo ci stiamo muovendo in questa direzione che mira a identificare in maniera sempre più forte prodotto e territorio.

Faccio un esempio: il Fiano ormai si produce in diverse zone ma in Irpinia raggiunge la sua massima espressione. In altre parole solo in Irpinia trovi quello originale.

Allora, se ci hanno rubato il Fiano facciamo che ciò diventi un punto di forza per il nostro territorio, come accade per lo Chardonnay in Francia, un vino che puoi bere ovunque, ma solo nello Chablis trovi quello originale.

Analogamente, il Fiano lo puoi trovare dappertutto, ma vieni in Irpinia e troverai l’unico Fiano di Avellino, che è diverso da tutti gli altri”.

La forza di un brand si basa sulla qualità del prodotto e…?

“E’ un mix che non può essere basato solo qualità del prodotto. Esistono tanti prodotti di alta qualità che però non si vendono e non sono visibili.

Allora in quei casi entra in gioco il marketing, l’impostazione commerciale, gli investimenti di visibilità oltre a tutta la parte di produzione e di tecnica enologica che consentono di arrivare a una bottiglia di alta qualità.

Cantine Di Meo ha legato il vino alla cultura e all’arte: un’idea che ci ha portato in giro per il mondo creando un brand visibile anche al di là della grande distribuzione”.

Quali sono i vini della sua cantina che le hanno dato maggiore soddisfazione?

“Mi sono sempre definito un fianista. Lo adoro per le sue capacità e potenzialità, per quello che può esprimere.  Il vino è storia, è tradizione, è emozione. A prescindere da come si chiama.

Il Fiano, ogni volta che lo si beve, specie quelle bottiglie che hanno qualche anno in più, ti dà qualcosa in più, ha un fascino importante ed unico”.

Slow Food Avellino – Tanta Qualità, la ricetta vincente per i vini Irpini.

L’Irpinia, per conformazione e tradizione, è terra naturalmente vocata a produzioni agroalimentari.

Non sempre di qualità ma con prospettive che potrebbero diventare interessanti se solo si potenziasse il sistema di rete, a partire da quello delle infrastrutture, condicio sine qua non per una reale possibilità di crescita.

E proprio sui concetti di qualità e rete si basano le riflessioni del delegato della Condotta di Avellino di Slow Food, Carlo Iacoviello, impegnata da anni sul territorio a promuovere le tipicità locali.

Come si sposa il territorio dell’Irpinia con la cultura del vivere slow, alla base della filosofia dell’Associazione Slow Food?

“Innanzitutto con il fatto che un territorio impervio e in certi casi irraggiungibile, come quello della provincia irpina, permette un rallentamento dei tempi.

Anche se è evidente che tali “rallentamenti” non sempre fanno bene all’economia dei luoghi, troppo limitata dalla disorganizzazione della logistica locale, come l’accesso ai musei, ai siti culturali, o le carenti condizioni delle vie di comunicazione.

Mi viene in mente il caso di Monteverde, borgo tra i più belli d’Italia, che ha la sua unica via di accesso completamente sconnessa.

E’ chiaro che in queste condizioni tutto l’incoming viene fortemente compromesso”.

Slow Food promuove la cultura del mangiare (e bere) di qualità. In quest’ottica qual è secondo lei lo “stato di salute” della produzione, in particolare quella vitivinicola, irpina?

“Qui il discorso da fare è un po’ più articolato. Occorre partire da quelli che sono i concetti base di Slow Food, il buono, il pulito e il giusto. La declinazione di queste tre parole, se applicata al settore vitivinicolo può incontrare qualche difficoltà”.

In che senso?

“Il buono a volte si allinea a un cliché di gusto internazionale, che magari cerca di omologare la produzione con lieviti non autoctoni o con produzioni non tradizionali, anche se ci sono in Irpinia ottimi produttori che difendono le tipicità del territorio.

Il pulito, nel settore vino, si scontra con la chimica, che è entrata prepotentemente nella filiera produttiva con l’abuso dei trattamenti nei vigneti che, alcune volte, crea danni notevoli.

Penso per esempio agli alveari e a tutto quello che è il mondo naturale che gravita intorno ai vigneti che inevitabilmente subisce delle conseguenze negative.

Infine il concetto di giusto: a volte si registra una sproporzione tra chi è produttore di uve e chi è solo un venditore finale, quindi tra chi coltiva presidiando il territorio e chi propone solo come venditore i vini sul mercato”.

La presenza di un numero importante di cantine disseminate sul territorio, a volte con una produzione limitata di bottiglie, è da considerare un punto di forza o un punto di debolezza?

Il vino prepara i cuori
e li rende più pronti
alla passione.
(Ovidio)

“Potrebbe essere un punto di forza se la rete di comunicazione tra le aziende fosse più forte e mediata, attraverso quell’organo naturale che dovrebbe essere il Consorzio di Tutela. Visto, però, che non si riesce a fare squadra, allora diventa un punto di debolezza.

Le singole cantine sostengono spese esagerate, hanno visibilità ridotta e talvolta propongono vini che non sono all’altezza del nome che portano.

Solo un Consorzio critico, capace di escludere chi non produce qualità potrebbe dare, senza bandiere o stendardi, uno slancio anche alla piccola cantina, come accade per esempio nelle Langhe, dove si fa sistema e si riesce sempre a vendere il prodotto l’anno prima per l’anno dopo.

Qui da noi abbiamo ancora in botte il vino degli anni precedenti. E non certo per per farlo invecchiare…”.

Perché non si riesce allora ad uscire da questa impasse?

“Perché il nostro è un territorio troppo politico, qualunque cosa diventa motivo di scontro politico e ciò non porta a niente. Bisognerebbe mettere davanti il territorio, invece c’è sempre un interesse di bottega.

E naturalmente tali interessi non possono coincidere, tra chi magari si è costruito la cantina con soldi non suoi e chi lo ha fatto invece con i suoi sacrifici.

E’ chiaro che, a un certo punto, quest’ultimo per stanchezza abbandona. Insomma, sintetizzando, è un mercato drogato, non basato sulla meritocrazia”.

Qual è secondo lei la percezione che si ha, nel resto del Paese, della produzione vitivinicola irpina?

“La percezione è alta anche grazie all’ottimo lavoro svolto negli ultimi anni dalla Camera di Commercio per promuovere il brand Irpinia.

Il nome della singola cantina non collocato o legato a una storia e a un luogo diventa un marchio che non dà altra possibilità di crescita.

L’Irpinia si è fatta conoscere e può sfruttare le sue qualità naturali.  Non deve perdere l’ennesimo treno, che è quello del riproporsi sul mercato come territorio e non come singolo soggetto”.

Qual è il vino che l’ha sorpresa di più e quale il suo preferito?

“Amo l’aglianico nelle sue varie declinazioni. Ma il vino che mi ha sorpreso di più è il Fiano, perchè sta dando un messaggio a tutti gli amanti dei bianchi come l’unico in Italia che ha capacità di invecchiamento, struttura e profumi ineguagliabili, con potenzialità ancora inespresse”.