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Il programma del Carnevale di Paternopoli, tra Sfilate, Balli e Spettacoli musicali.

Paternopoli si riappropria del suo Carnevale, uno dei più antichi e coinvolgenti della provincia di Avellino.

Anche quest’anno, il Carnevale Paternese torna a colorare l’Irpinia con i suoi carri allegorici.

In principio fu una nave. Un mezzo marittimo realizzato con materiali di risulta da Alfonso Basile, un paternese che così volle rendere omaggio ai tanti compaesani che su una nave vera erano saliti per cercar fortuna in America.

Era la fine del XIX secolo. La sua nave fu esposta in paese nei giorni del Carnevale. E chissà se è solo un caso che il primo tentativo di allestire carri allegorici a Paternopoli, sul finire degli anni ’40 del Novecento, avesse come tema proprio l’America: tre caravelle allestite su dei camion attraversarono le vie del paese raggiungendo Piazza XXIV Maggio, con un improvvisato Cristoforo Colombo ad inneggiare alla nuova terra scoperta!

Ed, allora, ecco spuntare le prime maschere del Carnevale Paternese, dai Pellerossa ai reali di Castiglia, tutti interpretati rigorosamente dagli uomini del paese che parteciparono ad una messa in scena che registrò tanti consensi al punto da richiedere un bis anche nella vicina Mirabella Eclano.

Da allora a Paternopoli il Carnevale è diventato un must.

Un evento che ha sempre coinvolto l’intero paese, dai più piccoli agli anziani, sempre pronti a raccontare le avventure, gli aneddoti, gli episodi accaduti nel passato.

Una trasmissione orale delle tradizioni che con il trascorrere del tempo ha finito con il generare una cospicua letteratura arricchitasi anno dopo anno.

Il Carnevale a Paternopoli è stato per anni il collante della comunità, l’obiettivo cui concentrarsi nel tempo libero per un anno intero.

Un coinvolgimento così forte e, soprattutto, con risultati talmente eccellenti, da far meritare a Paternopoli l’appellativo di Viareggio dell’Irpinia, grazie agli splendidi carri allegorici realizzati in carta pesta che per anni hanno richiamato nel piccolo centro irpino migliaia di appassionati del genere provenienti da tutta l’Italia meridionale.

Il Carnevale Paternese 2020

Evidentemente, a Paternopoli la “morte” del Carnevale nel 2017 (per un anno la comunità è rimasta senza il suo Carnevale) ha scosso la popolazione locale che, dall’anno successivo, sembra aver ritrovato lo slancio e l’entusiasmo del passato facendo rivivere una delle più antiche tradizioni del paese.

Un programma ricco ed articolato, quello messo in piedi dal Comitato Carnevale per l‘edizione 2020, con la sfilata dei carri allegorici in carta pesta che si terrà in due occasioni, domenica 23 febbraio (ore 15.30) e martedì 25 febbraio (ore 15.30).

Ed ancora, sfilate di gruppi di ballo, spettacoli musicali serali all’interno della tendostruttura di Piazza Kennedy e stand per la degustazione di prodotti tipici locali.

La storia di Luigi Tangredi, vigile urbano umile ed onesto.

“Essere fermi e decisi nel comportamento, avere un contegno rispettoso e gentile nei confronti dei cittadini, essere seri ed onesti con se stessi e gli altri, mai mostrare insicurezza, perplessità o debolezza per non diventare succubi delle circostanze, usare con tutti lo stesso metro di valutazione”.

Così scriveva, sul finire del 2012, il maresciallo Luigi Tangredi, storica figura di vigile urbano integerrimo di Avellino del quale, pochi giorni fa, è ricorso il secondo anniversario della scomparsa.

La storia di Luigi Tangredi è quella di un uomo umile ed onesto, che ha amato il suo lavoro e la sua città, svolgendo l’uno in funzione dell’altra.

Il suo volume “La vera storia di un vigile urbano” rappresenta un po’ il testamento di colui che è stato tanto amato quanto temuto, tanto rispettato quanto osteggiato.

Una di quelle figure che si definiscono scomode per aver interpretato il suo impiego quasi come una missione, senza mai divergere dalla strada maestra del rispetto delle norme e dell’umanità.

A partire dagli anni ’80, quella del maresciallo Tangredi divenne una figura quasi mitologica ad Avellino, terrore di automobilisti indisciplinati, di ragazzini particolarmente vivaci ed anche di qualche collega che non vedeva di buon occhio la sua incapacità a chiuderne, talvolta, almeno uno.

E, così, fa un certo effetto rileggere oggi della relazione presentata in Procura in cui denunciava la distruzione di contravvenzioni che pur essendo state regolarmente elevate, non completavano mai il loro iter e delle conseguenze che tale sua azione comportò sulla sua vita lavorativa.

O di quando, nel 1996, finì al centro di un caso che lo espose mediaticamente a livello nazionale per lo scontro con l’allora consigliere comunale Ennio Tolino che promosse, addirittura, una raccolta di firme in città per la rimozione del maresciallo Tangredi reo di essere troppo inflessibile nell’esercizio delle sue funzioni!

Appassionato di calcio, tifosissimo dell’Avellino, era stato tra i promotori, all’inizio della sua carriera, dell’allestimento della squadra di calcio del corpo di Polizia Municipale di Avellino che partecipava ogni anno, anche con buoni risultati, a quello che un tempo di chiamava Torneo degli Uffici.

La storia del maresciallo Tangredi è quella di un lavoratore le cui gesta diventano straordinarie nella loro più elementare ordinarietà.

Ma è anche la storia di un uomo che, nonostante la divisa, non ha mai vestito i panni del caporale, impregnando la sua professione di profonda umanità.

Lo ricorderà bene quel padre di famiglia al quale, alla vigilia di una Epifania, contestò una violazione al codice che prevedeva una sanzione da 50.000 lire, esattamente i soldi che l’uomo, disoccupato, aveva in tasca per comprare i regali per la Befana ai figli.

Alla richiesta di aiuto, Tangredi lo invitò prima a pagare la multa e a tornare da lui solo dopo aver ottemperato ai suoi obblighi.

Quando l’uomo gli mostrò la ricevuta di avvenuto pagamento, il maresciallo estrasse dalla sua tasca una banconota da 50.000 lire e, porgendogliela, lo invitò ad accettarla per poter regalare un sorriso ai propri figli.

Tra Teste, Forbici e Rasoi, la Vera Storia di Manidiforbice.

Cosa sarebbe accaduto se…

Chissà quante volte, nel riavvolgere il nastro della sua vita, ha ripensato a quell’estate di fine anni ’80, quella che lo pose di fronte ad un bivio dalla cui scelta dipendeva il suo destino.

Proseguire gli studi o affrontare da subito il mondo del lavoro?

La passione ed i sentimenti che prevalgono sulla ragione, il mito paterno che rafforza le sue convinzioni.

E, poi, quella voglia di tirar fuori tutta l’energia e la creatività che sente crescere dentro di sé.

Nasce così la carriera professionale di Marco Salvo, per tutti semplicemente Manidiforbice.

“Fu mio padre a indicarmi la rotta. Prima impara a lavorare sull’uomo, poi potrai passare alla donna”.

Strano a immaginarsi, ma quando si ha a che fare con la testa maschile le difficoltà sono molto maggiori. E se lo dice un esperto…

“Quando lavori sull’uomo ci sono molti più dettagli a cui bisogna far attenzione: le basette, gli stacchi, i passaggi da seguire sono molti di più, anche quando si lavora su una capigliatura corta. Ora, poi, l’attenzione al look da parte degli uomini è diventata maniacale: il maschio avellinese ha una cura infinita del dettaglio”.

Il 1996 è l’anno della svolta, quello che vide Marco Salvo aprire il suo primo salone in via Due Principati (a pochi metri da dove si trova l’attuale) e dare il via al brand “Manidiforbice”.

Da allora, quel ragazzo che amava girare in Vespa per correre da Forino a Montoro ad apprendere i segreti dei barbieri più esperti, di strigliate di testa ne ha fatte tante.

Per lui, ormai, gli avellinesi (e le loro teste) non hanno più segreti.

“I clienti si dividono in due tipologie: c’è una larga fetta di persone che è molto attenta ai dettagli, di questi oserei dire che un 10% è particolarmente esigente e ti costringe a stare sempre sul pezzo. L’altro 50%, invece, si taglia i capelli”.

Tutti, però, risultano essere particolarmente attenti al proprio look. Che deve essere impeccabile ed in linea con i trend del momento.

“La diffusione mediatica delle immagini ha rivoluzionato il mondo dell’hairdressing. I social, poi, hanno creato un effetto moltiplicatore incredibile. Il primo a cambiare la percezione dello stile, in tema di taglio dei capelli, è stato David Beckham. In tanti hanno cominciato ad emularlo fino ad arrivare alle evoluzioni odierne, fatte di sculture, disegni che imprimono un proprio stile personale”.

Grazie alle sue creazioni e alle abilità con forbici e rasoi, Marco ed i suoi collaboratori in pochi hanno hanno rivoluzionato il mercato avellinese dell’hairdressing maschile.

“A noi piace vendere il nostro prodotto – confessa – . Che ha una sua linea e prende spunto dalle tendenze che emergono ma poi segue un suo personale percorso, alla ricerca di nuove sfide, di quel costante continuo miglioramento che è alla base della mia filosofia”.

Una filosofia che, negli anni, ha avuto come seguaci studenti, operai, commercianti, impiegati, professionisti, ma anche politici, calciatori, cestisti.

Insomma, la poltrona di Manidiforbice è una sorta di livella che annulla ogni differenza, anche grazie all’umiltà di Marco Salvo che dopo 20 anni e più di carriera ha una sola certezza: “penso di aver imparato a tagliare i capelli”.

La Famiglia Ingrisano e la Mecnosud: una storia lunga 30 anni.

Non vedevo Nico Ingrisano da oltre venti anni. Era praticamente sparito ai miei occhi dopo il liceo e l’università.

Era sparito come tanti altri miei amici, allora giovani ragazzi del sud.

In tanti erano partiti per il nord Italia o emigrati all’estero. Erano andati a realizzare i propri sogni altrove portando con sé la cultura, gli studi e quel pizzico di fantasia che ha sempre contraddistinto i giovani meridionali.

Ora quei giovani sono diventati uomini e donne. Ed,adesso, cosa fanno? Di cosa si occupano?

Brunello, Sabino e Gianluca lavorano in aziende americane con sede a Roma, Luigi ha uno studio legale nella capitale, Maurizio a Lodi, Giancarlo a Sappada, Elena lavora a Milano ed ha importanti ruoli istituzionali in un grande ente pubblico, Michele, Guglielmo ed Oriana a Bologna… l’elenco è lunghissimo…

E Nicola? Dov’era finito Nico Ingrisano, quel giovane liceale con il quale condividevo la passione per la fotografia?

Ritrovo Nico, per caso, mentre spulcio un report sulle aziende di successo della provincia di Avellino.

Dietro il nome della Mecnosud di Flumeri spunta il cognome della famiglia Ingrisano.

Ho ritrovato Nico. E questa è la sua storia e quella della sua famiglia.

Nico, ho scoperto che hai iniziato a fare impresa da giovanissimo in una provincia, quella di Avellino, che si è sempre detto non offrisse grosse possibilità.

“Non è vero, l’Irpina offre tante possibilità. Indubbiamente la fatica è doppia ma, quando raggiungi determinati risultati, doppia è anche la soddisfazione”

Mi racconti dove eri finito dopo il liceo?

“Dopo il Colletta, ho frequentato la Facoltà di Architettura a Napoli. Contemporaneamente, studiavo e insieme ai miei fratelli – Antonio e Raffaele – muovevo i primi passi come imprenditore. Nel 1989, abbiamo fondato la Mecnosud”.

Come nasce la tua storia di imprenditore ?

“In verità parte da molto lontano. Ho respirato l’aria dell’azienda sin da quando avevo i calzoni corti. Mio padre produceva macchine enologiche. Avevo solo 8 anni quando l’ho accompagnato alla prima Fiera del Levante a Bari. Da adolescente seguivo già le vicende dell’azienda. Quel mondo mi affascinava”.

Che cosa ti colpiva in particolare?

“La passione. La molla è stata la passione, quella stessa che ancora oggi muove le mie azioni. Se non hai passione ed una visione lunga non puoi fare questo lavoro. Diciamo che l’imprenditoria è stata per me come un virus: mi è entrato dentro e non è andato più via”.

Mecnosud è un’eccellenza conosciuta in tutto il mondo nel settore della produzione di macchinari per l’arte bianca. Il polo del settore è il Veneto, voi siete radicati in Irpinia. Questa situazione vi ha creato difficoltà?

“Assolutamente no. È bastato adeguarsi ai mercati. La differenza sostanziale tra noi e la concorrenza veneta è che al Nord hanno dalla loro parte un indotto industriale fortissimo e si limitano, in pratica, a fare progettazione e assemblaggio”.

Voi invece?

“Noi ci siamo adeguati e per stare sul mercato abbiamo investito all’interno della nostra azienda, dove facciamo praticamente tutto, dalla realizzazione della carpenteria alla componentistica e verniciatura.

Un investimento che è costato grossi sacrifici ma che ci ha portato un grande vantaggio in termini di flessibilità sul mercato, personalizzazione di prodotto e tempi di consegna decisamente più rapidi rispetto alla concorrenza”.

In cosa si sono concretizzati questi vantaggi?

“La capacità di gestire internamente la produzione ha consentito all’azienda di affacciarsi su mercati diversi”.

In quanti Paesi è diffuso il marchio Mecnosud?

“Nel 2017 abbiamo esportato in 93 paesi, dai grandi paesi europei all’ Africa del Nord, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Australia e Stati Uniti. Qui siamo presenti con un prodotto certificato, che è una macchina per l’impasto della pizza napoletana. Oggi il 60% della produzione esce con il marchio Mecnosud, il restante 40% è distribuito in tutto il mondo con altri marchi, con un altro grande vantaggio: la capacità di penetrare in tanti mercati dove con la nostra forza commerciale non riusciamo ad arrivare”.

A proposito di presenza all’estero, Mecnosud ha acquisito un’azienda francese leader nella produzione di macchine per la produzione di baguette francese. Come nasce questa nuova avventura?

“Si tratta di una piccola azienda grazie alla quale possiamo dire di aver completato, in un segmento della nostra azienda, il ciclo produttivo. Se le nostre impastatrici preparano la materia prima, con le macchine di Gecoma realizziamo la formatura della pasta. Costruiamo una linea capace di produrre 1.500 baguette all’ora e di essere presenti nella grande distribuzione francese”.

La vostra azienda, leader in un mercato tra i più dinamici, potevate avviarla altrove. Magari al nord. Perché avete scelto l’Irpinia?

“E’ una scelta storica: a 22 anni non avrei mai delocalizzato l’azienda. Vivevo ad Avellino, ho studiato in città (alla Cocchia e al Colletta) poi a Napoli. Il primo stabilimento l’abbiamo creato a Sturno. Era vicino casa, avevo alle spalle la storia della mia famiglia. Nel corso degli anni, quando Sturno era diventata stretta, con i miei fratelli abbiamo individuato l’area industriale della Valle Ufita, dove c’era possibilità di creare uno stabilimento più grande. Non avrei mai abbandonato la mia terra”.

Quanto è importante il legame con il territorio?

“Il legame con il territorio è determinante sia dal lato umano che da quello dei collegamenti. Il casello autostradale di Grottaminarda è a 3 minuti dall’azienda e ci consente di relazionarci rapidamente con il mondo intero”.

Eppure, spesso l’Irpinia viene indicata come un’area scollegata dal resto d’Italia, figuriamoci dal mondo…

“Non sono d’accordo. L’Irpina è piena di esempi virtuosi. Tanti uomini e donne che hanno dimostrato che si può fare imprenditoria di un certo livello. Dal punto di vista della logistica, prendiamo ad esempio l’export via mare, è certamente più favorevole la posizione di Flumeri rispetto a quella di Milano. Abbiamo due porti, Napoli e Salerno, a poco più di mezz’ora di auto. Riusciamo a posizionare il container in meno di un’ora. A Milano ci vuole molto più tempo”.

Mecnosud è un’azienda che esporta in 97 Paesi, ha acquisito uno stabilimento in Francia ma fondamentalmente resta un’esperienza familiare. È, forse, questa la chiave del successo?

“La famiglia ha rappresentato il primo passo. I miei genitori hanno fondato un’azienda in epoche lontane da quelle attuali. Il loro resta un insegnamento unico: senso del lavoro, del dovere e del rispetto delle persone. Queste cose non le trovi scritte in nessun manuale. La nostra è una vita di responsabilità e piena di sacrifici. Non esiste sabato e domenica. Devi avere alle spalle chi ti segue ed apprezza i sacrifici. Per fare bene devi avere serenità in famiglia e non devi avere grattacapi”.

A guidare l’azienda siete in tre: qual è l’equilibrio che regna tra i fratelli Ingrisano?

“Questa azienda è per noi un regalo di famiglia fatto dai nostri genitori ai figli. E quindi lo rispettiamo e preserviamo come merita. Il cambio generazionale è uno dei grandi rischi delle aziende familiari. Ci sono esempi di cambi felici, che hanno portato a migliorare, e cambi meno felici. Figli che hanno distrutto quello che avevano fatto i padri o i nonni. Noi siamo orgogliosi di onorare la memoria di nostro padre nel rispetto degli insegnamenti familiari. Ci dà forza e voglio immaginare che, se ci sarà cambio con i nostri figli, essi prendano l’esempio dai nonni e dai loro padri”.

Quanto sono importanti i dipendenti?

“Quando abbiamo iniziato, i primi dipendenti sono stati i nostri compagni di scuola. In una piccola realtà come Sturno, dove il tasso di disoccupazione è altissimo, davamo un’opportunità agli amici. Dall’amico poi è arrivato il fratello, e poi il cugino. Oggi, su 83 dipendenti, ce ne sono 13 che appartengono allo stesso nucleo familiare. Questo significa che si è creato un forte radicamento, con i rapporti che vanno anche al di là dell’aspetto lavorativo”.

Insomma, la Mecnosud ed i suoi dipendenti sono praticamente cresciuti insieme?

“Esattamente. Oggi posso dire che siamo davvero una grande famiglia. E quando abbiamo festeggiato i 30 anni dell’azienda abbiamo pensato di organizzare una bella festa proprio con i familiari dei dipendenti. Ecco, quello dei rapporti sociali è un altro punto di forza che differenzia le realtà imprenditoriali del sud da quelle nord. Noi meridionali abbiamo in più la fantasia, l’immaginazione, la capacità di relazioni sociali diverse. Con i nostri collaboratori ci confrontiamo in ogni fase della lavorazione. Ognuno ci mette la sua competenza. E la sua passione. Per noi i rapporti umani fanno la differenza”.

 

Le migliori osterie in Campania secondo la guida Slow Food.

Arriva l’autunno che, come ogni anno, porta in dote una delle più ricercate guide nell’ambito della ristorazione italiana.

Osterie d’Italia, la guida edita da Slow Food, è ormai un punto di riferimento per quanti amano mangiare bene, spendere il giusto ed andare alla ricerca di quei posti che fanno davvero la differenza.

Giunta alla sua trentesima edizione, il vademecum che assegna le Chiocciole per il 2020, il simbolo dell’associazione di Bra, alle osterie, alle trattorie ed ai ristoranti italiani che nei loro piatti trasferiscono la filosofia di Slow Food, ha recensito oltre 2000 locali lungo tutto lo stivale, stilando una mappa, regione per regione dei migliori ristoranti italiani secondo il giudizio (ed i parametri) dei curatori storici, Marco Bolasco ed Eugenio Signoroni.

In Campania sono 22 i ristoranti segnalati nella guida, che oltre al simbolo generale della Chiocciola, individua anche altri elementi per consentire una scelta responsabile e convinta ai consumatori: c’è l’annaffiatoio che indica la presenza di un orto di proprietà, la bottiglia a testimoniare una carta dei vini particolarmente ricca, la chiave per segnalare la possibilità di dormire nello stesso luogo, il formaggio per quei locali che presentano un menù con prodotti caseari di qualità.

Una menzione particolare viene, infine dedicata a quei ristoranti che offrono menù per celiaci e a quelli che utilizzano nel loro menù almeno tre Presidi Slow Food.

Ma quali sono in Campania le Osterie segnalate da Slow Food?

Osterie Slow Food ad Avellino.

In provincia di Avellino vengono segnalate La Pignata ad Ariano Irpino, il Valleverde Zi’ Pasqualina ad Atripalda, La Pergola a Gesualdo, Di Pietro a Melito Irpino, L’Osteria del Gallo e della Volpe a Ospedaletto d’Alpinolo e La Ripa a Rocca San Felice e la new entry, rappresentata da I Santi a Mercogliano.

Osterie Slow Food a Benevento.

A Benevento, il solo ristorante con la chiocciola è Nunzia.

Osterie Slow Food a Caserta.

Gli Scacchi di Caserta è l’unico ristorante in città segnalato nella guida mentre in provincia, a Bellona, il riconoscimento per la prima volta è andato all‘osteria A’ Luna Rossa.

Osterie Slow Food a Napoli.

A Napoli e provincia ecco Fenesta Verde e La Marchesella a Giugliano in Campania, Il Focolare a Ischia, Lo Stuzzichino a Massa Lubrense, Da Donato a Napoli, Abraxas a Pozzuoli, ‘E Curti a Sant’Anastasia e Il Cellaio di Don Gennaro a Vico Equense.

Osterie Slow Food a Salerno.

Nel salernitano, i ristoranti che rispondono ai criteri indicati da Slow Food sono: Famiglia Principe 1968 a Nocera Superiore, Perbacco a Pisciotta, ‘O Romano a Sarno, La Piazzetta a Valle dell’Angelo.

La Classifica Completa della regione Campania

  1. Ariano Irpino, La Pignata
  2. Atripalda Valleverde, Zi’ Pasqualina
  3. Barano d´Ischia – Isola d’Ischia, Il Focolare
  4. Bellona, A Luna Rossa
  5. Benevento, Nunzia
  6. Caserta, Gli Scacchi
  7. Gesualdo, La Pergola
  8. Giugliano in Campania, Fenesta Verde
  9. Giugliano in Campania, La Marchesella
  10. Massa Lubrense, Lo Stuzzichino
  11. Melito Irpino, Antica Trattoria Di Pietro
  12. Mercogliano, I Santi
  13. Napoli, Da Donato
  14. Nocera Superiore, Famiglia Principe 1968
  15. Ospedaletto d´Alpinolo, Osteria del Gallo e della Volpe
  16. Pisciotta, Perbacco
  17. Pozzuoli, Abraxas
  18. Rocca San Felice, La Ripa
  19. Sant´Anastasia, E Curti
  20. Sarno, O Romano
  21. Valle dell´Angelo, La Piazzetta
  22. Vico Equense, Il Cellaio di Don Gennaro

Avellinesi e Baccalà, amore a prima vista.

In provincia di Avellino, il baccalà è “la pietanza della festa” della cucina contadina: grande preparazione e grandi piatti.

Il baccalà è una delle pietanze più costose e raffinate della cucina italiana, che non ammette mezze misure, o lo si odia o lo si ama.

Mette un po’ tutti d’accordo, almeno geograficamente, in quanto è presente sulle tavole di tutto lo Stivale, da Nord a Sud, dal mare all’entroterra, con una miriade di varianti.

Derivato dalla salagione di due diversi tipi di merluzzo, grazie al metodo di lavorazione che ne consente la conservazione per lungo tempo, è uno dei pochi prodotti ittici, insieme alle aringhe ed alle acciughe, che non è prerogativa specifica della cucina delle realtà costiere.

Grazie alla possibilità di conservarlo per lungo tempo e quindi facilmente trasportabile, in epoche non recenti, il baccalà era l’unico prodotto di mare che poteva finire anche sulle tavole contadine.

La sua versatilità culinaria ne ha favorito anche una eccellente commistione con i prodotti della terra.

Baccalà con carciofi e verza crudi, insalata di arance e tartufo di Bagnoli Irpino (Ricetta di Antonella Iandolo Chef Palazzo Vittoli)

Per questo motivo, il baccalà è l’unica pietanza di mare che ha acquistato specificità e tradizione sulla tavola contadina, anche se era considerata la portata della festa, considerato il costo non irrisorio per famiglie numerose e non certo ricche.

Per questo motivo non sono pochi i centri irpini che vantano centenaria tradizione nella preparazione del baccalà, e non mancano gli amanti del merluzzo sotto sale che lo eleggono a vera e propria eccellenza da gran gourmet, complice anche una gamma di vini, dai bianchi ai rossi, che ben si sposano con le oltre dieci ricette che fanno del baccalà l’ingrediente principale.

Irpinia, terra di grande tradizione per la preparazione del Baccalà.

In Provincia di Avellino, oltre alla maestria nella preparazione di succulenti portate a base di baccalà, si è tramandata anche la tradizione nella preparazione del baccalà prima del passaggio ai fornelli, dai tempi necessari per l’ammollo alla salinatura.

Tra i centri dove molti rivenditori garantiscono baccalà e stoccafisso (la differenza sta nella lavorazione dopo la pesca) ben confezionato, pronto o quasi per la preparazione in cucina vi è la cittadina commerciale di Atripalda, Solofra ed altri centri dell’Alta Irpinia.

Minestra al Baccalà

Baccalà alla pertecaregna.

Le ricette tipiche dell’Irpinia, ma anche di alcuni centri della Lucania, con baccalà e stoccafisso, sono rispettivamente Baccalà alla pertecaregna, e stoccafisso con patate e sedano (accio, patane e stocco).

Il primo viene insaporito, dopo la bollitura, con un passaggio in olio caldo peperoncino, aglio e peperoni cruschi. In pratica lo stesso condimento degli spaghetti con aggiunta dei peperoni.

Stoccafisso con patate e sedano.

Accio, patane e stocco, invece, è una minestra saporitissima, prevalentemente invernale, dove lo stoccafisso presta il sapore deciso alla patata e al sedano, tagliati grossolanamente e fatti cuocere con abbondante brodo.

Entrambe le pietanze si sposano con un bicchiere di aglianico dell’Irpinia.

Baccalà all’insalata.

Altro piatto tipico, più fresco e meno impegnativo è il baccalà all’insalata, con aggiunta di peperoni all’aceto, pepaini, olive verdi, prezzemolo. Condito con olio extravergine di oliva e volendo limone, anche se è preferibile evitarlo o usarlo solo se il baccalà dovesse risultare particolarmente sapido.

baccalà fritto

Baccala fritto.

Meno tipico, ed anche meno dietetico, è il baccala fritto, spolverato di abbondante pepe nero macinato e salato in superficie.

La ricetta è semplice, basta scegliere le parti di baccala di minor spessore, infarinarle e portare l’olio alla giusta temperatura, in modo da indorare in pochi secondi la panatura fino a farla diventare di color biondo tenue. In questo caso il baccalà va gustato caldissimo.

Una variante del baccalà fritto sono le frittelle con baccalà, dove la pastella di acqua e farina diventa la custodia del baccalà precedentemente lesso.

Baccalà con le cime di rapa.

Fin qui, le ricette nelle quali il baccalà è padrone indiscusso, ma altri abbonamenti non sono da trascurare, come il baccalà con le cime di rapa, dove il baccalà lesso viene saltato in padella e amalgamato con le cime di rapa anche queste precedentemente scottate, oppure le ricette con la pasta.

Baccalà con i paccheri di Gragnano.

La più celebre è sicuramente quella dei paccheri di Gragnano con baccalà, lessato in precedenza e poi saltato insieme alla pasta scolata molto al dente, in un sugo con olio, aglio leggermente soffritto, pomodorini e se vi aggrada con aggiunta di olive nere di Gaeta e capperi di Pantelleria. Più sofisticati, i ravioli con farcitura di ricotta e baccala.

Per chi ama le cruditè, ed il baccalà quando opportunamente spugnato e dunque poco salato si presta a questo tipo di preparazione, si consiglia di di scaldare o cuocere al vapore il baccalà, ridurlo in sfoglie e marinarlo in emulsione di agrumi (limone e arancia) e olio a crudo. Se vi aggrada potete spolverarlo di peperoncino piccante e lasciarlo insaporire per un paio di ore.

Il piatto può essere servito anche su un letto di fette di arancia private della buccia.

Baccalà alla brace.

Infine, una ricetta semplicissima, ma che consente di apprezzare in pieno il gusto del baccalà da fare solo se disponete di un barbecue esterno o un caminetto con ottimo tiraggio. Si tratta del baccalà alla brace.

In questo caso si scelgono i pezzi di maggior spessore e li si adagia sulla brace ardente ma senza fiamma.

Unico disagio, la grande quantità di fumo che si sprigiona dalla pelle del baccalà.

I pezzi di merluzzo salinato vanno cotti per circa sei minuti per lato, girandoli una volta sola evitando di farli sfaldare, ed ancora caldi conditi con un filo di olio extravergine di Ravece.

La Pietra di Fontanarosa per Arredare casa a km 0.

Arredare con la pietra: un ossimoro? una intenzione antiquaria? Tutt’altro.

La pietra è conosciuta come elemento dell’edilizia: ornie per finestre, davanzali, cornici, gradini, caminetti oppure come materia dell’arte.

Ma con la pietra, invece, si può fare molto di più. Soprattutto se unita ad una lavorazione artigianale, ad una produzione “su misura” e ad una progettazione anticonformista.

In Irpinia, c’è un paese che vive, ancora oggi, con la sua pietra.

La Pietra di Fontanarosa

Fontanarosa, un piccolo centro che intorno alla lavorazione della pietra ha costruito parte della sua economia.

Breccia, favaccia, favaccina, fino ad arrivare alla Pietra di Fontanarosa.

Ogni tipo è caratterizzato dalla grandezza delle sue “macchie”, nient’altro che le tracce degli elementi sedimentati nei secoli, all’interno della massa rocciosa.

Tra questi strati, poi, è possibile addirittura trovare filoni di “travertino noce” o di onice: l’Onice di Gesualdo.

Ad Avellino, dal 2001, opera un’associazione che è il primo esempio in Campania di collaborazione continua tra artigiani e designer, per la realizzazione di qualità, sostenibilità e funzionalità attraverso la ricerca e l’innovazione.

La “Bottega delle Mani”, attraverso le sue idee, i suoi progetti e le sue “manifatture” promuove un artigianato di qualità legato al territorio e alle sue materie prime.

“La Pietra di Fontanarosa è stata usata per secoli nei lavori “di fino” – spiega l’architetto Mario Pagliaro, promotore della Bottega delle Mani – quelli che richiedevano maggiore definizione ed eleganza formale, oggi sempre più rari. Vanvitelli l’ha usata per le colonne del Teatro di Corte a Caserta; negli antichi palazzi nobiliari non mancavano mai elementi architettonici di pregio in Pietra di Fontanarosa o in onice di Gesualdo”.

Oggi, ovviamente, le necessità, i gusti, gli spazi che abitiamo sono diversi ma, le pietre irpine possono ancora essere protagoniste delle nostre vite.

Spesso si consumano cataloghi di produzioni industriali di pavimenti super tecnologici, eppure, raramente si pensa che “a chilometri zero”, potremmo facilmente ed economicamente regalare alla nostra casa momenti di fascino e di valore artigiano”.

“Ad esempio, unendo al calore di un parquet in rovere stonalizzato inserti di Pietra di Fontanarosa, Breccia irpina, con cammei di Travertino noce e Onice di Gesualdo – suggerisce l’architetto Pagliaro della Bottega delle Mani –. Magari, componendoli con astratte geometrie, usandoli nei punti di maggiore usura: il passetto d’ingresso, lungo i tratti maggiormente percorsi, intorno ai pezzi igienici”.

Entrare in una bottega artigiana, dopo aver progettato le proprie soluzioni, resta sempre un’alternativa più emozionante che sfogliare cataloghi patinati

“Una piccola attenzione progettuale che, unita alla sapienza artigiana, riesce con semplicità non solo a conferire maggiore eleganza ai nostri spazi ma, anche, tanta funzionalità”.

  • Nella Foto:  Seduta urbana modulare in breccia irpina e acciaio. Design della bottegadellemani per la F.lli Iovanna snc di Fontanarosa

Cantine Aperte in Vendemmia, in Italia è festa del vino !

E’ in pieno svolgimento l’annuale appuntamento con Cantine Aperte in vendemmia, l’evento nazionale che ha come protagonista il vino e che si svolge quest’anno fino a fine ottobre durante il  weekend in tutte le regioni d’Italia.

Le cantine socie del Movimento Turismo del Vino aprono le proprie porte al pubblico, favorendo così un contatto diretto con tutti gli amanti del vino.

Un ritorno al territorio e ai suoi frutti, un viaggio alla scoperta delle peculiarità di ognuno.

Un invito a famiglie, giovani e coppie a trascorrere una giornata nelle cantine socie del Movimento Turismo del Vino presenti in tutta la Penisola, pronte a rispondere all’evento con programmi ricchi di attività legate al mondo enologico e gastronomico.

Ogni cantina propone le sue iniziative e un programma personale.

Tanti gli appuntamenti nelle diverse regioni, con mostre d’arte, spettacoli, concerti e molto altro, snodati lungo un calendario che tiene conto dei differenti momenti della vendemmia nelle diverse zone d’Italia.

Le cantine aprono le loro porte per accogliere i turisti e mostrare loro i segreti di una fase cruciale della produzione, nella quale vengono formulate anche le previsioni su quella che sarà la qualità della vendemmia, anche sulla base di quelle che sono state le condizioni meteo dell’estate.

Sul sito internet del Movimento Turismo del Vino è possibile reperire tutte le informazioni sulle tappe di settembre e ottobre nelle varie regioni italiane, costantemente aggiornate, visitando il sito del Movimento del Vino.

Un po’ ovunque sarà possibile ad esempio usufruire di visite guidate con brindisi in vigna, vivendo anche l’esperienza “antica” della pigiatura coi piedi, così come veniva svolta tradizionalmente nei tini in legno.

Negli eventi saranno previsti anche momenti dedicati ai bambini che potranno quindi accompagnare i genitori nelle visite.

I Vigneti, le cantine, luoghi speciali per vivere una giornata unica.

I consigli del pediatra Pietro De Luca per la salute dei tuoi bambini.

La campanella che suona, l’emozione del primo giorno di scuola, l’attesa spasmodica per quelle prime ore lontano da casa.

Per i genitori, specie dei bambini più piccoli, di quelli che per la prima volta si approcciano al mondo della scuola, sono giorni di tensione e preoccupazioni.

Come reagirà al distacco? Come si relazionerà ai compagni?

Ma, soprattutto: resisterà alle infezioni pronte a colpire in quel “covo di germi”?

L‘avvio della scuola coincide, per tutti i genitori, con la prima, vera conoscenza del sistema immunitario dei propri figli.

Tutti pronti a prendere le contromisure. L’infezione non passerà!

Ma siamo sicuri di adottare sempre gli accorgimenti giusti per salvaguardare la salute dei bambini? Sono sempre esogeni i fattori che provocano influenze, allergie e i cosiddetti malanni di stagione?

E la prevenzione, la facciamo nel modo giusto?

Ne abbiamo discusso con il pediatra avellinese Pietro De Luca.

Per lui (ed i suoi colleghi) inizia proprio in questi giorni il “picco” lavorativo. Che non a caso coincide con l’inizio dell’anno scolastico.

“Con l’ingrsso a scuola aumenta la preoccupazione delle infezioni da parte dei genitori. Per loro – osserva il dottore De Luca – i pericoli da scongiurare sono innanzitutto le infezioni alle vie respiratorie, tosse, rinite, lacrimazione, febbre. Che si contrastano rafforzando il sistema immunitario”.

Dottore De Luca, come si rafforza il sistema immunitario nei bambini?

“Innanzitutto occorre comprendere che parlando di sistema, parliamo di qualcosa di complesso, che riguarda più fattori: l’età, l’alimentazione, l’ambiente domestico, quello scolastico.

Il sistema immunitario si rafforza con la prevenzione. Che non è solo quella farmacologica a base di immunomodulatori o immunostimolanti che, statisticamente, rendono meno virulenta ad esempio l’infezione respiratoria.

La prevenzione è anche, ed innanzitutto, una serie di comportamenti da adottare nel quotidiano che aiutano ad innalzare le difese e a ridurre i fattori di rischio”.

Quali sono i comportamenti corretti da adottare?

“Purtroppo raramente si presta attenzione all’alimentazione, che rimane la prima azione preventiva da mettere in campo. Il sistema immunitario è l’esempio di come un organismo debba essere nutrito: frutta, verdura, legumi, proteine devono essere preferiti ad alimenti preconfezionati, penso alle merendine o ad altre pietanze già pronte.

Chi si nutre bene avrà sicuramente un sistema immunitario molto più resistente e starà in generale meglio”.

In che senso?

“Si parla di simbiosi tra sistema immunitario, polmonare, intestinale, cerebrale: non si tratta di sistemi separati tra loro ma che si influenzano.

Un bambino che fa abuso di merendine o di insaccati ha un sistema immunitario meno resistente di un bambino che mangia in maniera sana.

Mi viene da sorridere pensando alle attenzioni che, le mamme in particolare, prestano agli indumenti da far indossare ai figli per evitare che possano prendere colpi d’aria e poi li nutrono in maniera scorretta. Far mangiare bene i bambini è molto più importante”.

I consigli del Notaio Paolo Criscuoli sui contratti con i cittadini stranieri

La recessione in cui versa da svariati lustri la provincia di Avellino non ha arrestato un profondo mutamento nel tessuto economico e sociale che segna un trend comune anche al resto della nazione.

Quella che ancora qualche decennio fa si connotava come una provincia di emigranti si è andata trasformando nella terra in grado di ospitare un crescente flusso migratorio dai paesi meno sviluppati.

Parte di questi stranieri ha saputo realizzare un progetto di stabilità ed anche di ricchezza nel nostro paese ed inizia a rappresentare un segmento di rilievo in campo societario e nel settore degli investimenti immobiliari.

La legislazione statale si è nel contempo, sia pure gradualmente, adeguata a questo fenomeno mostrandosi più aperta all’accoglienza.

Abbiamo provato ad approfondire l’argomento con il notaio Paolo Criscuoli, che opera a Monteforte Irpino.

Notaio Criscuoli, le vicende degli ultimi tempi hanno riportato in auge la problematica dell’immigrazione e più in generale della regolamentazione dei rapporti con lo straniero. L’attività notarile impone di confrontarsi con queste tematiche?

“Prima di tutto tenderei a separare i più recenti fatti di cronaca dalla partecipazione degli stranieri alla realtà economica del paese. Gli atteggiamenti di chiusura di recente manifestati dalla classe dirigente riguardano il fenomeno dell’immigrazione “clandestina”.

Il diffuso sentimento di indisponibilità verso il migrante, purtroppo amplificato da un’interminabile crisi economica e dalla profonda incertezza nel futuro che accomuna gran parte della popolazione e in special modo le giovani generazioni, ha finito col generare anche certe forme di propaganda sterile, volta a celare le fallimentari politiche decennali in campo internazionale dei cosiddetti paesi capitalisti.

In altri termini, le democrazie occidentali hanno fino ad ora rinunziato su tutta la linea ad ogni politica volta a creare una reale redistribuzione della ricchezza ed a migliorare le condizioni di sviluppo economico soprattutto nei confronti paesi del terzo mondo”.

Ed in Italia cosa accade?

“La società italiana è fortemente mutata rispetto al passato, l’apertura delle frontiere verso i paesi aderenti alla Comunità Europea e alcuni aspetti del fenomeno della cosiddetta globalizzazione hanno innescato una serie di meccanismi in conseguenza dei quali il diritto civile e commerciale ha attraversato una rapida evoluzione ed un’opera di omogeneizzazione con la legislazione degli altri paesi.

In campo societario e non solo, per fare qualche esempio, abbiamo “importato” tutta una serie di istituti giuridici che hanno riscontrato alterne fortune, a partire dalle società unipersonali, alle operazioni di fusione e scissione, alle trasformazioni anche eterogenee, al trust ed ai vincoli di destinazione, per rendere il nostro sistema giuridico concorrenziale anche sotto il profilo della normativa applicabile con quello degli altri paesi occidentali. L’aspetto giuridico-economico di certe vicende si distanzia da quello prettamente propagandistico e gode, se vogliamo, di una prospettiva più pragmatica perché mira alla soluzione di problematiche attuali e concrete”.

L’attività notarile non è soltanto supporto all’imprenditoria, sono molte le famiglie stabilitesi in Italia da generazioni che oggi si rivolgono al notaio per l’acquisto della casa di abitazione e la stipula del contratto di mutuo?

“Certamente si. Si tratta di un fenomeno in costante crescita, anche in una provincia povera di opportunità lavorative come la nostra. Lo straniero, sia esso comunitario o extra-comunitario, ha saputo costruire ricchezze e le condizioni di una più che dignitosa stabilità famigliare.

Una buona parte delle persone che sono immigrate, anche nella provincia di Avellino, ha fatto e farà la scelta di stabilizzarsi e, di conseguenza, ha optato e opterà per l’acquisto delle mura domestiche come primo vero passo verso un legame definitivo con questa terra. Ciò implica una costante attenzione per l’operatore giuridico e per il notaio in particolare verso una serie di tematiche in passato trascurate o quasi del tutto ignorate”.

Ci faccia degli esempi. Quali sono le problematiche immediate da affrontare in caso di contrattazione con uno straniero?

“Per prima cosa occorre valutare che la persona priva di cittadinanza italiana possa, secondo il nostro ordinamento giuridico, validamente esercitare diritti di natura patrimoniale, possa, cioè, rendersi acquirente di beni, di quote o azioni di società, o ricoprire incarichi societari. In passato l’unico criterio utilizzabile a questo fine era quello della cosiddetta “reciprocità”.

Il cittadino straniero poteva godere dei diritti civili che lo stato italiano riconosce ai propri cittadini a condizione che il suo paese di provenienza riconoscesse del pari al cittadino italiano diritti identici o similari.

Alla base di questo principio era stata tradizionalmente individuata una forma di autotutela (o ritorsione) statuale nei confronti della nazione d’appartenenza dello straniero, per i casi in cui difettasse un eguale trattamento in favore degli italiani emigrati all’estero.

Nel corso del tempo, però, la reciprocità è stata considerata come una sorta di invito agli Stati per fare in modo che aprissero le loro legislazioni al cittadino italiano, laddove questi stati avessero voluto che nel nostro paese si facesse altrettanto.

Oggi il sistema è di gran lunga progredito, tanto ciò è vero che il criterio della reciprocità viene considerato come un elemento di valutazione del tutto residuale”.

In che senso residuale?

“Intendo dire che si tratta dell’ultimo dei criteri da valutare. Del resto, nei rapporti tra Stati non c’è più alcuna forma di contrapposizione, ma prevale l’apertura, la tendenziale libertà dei traffici economici, quindi, anche nel riconoscimento dei diritti si assiste ad una costante trasformazione”.

In cosa consiste questa trasformazione?

Per iniziare, mi soffermerei sui c.d. diritti “inviolabili”. Per questa categoria di diritti, secondo l’ormai costante indirizzo della giurisprudenza di legittimità, è sempre consentito ai non cittadini accedere ad ogni forma di tutela, perché si tratta di diritti riconosciuti all’essere umano in quanto tale e non in quanto cittadino di uno Stato.

Per quanto diffusa ed eterogenea sia la casistica giurisprudenziale in materia, sono considerati inviolabili: il diritto alla vita, alla salute, all’incolumità ed all’integrità psicofisica e più in generale tutti quei diritti che la Costituzione garantisce in via diretta”.

E per quanto riguarda invece i cosiddetti diritti “economici”?

“Qui il discorso si fa più articolato. Non sono sottoposti alle limitazioni derivanti dalla reciprocità i cittadini dell’Unione Europea sulla base del “Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea”.

Equiparati ai cittadini UE sono inoltre i cittadini dei Paesi E.F.T.A. (European Free Trade Agreement), in base all’Accordo sullo Spazio Economico Europeo (SEE), che pure sancisce il principio di libertà di stabilimento per i cittadini di tutti i Paesi partecipanti.

Costoro possono esercitare gli stessi diritti del cittadino italiano.

Inoltre, non c’è bisogno di valutare la condizione di reciprocità rispetto agli apolidi, secondo quanto previsto dall’art. 18 della Convenzione relativa allo status di apolide, adottata a New York nel 1954 o ai rifugiati, in virtù della Convenzione di Ginevra del 1951, purché regolarmente residenti in Italia da almeno tre anni”.

E per i Paesi che hanno concluso accordi con l’Italia?

“Nessun riscontro in ordine alla reciprocità deve farsi, inoltre, per quei Paesi che abbiano concluso accordi – non di generica collaborazione – con il nostro Paese. Laddove questo primo riscontro fornisse esito negativo, occorrerà valutare se lo straniero sia munito di permesso di soggiorno o carta di soggiorno.

Secondo la normativa vigente, lo straniero regolarmente soggiornante nel territorio dello Stato gode dei diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano.

Soltanto negli altri casi, e da ciò quindi la residualità, occorre che l’operatore valuti la legislazione straniera per comprendere, ad esempio, se un cittadino italiano, in un certo Paese, possa svolgere analoga attività economica”.

Cosa accade se il riscontro risulta essere positivo?

“In caso di esito positivo di tale accertamento, il cittadino di quel Paese potrà concludere analogo affare nel nostro.

Il tipo di raffronto non potrà che essere “generico”. Non si può ipotizzare infatti la necessità di una sovrapposizione integrale tra i diritti riconosciuti all’italiano all’estero e quelli che il nostro Stato è disposto a riconoscere allo straniero.

In alcuni sistemi, infatti, gli ordinamenti giuridici presentano imponderabili differenze rispetto al nostro, che renderebbero pressoché impossibile un tale tipo di confronto. Si consideri, ad esempio, che alcune legislazioni estere potrebbero non conoscere talune forme societarie, oppure alcune tipologie di diritti o di contratti”.

C’è da immaginare che altro problema possa essere quello di consentire allo straniero di comprendere a pieno il contenuto del contratto nonostante, ad esempio, si esprima in altra lingua. Anche in questo si registrano delle evoluzioni?

“La maggior parte degli stranieri che investono in Italia e partitamente nella provincia di Avellino ha maturato una discreta conoscenza della lingua italiana, di conseguenza il problema è meno frequente di quanto si possa credere.

Restando alle operazioni economiche più importanti per le quali viene prescelta la forma notarile, non è possibile parlare di evoluzione del dettato normativo atteso che, nell’impianto della legge notarile, che sia pure variamente modificata nel corso degli anni risale al 1913, esistono già norme che tutelano lo straniero e più in generale colui che non conosca la lingua italiana attraverso l’obbligo di nomina di un interprete e di redazione dell’atto pubblico con unita la relativa traduzione da leggere alle parti anche per mezzo dell’interprete.

Beninteso si tratta di un sistema che richiede qualche tecnicismo in più, ma resta privo di particolari formalismi, se si considera ad esempio che l’interprete dev’essere indicato dalle stesse parti e non dal Tribunale come accade in altre ipotesi”.

Quali sono allora, oltre alla valutazione della “regolarità” o meno dello straniero in Italia, le problematiche da tenere in considerazione?

“Le problematiche sono tantissime e in costante evoluzione, quindi, mi consenta di dire che l’economia di questo scritto non permette ovviamente un’indagine compiuta ed esaustiva. Se dovessi individuare, sia pure al solo fine di elencarli, qualche elemento di criticità, potrei segnalare le difficoltà che s’incontrano in caso di provenienza di documenti dall’estero, come ad esempio certificazioni o più ancora di procure.

Oppure le problematiche correlate all’esatta individuazione delle norme di diritto di famiglia applicabili in caso di coniugi aventi cittadinanze differenti”.

Ci dica sinteticamente a cosa stare più attenti per esempio in tema di deleghe?

“La valutazione sulla validità di una procura rilasciata all’estero, sotto l’aspetto squisitamente formale, deve essere condotta in base della normativa del paese in cui viene redatta.

Tuttavia, per poter essere utilizzato nel nostro paese, il documento che contiene la delega dovrà essere munito di legalizzazione oppure di “apostille”, laddove il Paese di provenienza abbia sottoscritto la convenzione internazionale dell’Aja del 5 ottobre 1961, che ha abolito tra i paesi aderenti l’obbligo di legalizzazione degli atti pubblici stranieri (l’Italia vi ha aderito sin dagli anni sessanta)”.

Cosa si intende per apostille?

“L’apostille è una certificazione annotata sull’originale del documento straniero, con la quale un’autorità a ciò deputata nello Stato di provenienza del documento testimonia che il pubblico ufficiale che ha redatto l’atto o vi ha autenticato le firme aveva, secondo la normativa di quel Paese, l’autorità per farlo.

Senza questo riconoscimento, salvo che per alcuni stati che hanno concluso con l’Italia altri accordi internazionali che prevedono la rimozione di ogni forma di controllo al riguardo, il documento, benché valido, non potrà essere utilizzato.

Altro obbligo per chi intenda utilizzare un documento straniero nel nostro paese è il deposito presso un notaio o presso un archivio notarile e la sua traduzione in lingua italiana. Per le procure, però, l’onere di deposito è assolto con l’allegazione all’atto notarile, contestualmente alla quale il notaio, per conto dell’interessato, provvederà se del caso anche a “regolarizzare” il documento sotto l’aspetto fiscale”.

Cosa attenderci per il futuro prossimo?

“Il notariato latino e in particolar modo quello italiano è attivo da oltre un secolo su questi aspetti e ha da sempre rappresentato l’unico strumento per superare gli steccati che talora ostacolano i traffici economici, in special modo per quanto concerne le difficoltà che talora possono insorgere nel far incontrare domanda e offerta tra cittadini aventi diverse culture e cittadinanze.

Alcuni settori, specialmente in campo europeo, devono nondimeno essere implementati. Un sistema economico maturo e internazionale postula una più stretta collaborazione tra Stati proprio negli aspetti che si pongono quotidianamente all’attenzione degli operatori economici, mira a ridurre gli spazi d’incertezza ed assicura e garantisce la rapidità dei traffici, soltanto se coniugata alla loro sicurezza ed affidabilità”.

Per esempio?

“Penso alla lotta al riciclaggio, che non può essere più condotta soltanto con lo sguardo alle dinamiche interne e che richiede l’abolizione di quelle forme societarie che talora, all’estero, consentono la circolazione di capitali anche ragguardevoli senza alcuna forma di controllo.

Mi riferisco anche ad una più efficace e rapida circolazione dei flussi informativi, con la creazione di un Registro delle Imprese Europeo, oppure alla rapida e sicura consultabilità dei Registri degli stati della Comunità Europea da parte dei notai di ogni paese aderente, sistema oggi soltanto accennato per alcuni stati membri e da ottimizzare.

Oppure a un sistema di interscambio della documentazione con modalità digitali tra i notariati dei vari Paesi”.

Non bisogna però trascurare le problematiche connesse alla digitalizzazione.

“Sicuramente occorre tenere in considerazione la vera e propria sfida costituita dalle cripto-valute, laddove si dovesse diffondere un loro utilizzo finalizzato non soltanto a indebiti risparmi d’imposta.

La digitalizzazione, del resto, ha visto il notariato aprire la strada al titolo digitale con almeno un decennio d’anticipo rispetto alla sua diffusione anche in altri settori.

Il processo di armonizzazione dei sistemi giuridici e di collaborazione economica con gli altri paesi è ancora agli albori e potrebbe essere implementato a vantaggio dell’intero sistema soltanto se si decidesse di governarlo attraverso poche e semplici riforme organiche, concordate anche con gli altri paesi europei e non subìte”.

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