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Trattorie e ristoranti tipici a Napoli, ecco dove mangiare bene i piatti della cucina napoletana.

Quando si cita Napoli, di solito, il pensiero va alla pizza.

Ma il capoluogo della Campania, da punto di vista gastronomico può vantare una antichissima tradizione che si rinnova da secoli, e che si propone nelle innumerevoli trattorie e ristoranti tipici.

Mangiare piatti tipici a Napoli non è difficile. Occorre capire quali sono le tipicità della sconfinata cucina napoletana e campana e quali sono i veri ristoranti tipici a Napoli.

Il ragù per esempio è una di queste, un culto che ha trovato spazio, a Napoli, anche in testi teatrali e rappresentazioni cinematografiche.

Cosa mangiare a Napoli

In ogni trattoria e ristorante tipico di Napoli e provincia è possibile trovare nel menù ordinario il ragù napoletano.

Insieme al ragù, altra ricetta tipico di Napoli è il ragù alla Genovese, con gli ziti, tipica pasta da abbinare alla genovese.

Proviamo a vedere dove si può assaggiare un menù tipico napoletano nelle più tipiche trattorie e nei ristoranti selezionati per voi, considerando che la cucina napoletana vanta anche il prego di non essere solo e soltanto una cucina di mare, ma arricchita da numerose ricette e pietanze di terra.

Altro pregio non trascurabile delle trattorie e dei ristoranti di Napoli è quello di offrire un tipico menù completo a cifre non vertiginose, in linea con i ristoranti e le trattorie della Campania.

Dove mangiare bene a Napoli

Di ristoranti tipici e trattorie a Napoli ce ne sono per tutti i gusti e per tutte le tasche.

Partiamo con la trattoria Nennella, in Vico Lungo Teatro Nuovo, nel cuore di Napoli e dei Quartieri Spagnoli.

Qui si respira la chiassosa giovialità napoletana che a tavola trova la massima realizzazione.

Accoglienza e permanenza sopra le righe, piatti tipici come se foste seduti in una casa dei Quartieri Spagnoli. Da provare assolutamente la pasta e patate con la provola e la pancetta, le pennette gamberi e olive e la pasta e fagioli con i calamari. Palline di ricotta e polipo al sugo per secondo, mentre per il contorno parmigiana di melanzane, perchè a Napoli il contorno può essere davvero impegnativo. Da non trascurare il fatto che da Nennella si può mangiare un menù completo anche per meno di 20 euro.

Sempre nel cuore del centro storico di Napoli, a pochi metri dalla Chiesa di San Domenico Maggiore, nei pressi di piazzetta Nilo ci si imbatte nella Antica Spaghetteria Francesco e Mariasofia. Da 30 anni cucina casereccia, piatti tipici e una location con chiari riferimenti all’età borbonica, vanto dei proprietari. Qui la parmigiana di melanzane viene proposta tra gli antipasti, a seguire gli spaghetti Francesco e Mariasofia, con melanzane, provola, pomodorini e pecorino, ma anche linguine al nero di seppia o rigatoni alla genovese. Tra i secondi piatti segnaliamo le polpette al sugo, altra pietanza tipica napoletana.

Cambiamo zona, senza allontanarci troppo e approdiamo a Borgo Marinaro. Suggestivo ed incantato scorcio alle falde di Castel dell’Ovo. Tappa obbligata dal Ristorante Zi Teresa.

Qui la cucina di mare la fa da padrona, ma non è mai banale ed incontra spesso i sapori della terra.

Basta dare uno sguardo al menù per sapere cosa ci aspetta: Immancabile la parmigiana di melanzane ed i fiori di zucca farciti di ricotta e fritti in pastella. Poi paccheri all’astice, spaghetti a vongole, spaghetti con cozze e fiori di zucca, il classico ragù alla genovese e il ragù napoletano secondo le antiche ricette.

Dove mangiare bene a Napoli centro

Dalla meraviglia di Borgo Marinaro all’Orto botanico di Napoli il passo e breve ma la musica a tavola è sempre la stessa.

“È così che la cucina diventa una identitaria e tradizionale, semplice e genuina” recita il sito di uno dei più antichi ristoranti tipici di Napoli “A’ Figlia d’ ‘o Marenaro”.

Si trova in via Foria, una delle principali strade del centro di Napoli, nota per la presenza di botteghe di antiquariato e che è lunga giusto 1 km, come riportano annali di curiosità su Napoli.

Il menù de A’ Figlia d’ ‘o Marenaro propone la cucina tipica napoletana

Zuppa di pesce, spaghetti alle vongole, paccheri all’astice, caponata, impepata di cozze, cartoccio, fiori di zucca in pastella, frittura di pesce e linguine allo scoglio sono solo una selezione del menù de A’ Figlia d’ ‘o Marenaro.

Sempre nel centro di Napoli, in vico Alabardieri, adiacente a piazza de Martiri, è obbligatorio fare un salto all’Antica Latteria. Menù classico napoletano e rivisitazioni moderne. Qui consigliamo il sugo alla Genovese, fatto secondo antica tradizione oltre al ragù napoletano. Ma per chi vuole sperimentare la proposta è ampia, come il riso venere al pesto con scaglie di mandore e gamberetti al vapore o un tris d polpette alla Nerano.

Chiudiamo la nostra selezione di trattorie e ristoranti tipici a Napoli spostandoci nell’impareggiabile cornice di Posillipo. Qui troviamo il ristorante Reginella con la sua Terrazza Cerasa.

La vista è impagabile. Una veduta a perdita d’occhio sul golfo di Napoli ed il Vesuvio sullo sfondo.

Così come il menù ricchissimo: si va dagli agnolotti ai frutti di mare ai  paccheri con coccio e frutti di mar, passando per gli scialatielli Reginella (frutti di mare ed astice, si prosegue con il coccio all’acqua pazza, la frittura di paranza Pesce alla cardinale (con frutti di mare). 

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Cosa mangiare a Napoli in un giorno.

Estate o inverno che sia, Napoli è proverbialmente la città del sole, ma anche la città della tradizione in tavola.
Ecco un itinerario tutto gastronomico, “Cosa mangiare a Napoli in un giorno” alla ricerca del miglior caffè, della sfogliatella più buona o del ragù più gustoso, può essere un ottimo canovaccio per scoprire le bellezze partenopee e le prelibatezze napoletane.

A Napoli può succedere di tutto ma non morirete mai di fame.

Come ogni grande città dalla millenaria tradizione, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, anche a Napoli indicare il luogo dove si gusta la migliore pizza, si sorseggia il caffè più aromatico o dove assaporare la pastiera di grano più fedele all’antica ricetta, rischia di aprire un dibattito senza fine, perché ognuno immagina di conoscere il motore primo di una portata.

Rimangono invece, indiscutibili, alcuni principi.

Cosa mangiare nei ristoranti tipici e nelle trattorie di Napoli

Napule è ‘nu paese curioso: è ‘nu teatro antico, sempre apierto. Ce nasce gente ca’ senza cuncierto scenne p’ ‘e strate e sape recità.

(Eduardo De Filippo)

La sfogliatella.

Una sfogliatella napoletana

L’accompagnamento al caffè napoletano per antonomasia è rappresentata dalla sfogliatella frolla (liscia) o riccia. Il noto giornalista gastronomico Luciano Pignataro consiglia due bar pasticceria, Attanasio in Vico Ferrovia e Pintauro in Via Toledo.

Se a metà mattinata il languore si fa sentire, si può optare per un ricco spuntino.

La Pizza.

Una classica pizza margherita

La pizza napoletana, infatti, non rappresenta solo la portata del pranzo o della cena. Non in tantissime, ma in un numero sufficiente di pizzerie le sfornano a tutte le ore anche in formato mignon, ma sempre rigorosamente cotte a legno.

Si tratta della Pizza do vico, take away, impacchettata in foglio di carta per il pane, vero terrore di chi non deve sporcarsi tra sugo, mozzarella e olio.

Se siete, invece, tradizionalisti e aspettate il pranzo come unico momento per rifocillarvi, la cucina napoletana propone pochi ma imprescindibili capisaldi.

Tra le pizzerie più amate a Napoli centro , Pellone in Via Nazionale, 93 nei pressi della Stazione Centrale di piazza Garibaldi e del centro direzionale, Sorbillo in Via dei Tribunali 32, Antica Pizzeria Port’Alba in Via Port’Alba 18, Da Michele in Via Cesare Sersale 1.

Il ragù.

Passando ai ristoranti ed alla fatidica ora di pranzo . Ecco che una domanda sorge spontanea: dove gustare un buon Ragù,  “O’ ‘rrau”.

Dove assaggiare il vero ragù napoletano è difficile dirlo. A seconda dei quartieri dove viene cucinato cambia sapore. E’ il condimento d’eccellenza della domenica napoletana.

Lo Spaghetto a vongole.

Per chi ama la cucina di mare, lo Spaghetti a vongole è un classico.

Non sarebbero una esclusività

napoletana, ma ogni ristorante li può proporre a qualunque ora del giorno e della notte, così come avviene per la calamarata, o per gli spaghetti con il polipo.

La Frittura

Un secondo sempre proposto dai ristoranti di Napoli è la frittura, all’italiana o di pesce. In gergo si chiama O’ cuoppo oppure cuppitiello.

Salsicce e friarielli.

Se non amate la cucina a base di pesce, chiedete un piatto di salsicce e friarielli, una varietà di broccoli.

Attenzione, se vi spostate nell’entroterra campano e chiedete i friarielli potreste essere serviti con un piatto zeppo di peperoncini verdi fritti (mistero della lingua dialettale campana).

La Pastiera napoletana.

La pastiera napoletana

Per il dolce, a Napoli, c’è l’imbarazzo della scelta. Oltre alle sfogliatelle, andate sul sicuro tra babà, pastiere di grano, struffoli, delizie al limone, torta caprese.

Cosa bere a Napoli.

Il caffè.

Caldo, nero, e profumato. Nelle giornate più fresche e quando lo smog lo consente, il suo profumo inonda le strade di Napoli dalle prime ore del mattino.

Che sia l’espresso dei centinaia di bar o quello della moka che gorgoglia in tutte le case napoletane non importa.

In piazza Trieste e Trento la sfida è tra “Il caffè del professore” ed “il Gambrinus“. In varie zone di Napoli è presente la catena “Mexico“che a pareri di tanti offre uno dei migliori caffè napoletani.

‘Na tazzulella ‘e cafè a Napoli è come il lavarsi la faccia e il radersi: inevitabile per l’inizio della giornata. Se a Napoli qualcuno non beve il caffè, o è Inglese ma lo riconoscerete perché avrà tra le mani una tazza di tè o è allergico.

Il Vino.

I vini sono mutuati da zone limitrofe. I frizzantini Lettere e Gragnano, il Biancolella d’Ischia, o un Pere ‘e Palummo. Da abbinare a seconda delle portate.

Se poi riuscite anche a fare una visita al Museo di Capodimonte o al Maschio Angioino ed una passeggiata per via Caracciolo, partendo magari da Posillipo, avrete ancora più fame per una bella pizza a cena.

Napoli è imprevedibile, può succedere di tutto, tranne una cosa : non morirete mai di fame.

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Zeppole di San Giuseppe, al forno o fritte? (Video Ricetta)

Dopo la torta Mimosa, un must della Festa delle Donne, è subito zeppola, almeno in Campania.

Il dolce d’elezione per la festività di San Giuseppe e quindi per la Festa del Papà, in realtà nelle pasticcerie napoletane non manca mai, ma nei giorni che precedono il 19 marzo, le vetrine delle pasticcerie partenopee si trasformano in un tripudio di bignè alla crema con ciliegina o amarena.

Tutto il Centro Sud Italia, però, dedica a San Giuseppe la propria variante di Zeppola, ad eccezione di Catania, dove anche a San Martino, l’11 novembre, ci si industria per le crespelle di riso, parenti strette della Zeppola.

Zeppole fritte o al Forno?

La zeppola di San Giuseppe napoletana, ammette solo due varianti, che riguardano la cottura: fritta o al forno.

In definitiva si tratta di un bignè di pasta sciù (mutuato dal più corretto francese choux), d circa 7/8 centimetri di diametro, farcito di crema pasticciera e con una ciliegia o amarena candita sul colmo, spolverata di zucchero a velo.

L’abbondanza della crema, che necessariamente deve fuoriuscire dalla “frittella” e deve rendere obbligatoriamente ostico addentare senza sporcarsi, è una delle caratteristiche principali di questo dolce.

La zeppola di San Giuseppe non va confusa con la graffa napoletana, che pure viene chiamata zeppola, ma non ha un legame stretto con la festività del Santo falegname.

In rete, sono numerosi i tutorial per cucinare una zeppola di San Giuseppe napoletana doc, secondo ricette antichissime, come quella proposta da Pasquale Vitiello di Nennella ai Quartieri Spagnoli, uno dei luoghi dediti all’arte pasticciera più conosciuti di Napoli.

Gli ingredienti per la sciù sono pochi: acqua, zucchero, burro e farina che vanno amalgamati sul fuoco ed ai quali poi a freddo vanno aggiunte le uova.

Per la crema pasticciera, invece, latte, burro, uova, farina e scorza di limone.

Un po’ più di maestria occorre per creare la “rosetta” di pasta ricavata dall’impasto, utilizzando la sacc a poche, ma se non vi sentite pronti, in commercio ci sono “siringhe” più facili da utilizzare. Fatto ciò, a voi la scelta, o adagiare la rosetta di impasto in una teglia da mettere al forno, oppure introdurla direttamente nell’olio bollente, dove immediatamente (se l’impasto è corretto) inizierà a gonfiarsi, per poi essere farcita di crema.

L’altra validissima alternativa è recarsi in pasticceria, anche perché le zeppole “home made”  non resistono molto al trascorrere delle ore e tendono ben presto ad indurirsi o a perdere la fragranza tipica.

Ricetta Zeppole di San Giuseppe al forno

Ricetta Zeppole di San Giuseppe Fritte

Tra serio e faceto, tra storia e leggenda, scopri le origini della sfogliatella napoletana.

Si narra che i veri esperti sappiano riconoscerne la mano che le ha dato vita al primo morso.

Perché la sfogliatella, tipico dolce napoletano che ha varcato i confini di Partenope affermandosi sulle tavole e nelle vetrine di tutto il mondo, ha un fascino tutto suo, che non si ritrova in nessun altro dolce tradizionale.

Dove mangiare la sfogliatella napoletana

Pintauro, Scaturchio, Bellavia, Attanasio, Carraturo sono nomi che rimandano la mente di ogni campano a quella delizia dalla sfoglia riccia e croccante (da non confondere con la frolla) a forma di conchiglia ripiena di crema alla ricotta e aromatizzata alla vaniglia e arancia.

Una bomba calorica a cui nessuno, però, rinuncia.

La storia della Sfogliatella parte da un rito orgiastico?

Le origini della sfogliatella sono ammantate di quel velo di mistero che contribuisce a rendere leggenda il prodotto della pasticceria napoletana per eccellenza.

D’altronde, affondare le ricerche della primogenitura (la cucina di un convento o rito orgiastico) in epoche lontane significa prolungare nel tempo quella piacevole sensazione che soddisfa non solo il palato ma anche la mente.

Non solo dei più ghiotti e curiosi.

La sfogliatella di Pintauro

Tra coloro che hanno sempre vantato una sorta di originalità del proprio prodotto c’è proprio Pintauro, storica pasticceria di via Toledo, nel cuore di Napoli.

Qui si troverebbe la sfogliatella più buona semplicemente perché in questo laboratorio sarebbe nata.

Un messaggio vero a metà.

Perché è vero che, agli albori dell’800, Pasquale Pintauro cominciò a diffondere nella sua osteria questo particolarissimo dolce che, in breve, ebbe un clamoroso successo al punto da suggerirgli di rivedere il suo core business da oste a pasticcere, è altrettanto vero che il Pintauro altro non aveva fatto che rielaborare, personalizzare ed arricchire una ricetta già esistente.

In un convento la prima volta della sfogliatella?

Le cui origini andrebbero ricercate, come spesso accade nel mondo dolciario, all’interno del panorama monastico dove la clausura sembrerebbe agevolare le sperimentazioni in campo gastronomico.

Andando a ritroso nel tempo, nello spulciare storie, racconti e testimonianze si arriva ad incrociare due diverse comunità monastiche all’interno delle quali potrebbe essere nata la moderna sfogiatella.

La Sfogliatella del convento della Santa Croce di Lucca a Napoli

Il primo è il convento della Santa Croce di Lucca. Siamo nella zona dei Tribunali di Napoli, non lontano dal Duomo di San Gennaro. A trovare il mix vincente di aromi, crema e ricotta sarebbero state le suore di clausura di stanza nel convento. Tra queste, vuole la leggenda, ci sarebbe stata anche una parente di Pietro Pintauro, al quale avrebbe trasferito idea e ricetta.

La Sfogliatella del convento di Santa Rosa da Lima a Conca dei Marini

Ma a contendere alle suore partenopee il prelibato primato ci sarebbero altre consacrate, di stanza nel convento di Santa Rosa da Lima a Conca dei Marini, in uno degli angoli più suggestivi della Costiera Amalfitana.

Come, da qui, la ricetta sia fuoriuscita per raggiungere il cuore di Napoli resta un mistero.

Un rito orgiastico dietro quella strana forma a conchiglia?

Che alimenta ancor di più il fascino di questo straordinario prodotto di pasticceria che resta unico non solo per il perfetto equilibrio degli ingredienti che gli conferiscono unicità nel panorama dolciario ma anche per la sua forma a conchiglia che, nel tempo, ha indirizzato le ricerche in contesti ancestrali, che riportano addirittura ai bagordi orgiastici che venivano organizzati in onore della dea Cibele, nel corso dei quali, con il nettare degli dei che scorreva a fiumi primeggiavano prelibatezze dolci la cui forma richiamava quella del pube femminile, raffigurato appunta come una conchiglia.

Quanto fossero edotte di tale discendenza le suore di clausura non è dato saperlo.

Ma tanto basta a stuzzicare ancor di più la fantasia boccacesca, tra un morso ed un sospiro di piacere.

La storia della Cucina Napoletana tra Piatti, Dolci e Prodotti Tipici.

Nel corso dei secoli, la cucina napoletana ha mescolato e gradualmente elaborato pietanze di città e piatti di campagna, lavorando su antiche ricette adattate alla nuove esigenze della società moderna,alla fine trasformando e modificando molti sapori.

Napoli sulle altre città della regione Campania, a tavola, offre qualcosa di più: i profumi dei suoi cibi infatti sono l’introduzione ideale a un luogo che può davvero incantare i turisti in giro per chiese, vicoli e monumenti..

Essa può contare su uno straordinario corredo di ortaggi e di frutta locali, su alcune lavorazioni del latte e degli insaccati, su prodotti ittici di grande qualità e su diversi vini pregiati.

Due dei suoi piatti hanno una diffusione internazionale: gli spaghetti al pomodoro e la pizza.

Si può parlare di arte culinaria napoletana perché si conserva ancora un insieme di procedure, un repertorio di piatti, sapori che hanno attraversato molti secoli e che contribuiscono ancora a tratteggiare, in modo lampante, una precisa identità gastronomica.

La Cucina Napoletana nel ‘500

Già nel ‘500, Napoli era famosa per i suoi cibi raffinati, per i suoi ingredienti di grande varietà e qualità, selezionati fra i prodotti agricoli delle coltivazioni locali.

Con l’arrivo dall’ America dei pomodori, delle patate, delle melanzane, dei peperoni, dei fagioli e del cacao la cucina napoletana subì una profonda trasformazione

Questi nuovi ingredienti, con i loro caratteristici aromi, contribuirono a modificare radicalmente la caratteristica dominante agrodolce che aveva contraddistinto, fino ad allora, la cucina all’ombra del Vesuvio.

In Italia la storia del pomodoro è legata ad un cesto dei pomodori nati da semi regalati alla moglie di Cosimo de’ Medici, Eleonora di Toledo, dal padre, Viceré del Regno di Napoli e seminati nella tenuta fiorentina di Torre del Gallo. Tuttavia già nel 1572 in una lettera di Costanzo Felici a Ulisse Aldrovandi si fa riferimento ad una varietà di colore “rosso gagliardamente”.

La cucina napoletana di fine Cinquecento è tramandata ai posteri dagli scritti del “Ritratto di Napoli del marchese Giovan Battista del Tufo”(Napoli, 1548, Acerra, 13 giugno 1622)  del 1588. Tra gli ingredienti principali abbondano frutta e verdura, particolarmente i broccoli, che sono conditi con sarde, soffritto d’aglio, e succo di limone. Anche il pesce era molto diffuso, e la carne era preparata prevalentemente con ingredienti agrodolci.

Erano diffusi vini ancora oggi prodotti, come aglianico, fiano, asprinio.

Il pomodoro, da allora, venne utilizzato anche per condire la pizza.

La diffusione della pasta (la produzione della pasta a Gragnano risale alla fine del XVI secolo quando comparirono sul territorio i primi pastifici a conduzione familiare) spinse a ricercare diversi tipi di salsa adattati alla specifica forma ma la preferita, ben presto, fu la salsa al pomodoro in cui continuarono a trovar posto gli antichi ingredienti dell’olio d’oliva, dell’aglio e del basilico.

A Napoli divennero popolari vari tipi di pasta, come perciatelli, zite, paccheri, fusilli, spaghetti, vermicelli e le linguine.

La Cucina Napoletana nel ‘700

Napoli divenne luogo di confronto delle grandi cucine europee verso la fine del ‘700.

Nell’arco di pochi decenni, presero definizioni francesi alcune tradizionali pietanze partenopee: il gattò, il crocchè e il ragù napoletano.

La Cucina Napoletana nell ‘800

Un piatto di Spaghetti

Nell’800, iniziò l’epoca della lavorazione industriale della mozzarella di bufala e della diffusione internazionale degli spaghetti.

Proprio a Napoli nel 1833 inaugurava il primo stabilimento per la fabbricazione industriale della pasta.

La Cucina Napoletana nel ‘900

Il ‘900, infine, si è presentato come un secolo di profondi cambiamenti nella cucina napoletana, travolta, come molte cucine regionali, dai nuovi modi di nutrirsi delle metropoli.

I napoletani,costretti a emigrare, esportarono però la tradizione culinaria nel mondo, facendo diventare alcune pietanze dei veri e propri piatti internazionali.

Allora ? “Cameriere via con i primi !!!”

Fusilli ‘a napulitana, Rise ‘a piscatora (risotto alla pescatore), Rise cu ‘o niro ‘e seccia (riso al nero di seppia), Pasta e patane, Pasta cu’ ‘e fave, Vermicielli ‘a Vesuviana, Cavericiore cu ‘a pasta (cavoli con la pasta), Zuppa ‘e suffritto (zuppa con le interiori del maiale), Vermicielli ‘a caprese, Maccaruncielle lardiate, Lampe e tuone (tagliatelle con i ceci), Zuppa ‘e fasule, Paccare ‘o furno, ‘A Lasagna…

Secondi di mare Purpetielle affocate, Alice ‘mbuttunate,’O Baccala’, Treglie ‘ncartoccio, Cefaro alla Pusilleco

Dolci: Zeppole ‘e S.Giuseppe, A Pastiera, ‘O babba’, ‘E chiacchiere, ‘O sanguinaccio.

Cameriere…”Limoncello, Caffè e … conto !!!”

Al via Eccellenze Campane, il polo dei prodotti tipici campani

Tra attesa e soddisfazione diffuse, apre ufficialmente. oggi, giovedì 16 gennaio a Napoli il più grande polo gastronomico partenopeo e non solo. Già il nome, “Eccellenze Campane”, lascia intendere che a essere protagonisti sono i più noti e apprezzati prodotti d’eccellenza del territorio regionale, un esclusivo luogo, ampio migliaia di metri quadrati, destinato alla produzione e alla vendita dei prodotti vanto del settore agro-alimentare regionale.

Precisamente in via Brin, lì dove sorgeva un vecchio complesso industriale, ristrutturato a puntino e riqualificato, “Eccellenza Campane” prende vita, manifestandosi pubblicamente quale punto di incontro tra tradizione, qualità, tipicità, economicità e sostenibilità.

Ideatore del progetto Pasquale Buonocore, già collaboratore di Oscar Farinetti, supportato da Paolo Scudieri, per lanciare quello che può essere definito un “Eataly alla napoletana”. Un modello che, forte dell’esperienza piemontese, sostiene quindi il passaggio diretto da produttore a consumatore, escludendo passaggi intermedi.

Aperto a partire da venerdì con orario continuato 7-24, “Eccellenze Campane” raccoglie al suo interno molti nomi prestigiosi dell’imprenditoria agro-alimentare campana.

Tra quelli più conosciuti del panorama partenopeo saranno presenti, per la torrefazione, Kenon, storico marchio di caffè di qualità; Gay Odin, prestigiosa cioccolateria artigianale napoletana; Pasquale Marigliano per la pasticceria, attento conoscitore delle tecniche di lavorazione francesi, tornato nella sua terra per aprire nel 2000 la sua Patisserie di riconosciuta qualità.

Sarà possibile trovare ancora le prelibate pizze di Guglielmo Vuolo, quarant’anni di esperienza e un’antica tradizione familiare alle spalle; le creazioni del pastificio dei Fratelli Sicignano, quelle di Baiano ed Esposito per pane e biscotti, panettieri da generazioni.

Tra i ristoranti fanno capolino tra gli altri “La Torre” di Massa Lubrense e la “Masseria dei Trianelli” di Luciano di Meo, che mettono in tavola i sapori della loro terra; e ancora la “Antica Salumeria Napoletana Casadduoglio”, l’arte della friggitoria di Antonio Tubelli e quella della birra artigianale di qualità firmata “Maneba”.

Si attende un esordio “col botto”!