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Simon Sabato Rodia,l’irpino che incantò i Beatles

La storia di Sabato Simon Rodia è talmente particolare da aver incantato addirittura gente del calibro di John Lennon e Paul McCartney che, nel 1967, non esitarono ad inserire un suo profilo nella copertina del disco Sgt Pepper’s Lonely Heart Club Band, uno dei capolavori dei baronetti di Liverpool che per lanciare il loro album scelsero l’immagine di 60 personaggi famosi.

Tra questi,i Beatles individuarono anche un artista di origini italiane, che era nato a Rivottoli di Serino, in provincia di Avellino, nel 1879.

La storia di Simon Sabato Rodia

A soli 15 anni, Sabato Rodia era arrivato in America, come tanti suoi conterranei, in cerca di fortuna. Era stato dapprima un minatore e, successivamente, dopo la morte del fratello in una miniera della Pennsylvania, piastrellista e muratore.

Proprio la morte del fratello segnò la sua vita negli States.

Qui, a Seattle, aveva sposato una paesana, Lucia Ucci, dalla quale però si separò a seguito di una vera e propria crisi esistenziale che lo portò quasi ad isolarsi dal resto del mondo e a vivere lontano dai suoi connazionali.

Nel 1920 Rodia si trasferì a Los Angeles, nel quartiere Watts, alla periferia della metropoli, abitato per lo più da afroamericani.

Proprio in questo quartiere, nel giro di trent’anni, realizzerà la sua opera d’arte che lo ha reso celebre, frutto di ingegno, follia e creatività.

Sabato Rodia e le Watts Tower

Sabato Rodia

Con l’aiuto della gente del posto, che gli forniva materiali di risulta, Rodia costruì quello che è passato alla storia come il complesso delle Watts Tower, delle strane torri, alcune delle quali alte anche 30 metri, realizzate con pezzi di vetro, metallo, conchiglie e, soprattutto, senza nemmeno un punto di giuntura.

Un monumento che, come ebbe modo di dire, gli ricordava i covoni che, da bambino, lo avevano attratto nelle campagne della natia Serino e che Sabato Samuel Rodia aveva battezzato con il nome di Nuestro Pueblo.

Ma anche un monumento per dare lustro, a suo modo, ad una zona di Los Angeles povera e degradata, che faceva da contraltare alle luci e ai fasti di Hollywood.

Un’opera architettonica che, al pari della personalità sopra le righe dell’italiano che rifuggiva Little Italy, attirò l’attenzione dei Beatles al punto tale da considerarlo meritevole di figurare, nella loro opera, al fianco di veri mostri sacri della storia, della politica, dell’arte e della musica, come quel Bob Dylan al quale, nella copertina di Sgt Pepper’s, Rodia sembra quasi appoggiarsi con aria sognante.

Quella del sogno americano di un irpino sui generis.

La storia di Leonarda Cianciulli: la “saponificatrice di Correggio” nata a Montella.

La macabra storia della serial killer italiana Leonarda Cianciulli da Montella ha ispirato film, pièce teatrali, canzoni e pagine di letteratura, come “La Cianciulli e l’Ermellina” contenuta nella raccolta “Fuori e dentro il Borgo” di Luciano Ligabue.

Classe 1894, è passata alla storia, non a caso, come la “saponificatrice di Correggio”, proprio per quella sua macabra attitudine a far sparire le tracce dei suoi omicidi.

Per quella naturalezza disarmante nell’infierire sui corpi delle sue vittime, che utilizzava ancora caldi per preparare saponi e fragranti biscotti.

Il Matrimonio

Leonarda Cianciulli non aveva avuto un’infanzia facile. Era venuta al mondo a seguito di una violenza subita dalla madre. A 23 anni sposò un impiegato del catasto, Raffaele Pansardi, contro il volere della famiglia.

La maledizione

In quello che le viene attribuito come il suo memoriale, “Confessioni di un’anima amareggiata”, Leonarda Cianciulli racconta di un forte conflitto con la madre, che ne segnerà il suo futuro: “ti sposi, ma perderai tutti i tuoi figli”, così l’avrebbe maledetta la genitrice.

I Figli di Leonarda Cianciulli

Ed, in effetti, quella maledizione sembrò per davvero colpire l’esistenza di Leonarda, che perse addirittura i suoi primi tredici figli! Da Montella, la coppia si trasferì prima a Lauria, nel potentino, e successivamente a Lacedonia, ancora in provincia di Avellino.

Nel 1930, i coniugi Pansardi decidono di lasciare il meridione e si trasferiscono a Correggio, nell’Emilia. Qui Leonarda, che negli anni precedenti aveva dato prova delle sue abilità con truffe, furti e raggiri al punto da beccarsi una condanna scontata nel carcere di Lagonegro, si fece conoscere come persona un po’ sopra le righe, lasciva, ma fondamentalmente affidabile.

In Emilia, la maledizione materna sembra averla abbandonata. Nel frattempo nasce una prima figlia, e poi altri tre. A far ripiombare nell’incubo Leonarda, è lo scoppio della seconda guerra mondiale. Uno dei suoi figli, che si era iscritto all’università a Milano, rischia di essere richiamato alle armi.

La madre comincia a temere per la sua vita.

Qui, accade qualcosa che si impadronisce della mente della Cianciulli.

Memore dei racconti di stregoneria che aveva conosciuto a Montella e a Lauria, Leonarda si convince che c’è un sol modo per salvare il figlio: compiere sacrifici umani.

Le vittime

Le vittime di Leonarda Cianciulli

Tra il 1939 ed il 1941 viene denunciata la scomparsa di tre donne, Faustina Setti, Francesca Soavi e Virginia Caccioppo.

Le indagini, un po’ alla volta, portano a stringere il cerchio intorno a Leonarda Cianciulli, che con le tre aveva intrattenuto rapporti di amicizia.

L’arresto

Alla fine, incalzata dal commissario Serao, cui erano state affidate le indagini, Leonarda confessa.

E le sue parole appaiono subito sconcertanti. Per la naturalezza nel raccontare, con dovizia di particolari, di corpi fatti a pezzi e bolliti nel pentolone con soda caustica e allume di rocca per farne saponi, di sangue cotto al forno con latte e cioccolato e trasformati in biscotti fatti mangiare ai figli, nell’estremo tentativo di salvarli da un destino che, nella sua mente ormai corrosa dalla follia, sarebbe stato altrimenti segnato.

La condanna

La serial killer italiana, Leonarda Cianciulli, fu condannata a 30 anni di carcere e a 3 anni di ricovero in manicomio criminale.

In realtà, rimase per 24 anni nel manicomio di Pozzuoli, dove morì nel 1970.

Gli strumenti utilizzati per uccidere e per smembrare i corpi delle sue vittime sono conservati nel Museo Criminologico di Roma.

Scopri dove cenavano i tuoi Nonni ad Avellino nei primi del ‘900

Una vocazione che viene da lontano e che il tempo ha consolidato.

Se nell’ambito della Campania, l’Irpinia è riuscita a ritagliarsi una sua peculiare connotazione in tema di gastronomia e ristorazione, in fondo lo deve alla sua storia.

La Storia dei ristoranti Avellinesi

Una storia secolare, fatta di volti, nomi e luoghi che, soprattutto tra chi non è più giovanissimo, riporta alla memoria l’immagine di una Avellino in bianco e nero, che proprio nelle sue ridotte dimensioni aveva i caratteri di quella signorilità di provincia che oggi si stenta a riconoscere.

Che ad Avellino (ed in tutta la provincia) si mangiasse bene era noto già ai principi del Novecento.

Fu proprio nella prima metà del secolo scorso che cominciarono ad affermarsi alcune trattorie ed osterie, antenate dei più moderni ristoranti, che hanno fatto epoca.

I Ristoranti Avellinesi dei primi anni del ‘900

“Monzu” Dominico, Quirino Galasso, Cesare Trombetta, la signora Mafalda, i fratelli Blasi, Agostino Giordano erano all’epoca i nomi più gettonati nel mondo della ristorazione avellinese.

Erano tempi in cui si spendeva poco più di una lira per un pasto veloce, tre lire per un pasto completo comprensivo di un quartino di vino.

In tavola finivano piatti semplici ma saporiti (penne al ragù, spaghetti a vongole, minestre maritate, arrosti): pochi ingredienti ma ben assemblati.

Il passaparola, efficace Tripadvisor d’un tempo, basato quasi esclusivamente sulle sensazioni di gusto che i piatti presentati in tavola riuscivano a trasmettere, già all’epoca riusciva a fare la fortuna delle locande e degli osti.

E, così, insegne come quelle di Cesare, Alla Bella Napoli, Alle Due Baccanti, la Corona di Ferro, Eden Park, Giardini Reali, Moderno, Savoia, Sirena e Sofia erano ben radicate sul territorio e costituivano i luoghi di incontro preferiti prevalentemente dalla borghesia cittadina, quella che poteva contare su una buona capacità di spesa e che frequentava le trattorie con una certa frequenza.

Tra i diversi locali disseminati soprattutto nelle zone centrali della città col tempo venne a svilupparsi una sana concorrenza, che contribuì ad aumentare il livello della proposta gastronomica.

I ristoranti più innovativi

Tra i più innovativi ci furono senza dubbio i fratelli Blasi, gestori dell’Eden Park ai Cappuccini che il capo cuoco (lo chef era di là da venire, come l’idea di una cucina gourmet, che a quei tempi avrebbe fatto rabbrividire) lo andò ad ingaggiare a Napoli, alla Pignasecca, per offrire una cucina che oltre ai piatti della tradizione locale si ispirasse anche a quella marinara partenopea.

Tra gli “esperti” dell’accoglienza (e delle pubbliche relazioni) dei primi anni del ‘900 un ruolo di primo piano lo aveva senza dubbio Agostino Giordano, patron dell’albergo Moderno e dell’omonimo ristorante in via Mancini nonché del teatro Giordano che, dopo la chiusura del Comunale, divenne un importante riferimento culturale in città.

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Vito Nardiello: la storia delll’ultimo dei briganti in Irpinia.

Eppure, a partire dall’immediato dopoguerra, il nome di Vito Nardiello è stato tra i più noti delle cronache, non solo irpine.

La sua fama di brigante sanguinario ed implacabile, Nardiello se la costruì nel suo paese natio, Volturara Irpina.

Qui era rientrato dopo la guerra e dopo essersi arruolato nell’esercito titino nella ex Jugoslavia, con le cui mostrine si era guadagnato sul campo i galloni di spietato esecutore.

Anche nei confronti di soldati italiani, avversi al regime comunista. Nel 1945 Nardiello fece ritorno nella sua Volturara. Aveva smesso la mimetica ma non le armi e la padronanza nell’usarle.

In pochi mesi creò una vera e propria banda criminale, chiamando a sé compaesani ex galeotti, dedita a saccheggi, rapine e assalti.

Le prime scorribande furono indirizzate nei confronti di alcune masserie della zona, successivamente ad essere presi di mira furono i viaggiatori che attraversavano la Nazionale.

Sulla scia di ciò che avevano fatto i briganti nel passato, che da quelle zone erano spariti da quasi un secolo, il Malepasso diventò il territorio di caccia della banda che, nel volgere di pochissimo tempo, divenne un incubo per chiunque si trovasse a passare di lì.

A pagare dazio a Nardiello fu anche il senatore Alfonso Rubilli, intercettato e rapinato nei pressi della Bocca del Dragone al ritorno da un comizio elettorale.

Nel giugno del ’46, durante un assalto ad una corriera, la banda lasciò sul selciato la prima vittima, Giuseppe Tortora. Ad agosto i morti per mano di Nardiello erano già saliti a cinque. Per lo più coloni e loro familiari che abitavano in case isolate per il cui assalto la banda aveva gioco facile.

Sul finire del mese di dicembre del 1946, Vito, detto “’o malamente”, cadde nella rete dei Carabinieri che riuscirono ad arrestarlo.

Taglia di un milione di lire per catturare Vito Nardiello

In carcere il bandito di Voltrara rimase pochi anni.

Prima ancora di conoscere la sentenza di condanna, infatti, con un blitz degna di una pellicola americana, Vito Nardiello, armato di lima e lenzuola annodate, riuscì ad evadere, nel 1951, dal carcere borbonico di Avellino, per l’epoca considerato uno dei più sicuri d’Italia.

E qui, con la latitanza, comincia il mito di Nardiello, che protetto dalla sua gente e dalle sue montagne, non si allontanò mai da Volturara e dall’Irpinia, sfidando apertamente le forze dell’ordine, trascorrendo quella che Giuseppe Alessandri, nel suo volume “La storia di Vito Nardiello, il lupo d’Irpinia”, definisce latitanza “a domicilio”.

La primula rossa irpina riuscì a nascondersi tra la sua casa di Tavernole di Volturara ed il centro del paese della Bocca del Dragone, riscendo sempre a sfuggire alla cattura.

A dargli manforte la sua compagna di una vita, Rosa Raimo, con cui ebbe anche quattro figli, alcuni dei quali nati proprio durante la latitanza.

Nel febbraio del 1952, i Carabinieri furono ad un passo dalla sua cattura.

La casa in cui si nascondeva fu circondata. Nardiello, però, diede ancora una volta prova della sua abilità con le armi, uccidendo un militare e ferendo gravemente il comandante della stazione dell’Arma di Volturara.

La sua latitanza durò oltre dieci anni. Sul suo capo furono messe varie taglie, da uno fino a cinque milioni, con tanto di avvisi e foto segnaletiche affissi sulle cantonate del paese.

“Per chi mi tradisce c’è il cimitero”: così vergò di suo pugno un manifesto Nardiello, secondo la leggenda.

La latitanza del brigante di Volturara Irpina si chiuse il 13 marzo 1963, quando fu stanato nella sua abitazione.

In carcere rimase 23 anni e, nonostante la condanna all’ergastolo, nel 1986 ottenne i benefici della libertà vigilata e nel 1991 la piena libertà.

Vito Nardiello si spense nella sua Volturara nel 2001.

La storia di Raffaele Minichiello, il rambo irpino che dirottò un aereo.

E’ il 1963, l’Italia si avvia a conoscere il boom economico ma al meridione la sofferenza è ancora tanta. Si fa fatica a sopravvivere e poi, di mezzo ci si mette anche la terra, che da un anno trema e fa paura.

Il ricorso all’emigrazione e al sogno americano è per tanti ancora una possibilità. Da Melito Irpino, alla ricerca di stabilità, parte la famiglia Minichiello, con tanti sogni e pochi soldi.

Ralph Minichiello in USA: in viaggio da Melito Irpino a Seattle.

Raffaele è poco più di un bambino e non parla una sola parola di inglese. E’ soprattutto per lui che il padre ha scelto Seattle come luogo in cui provare a dargli una chance.

E la chance, per un giovane prestante fisicamente, in quegli anni significa arruolarsi.

Raffaele, il giovane italiano che tutti chiamano Ralph, si arruola nei marine ad appena 17 anni, forte soprattutto della sua abilità con i motori.

Da Seattle al Vietnam.

Ed appena diciottenne si ritrova a sporcarsi le mani su uno dei fronti più sporchi e drammatici della storia americana: il Vietnam.

Qui conosce la violenza e la sofferenza, impara a stanare i nemici ma soprattutto a guardarsi dai falsi amici.

Respira una terra che sa di sangue e di morte, ma la sua energia lo porta a non farsi sopraffare dalla paura.

Come la stragrande maggioranza dei giovani che hanno vissuto in prima linea il Vietnam, Ralph Minichiello rientra negli States provato ed incattivito.

Ne ha viste (e fatte) di ogni genere. E basta davvero poco per farlo infervorare e scaricare la rabbia accumulata durante gli appostamenti e gli agguati ai Vietcong.

A cambiare per sempre la sua vita un episodio apparentemente banale.

Dalla sua diaria spariscono 200 dollari. Ralph vive il fatto come un affronto: devasta lo spaccio della caserma per riprendersi ciò che gli spettava.

Il gesto gli costa una denuncia davanti alla corte marziale. Per Ralph si avvicina la fine del sogno americano.

Ma per uno che ha conosciuto la vera sofferenza non può finire così, non può darla vinta a chi lo ha sfruttato, mandato quasi a morire per poi considerarlo un nemico.

Il 28 ottobre del 1969, il giorno prima di finire davanti alla corte, Ralph decide che non può darla vinta a chi ormai considera un nemico.

Il Dirottamento Aereo

Sale a bordo di un Boeing 707 della compagnia Twa diretto a San Francisco. E qui comincia quello che è passato alla storia come il primo dirottamento di un volo intercontinentale.

Armato di fucile, l’ex marine irpino costringe i piloti a far rotta su Denver.

Un primo rifornimento, la liberazione di tutti i passeggeri e, poi, direzione New York. Qui, con le teste di cuoio già pronte a fare irruzione a bordo, Ralph chiede di avere a disposizione due piloti in grado di percorrere una rotta intercontinentale. Con la minaccia di far fuori l’equipaggio, riesce ad evitare l’intervento dei corpi speciali.

L’aereo decolla nuovamente, questa volta per far rotta su Roma anche se, in un primo momento, per sviare i controlli, fa dichiarare alla torre di controllo che sia Il Cairo il suo vero obiettivo.

Quello che accade durante il volo, che fa scalo prima nel Maine e poi in Irlanda, con il tempo si ammanta di leggenda. Il suo fascino fa colpo su una hostess,Tracey Coleman, con la quale nelle ore del volo instaura un rapporto platonico.

Ha un obiettivo Ralph: tornare in Irpinia, precisamente a Grottaminarda, dove vuol reincontrare Rosalia, il suo primo amore di gioventù.

L’atterraggio a Roma e la Fuga.

A Roma, ad attendere l’aereo con il dirottatore c’è una Giulietta, espressamente richiesta da Minichiello. Sempre sotto la minaccia delle armi, prende in ostaggio un funzionario di polizia e fugge.

Dopo pochi chilometri, però, decide che è giunto il momento di far perdere le tracce. E, così, abbandona l’auto in aperta campagna ed a piedi raggiunge la chiesa del Divino Amore, alle porte di Roma.

L’Arresto.

Qui, viene riconosciuto da un sacerdote, che allerta le forze dell’ordine, ponendo fine alla più lunga fuga della storia.

Ammanettato, Ralph Minichiello, in mondovisione, si limitò a dire poche parole: N’agg’ fatto niente!

Per la sua “impresa” fu condannato a sette anni (mai estradato nonostante la richiesta degli Usa) ma in carcere rimase solo 18 mesi. Era difeso dal principe del foro napoletano, Vincenzo Maria Siniscalchi che si appassionò al suo caso.

Un personaggio divenuto leggendario (i rotocalchi dell’epoca lo coprirono d’oro per avere interviste in esclusiva), che ha poi vissuto tra Roma e Napoli, e che secondo i più fu il vero ispiratore di David Morrell e del suo Rambo di First Blood.

In libreria arriva ” Il marine” il Libro di Pier Luigi Vercesi

La storia di Raffaele Minichiello è divenuta un bel libro di Pier Luigi Vercesi, giornalista del Corriere della Sera. In 252 pagine, Vercesi racconta le gesta del dirottatore venuto dall’Irpinia toccando diversi temi: dal fenomeno dell’emigrazione alla generazione americana figlia degli anni del Vietnam.

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La storia di Luigi Tangredi, vigile urbano umile ed onesto.

“Essere fermi e decisi nel comportamento, avere un contegno rispettoso e gentile nei confronti dei cittadini, essere seri ed onesti con se stessi e gli altri, mai mostrare insicurezza, perplessità o debolezza per non diventare succubi delle circostanze, usare con tutti lo stesso metro di valutazione”.

Così scriveva, sul finire del 2012, il maresciallo Luigi Tangredi, storica figura di vigile urbano integerrimo di Avellino del quale, pochi giorni fa, è ricorso il secondo anniversario della scomparsa.

La storia di Luigi Tangredi è quella di un uomo umile ed onesto, che ha amato il suo lavoro e la sua città, svolgendo l’uno in funzione dell’altra.

Il suo volume “La vera storia di un vigile urbano” rappresenta un po’ il testamento di colui che è stato tanto amato quanto temuto, tanto rispettato quanto osteggiato.

Una di quelle figure che si definiscono scomode per aver interpretato il suo impiego quasi come una missione, senza mai divergere dalla strada maestra del rispetto delle norme e dell’umanità.

A partire dagli anni ’80, quella del maresciallo Tangredi divenne una figura quasi mitologica ad Avellino, terrore di automobilisti indisciplinati, di ragazzini particolarmente vivaci ed anche di qualche collega che non vedeva di buon occhio la sua incapacità a chiuderne, talvolta, almeno uno.

E, così, fa un certo effetto rileggere oggi della relazione presentata in Procura in cui denunciava la distruzione di contravvenzioni che pur essendo state regolarmente elevate, non completavano mai il loro iter e delle conseguenze che tale sua azione comportò sulla sua vita lavorativa.

O di quando, nel 1996, finì al centro di un caso che lo espose mediaticamente a livello nazionale per lo scontro con l’allora consigliere comunale Ennio Tolino che promosse, addirittura, una raccolta di firme in città per la rimozione del maresciallo Tangredi reo di essere troppo inflessibile nell’esercizio delle sue funzioni!

Appassionato di calcio, tifosissimo dell’Avellino, era stato tra i promotori, all’inizio della sua carriera, dell’allestimento della squadra di calcio del corpo di Polizia Municipale di Avellino che partecipava ogni anno, anche con buoni risultati, a quello che un tempo di chiamava Torneo degli Uffici.

La storia del maresciallo Tangredi è quella di un lavoratore le cui gesta diventano straordinarie nella loro più elementare ordinarietà.

Ma è anche la storia di un uomo che, nonostante la divisa, non ha mai vestito i panni del caporale, impregnando la sua professione di profonda umanità.

Lo ricorderà bene quel padre di famiglia al quale, alla vigilia di una Epifania, contestò una violazione al codice che prevedeva una sanzione da 50.000 lire, esattamente i soldi che l’uomo, disoccupato, aveva in tasca per comprare i regali per la Befana ai figli.

Alla richiesta di aiuto, Tangredi lo invitò prima a pagare la multa e a tornare da lui solo dopo aver ottemperato ai suoi obblighi.

Quando l’uomo gli mostrò la ricevuta di avvenuto pagamento, il maresciallo estrasse dalla sua tasca una banconota da 50.000 lire e, porgendogliela, lo invitò ad accettarla per poter regalare un sorriso ai propri figli.

Avellinesi nel mondo, ecco chi sono gli irpini più famosi.

C’è chi ha vinto una Champions League e chi possiede una squadra di calcio, chi ha partecipato all’ultima edizione del Festival di Sanremo e chi, all’Ariston, qualche anno fa ha addirittura ottenuto il successo.

E, a scorrere l’elenco, si scopre che sono in buona compagnia, di musicisti, magistrati, generali e addirittura di un aspirante primo ministro!

Cosa hanno in comune le persone citate? Una riga sulla carta d’identità: nato a Avellino.

Forse non tutti sanno che nel mondo dell’imprenditoria, dello sport, della cultura, della musica, del cinema e della politica ci sono tanti esponenti di primo piano che condividono il luogo di nascita, pur non potendosi considerare avellinesi al 100%, perchè magari nel capoluogo irpino hanno solo visto la luce o ci hanno vissuto pochi mesi.

Gli Avellinesi più famosi nel mondo

Luigi di Maio

E’ il caso, ad esempio, di uno dei personaggi politici più in vista negli ultimi anni, l’esponente del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, cresciuto e vissuto a Pomigliano d’Arco ma nato, appunto ad Avellino.

Valentina Tirozzi

Come Valentina Tirozzi, capitano della Nazionale femminile di Volley e schiacciatrice del Volley Casalmaggiore, compagine con cui ha vinto uno scudetto ed una Champions League, che pur non avendo di fatto mai vissuto ad Avellino, alla città è legata a filo doppio per i suoi natali.

Clementino

Nato ad Avellino il 21 dicembre 1982 figura anche sulla carta d’identità di Clemente Maccaro, in arte Clementino, il rapper napoletano protagonista all’ultima edizione del Festival di Sanremo con il brano Ragazzi fuori.

Roberto Casalino

Chi ad Avellino ci è nato e vissuto solo un anno è Roberto Casalino, cantautore e compositore, che dopo aver vissuto in Germania è tornato in Italia per stabilirsi a Latina.

Ha legato il suo nome a numerosi successi della musica leggera italiana, per i quali ha scritto tantissimi successi discografici, da Tiziano Ferro a Syria, da Giusy Ferrero a Emma, da Alessandra Amoroso a Francesco Renga, Fedez, Antonello Venditti e Marco Mengoni, per il quale ha scritto nel 2013 il testo di L’essenziale, che trionfò al Festival di Sanremo.

Enrico Preziosi

Nato (e vissuto fino all’adolescenza) ad Avellino è il presidente del Genoa calcio, nonché fondatore di uno degli imperi industriali legati al mondo dei giocattoli, Enrico Preziosi.

Ettore Scola

Ad Avellino è nato anche uno dei più grandi scenografi italiani, Franco Velchi, che ha firmato tante pellicole di successo, da Il medico della mutua con Alberto Sordi a Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola (altro figlio illustre dell’Irpinia, nativo di Trevico), dalla serie televisiva Marco Polo a quasi tutti i film di Carlo Verdone con cui ha lavorato fino al 2000, sette anni prima della sua scomparsa.

Carlo Palermo

Natali avellinesi anche per l’ex magistrato Carlo Palermo, che negli anni ’80 ebbe un duro scontro con l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Bettino Craxi a causa di una indagine in cui compariva proprio il nome del leader socialista, che solo molti anni dopo fu investito dal ciclone Tangentopoli.

Bruno Loi

Anche il generale Bruno Loi, che fu al comando in Somalia del contingente militare italiano nell’operazione Ibis di UNOSOM II nel 1993, ha emesso il suo primo vagito ad Avellino.

Da comandante del contingente dovette fronteggiare la cosiddetta battaglia del pastificio a Mogadiscio, tra le truppe italiane ed i ribelli somali, che costò la vita a tre militari italiani.

Tra Teste, Forbici e Rasoi, la Vera Storia di Manidiforbice.

Cosa sarebbe accaduto se…

Chissà quante volte, nel riavvolgere il nastro della sua vita, ha ripensato a quell’estate di fine anni ’80, quella che lo pose di fronte ad un bivio dalla cui scelta dipendeva il suo destino.

Proseguire gli studi o affrontare da subito il mondo del lavoro?

La passione ed i sentimenti che prevalgono sulla ragione, il mito paterno che rafforza le sue convinzioni.

E, poi, quella voglia di tirar fuori tutta l’energia e la creatività che sente crescere dentro di sé.

Nasce così la carriera professionale di Marco Salvo, per tutti semplicemente Manidiforbice.

“Fu mio padre a indicarmi la rotta. Prima impara a lavorare sull’uomo, poi potrai passare alla donna”.

Strano a immaginarsi, ma quando si ha a che fare con la testa maschile le difficoltà sono molto maggiori. E se lo dice un esperto…

“Quando lavori sull’uomo ci sono molti più dettagli a cui bisogna far attenzione: le basette, gli stacchi, i passaggi da seguire sono molti di più, anche quando si lavora su una capigliatura corta. Ora, poi, l’attenzione al look da parte degli uomini è diventata maniacale: il maschio avellinese ha una cura infinita del dettaglio”.

Il 1996 è l’anno della svolta, quello che vide Marco Salvo aprire il suo primo salone in via Due Principati (a pochi metri da dove si trova l’attuale) e dare il via al brand “Manidiforbice”.

Da allora, quel ragazzo che amava girare in Vespa per correre da Forino a Montoro ad apprendere i segreti dei barbieri più esperti, di strigliate di testa ne ha fatte tante.

Per lui, ormai, gli avellinesi (e le loro teste) non hanno più segreti.

“I clienti si dividono in due tipologie: c’è una larga fetta di persone che è molto attenta ai dettagli, di questi oserei dire che un 10% è particolarmente esigente e ti costringe a stare sempre sul pezzo. L’altro 50%, invece, si taglia i capelli”.

Tutti, però, risultano essere particolarmente attenti al proprio look. Che deve essere impeccabile ed in linea con i trend del momento.

“La diffusione mediatica delle immagini ha rivoluzionato il mondo dell’hairdressing. I social, poi, hanno creato un effetto moltiplicatore incredibile. Il primo a cambiare la percezione dello stile, in tema di taglio dei capelli, è stato David Beckham. In tanti hanno cominciato ad emularlo fino ad arrivare alle evoluzioni odierne, fatte di sculture, disegni che imprimono un proprio stile personale”.

Grazie alle sue creazioni e alle abilità con forbici e rasoi, Marco ed i suoi collaboratori in pochi hanno hanno rivoluzionato il mercato avellinese dell’hairdressing maschile.

“A noi piace vendere il nostro prodotto – confessa – . Che ha una sua linea e prende spunto dalle tendenze che emergono ma poi segue un suo personale percorso, alla ricerca di nuove sfide, di quel costante continuo miglioramento che è alla base della mia filosofia”.

Una filosofia che, negli anni, ha avuto come seguaci studenti, operai, commercianti, impiegati, professionisti, ma anche politici, calciatori, cestisti.

Insomma, la poltrona di Manidiforbice è una sorta di livella che annulla ogni differenza, anche grazie all’umiltà di Marco Salvo che dopo 20 anni e più di carriera ha una sola certezza: “penso di aver imparato a tagliare i capelli”.

San Modestino, Patrono di Avellino

(Articolo di Andrea Massaro, storico) San Modestino, unitamente ai compagni Fiorentino e Flaviano, rappresenta per la città e la diocesi di Avellino un valore religioso insostituibile per la testimonianza di fede che ha saputo dare, fino al martirio.

La vita dei Santi principali della diocesi avellinese e del capoluogo trova la sua origine negli Atti compilati dal Vescovo di Avellino Ruggiero, nei primi decenni del XIII secolo, nei quali si ritrovano molti elementi dovuti alla leggenda.

Agli Atti del Vescovo Ruggiero si sono aggiunti quelli del Vescovo di questa città, Guglielmo, al quale toccò la benefica sorte del rinvenimento e della successiva traslazione da Mercogliano delle reliquie di San Modestino, San Fiorentino e San Flaviano, nell’anno 1166.

Il compianto benedettino P.Giovanni Mongello, valente studioso del cenobio di Loreto di Montevergine, ha tracciato un esauriente profilo dei Santi Martiri irpini, apparso alla “BIBLIOTHECA SANCTORIUM” nel 1967, che appresso si riporta nella sua interezza:
Modestino, Vescovo, Fiorentino, presbitero, e Flaviano, diacono, santi, martiri. Possiamo così riassumere le notizie forniteci dagli Atti (BHL, II, pp. 872-73, nn.5980-83), sulla vita dei santi Modestino e compagni.

Modestino era succeduto da alcuni mesi al vescovo di Antiochia, Doroteo, quando l’editto di persecuzione di Diocleziano lo costrinse a ritirarsi in un eremo, dove rimase sette anni. Ritornato in sede, fu arrestato, sottoposto a vari tormenti e messo in carcere. Liberato miracolosamente, partì con due compagni,il sacerdote Fiorentino e il diacono Flaviano. Approdati in Calabria, a Locri, furono di nuovo arrestati come cristiani e poi tradotti a Sibari, dove vennero, per la seconda volta liberati miracolosamente. Con diretto intervento divino furono trasportati in Campania e, guidati dall’Arcangelo Michele, giunsero in territorio di Avellino, nel luogo detto Pretorio. Qui morirono, non molto dopo, tutti e tre lo stesso giorno, il 14 febbraio.

Purtroppo questi Atti, redatti come legenda per l’Ufficio divino, non meritano alcuna fede, essendo ricalcati, a volte pedissequamente, come facevano già notare il Ferrari e l’Ughelli, su quelli di S. Erasmo di Capua. Si può anche notare che non vi si parla della morte violenta subita dai tre santi, anche se è detto di tutti e tre che morirono nello stesso giorno.

Che poi San Modestino sia stato vescovo di Avellino, è stato in realtà affermato da alcuni scrittori, compreso il Coleti, contro l’Ughelli, ma senza solide basi documentarie.

Importante è invece constatare, dal 1052 in poi, l’esistenza di una chiesa in onore di San Modestino nel luogo Preturo o Petrorio, nella circoscrizione del pago o casale di Urbiniano (divenuto in seguito Valle di Avellino).

Prima di quest’epoca, il silenzio più assoluto dei documenti e degli antichi martirologi avvolge il nome e le vicende di questi martiri. Perciò i critici, antichi e moderni, dai Bollandisti in poi, si sono mostrati molto esitanti nell’accogliere il loro nomi e nel ripetere le notizie redatte su di loro nel sec. XIII dal vescovo di Avellino Ruggiero (ca. 1215-1240).

Questo stesso vescovo ci tramandò pure la narrazione del rinvenimento e delle traslazione delle loro reliquie, eseguita, a quanto lui afferma, dal suo predecessore, il vescovo Guglielmo (ca. 1166-1206).

I corpi dei martiri riposavano da secoli nel nominato luogo Pretorio, distante da Avellino circa tre miglia, ma senza che ne fosse conosciuto il sito preciso. Il vescovo Guglielmo, ispirato da Dio, volle procedere alla loro traslazione nella cattedrale di Avellino, non rifuggendo da alcuni ingenui stratagemmi per eludere la prevedibile opposizione da parte degli abitanti del castello di Mercogliano e del casale di Urbiniano.

Questa relazione non è più attendibile degli Atti della vita degli stessi martiri. Si noti poi che in tutta la narrazione non vengono mai nominati espressamente San Fiorentino e San Flaviano, pur accennandosi più d’una volta ai compagni del santo vescovo.

Quanto al termine della traslazione vi è una duplice tradizione: quella avellinese, che vuole che il vescovo Guglielmo abbia effettivamente trasportato nella cattedrale di Avellino i sacri corpi (e in questo coincide con la relazione del vescovo Ruggiero) e quella mercoglianese, che sostiene che i corpi trovati, rimasero in paese. Intanto entrambi i paesi hanno scelto come loro protettori i santi martiri e ne hanno celebrato finora la festa della traslazione.

Certo è che tutte le testimonianze storiche giunte sino a noi dalla fine del sec. XVI in poi sono concordi nell’additare a Mercogliano, in tre cassette distinte, questi sacri corpi, mentre gli avellinesi non hanno mai potuto mostrare se non delle reliquie insigni di San Modestino.

D’altra parte, non risulta che dopo la metà del sec. XIII si sia mai verificata una seconda traslazione di quei corpi da Avellino a Mercogliano, il che, del resto, sarebbe stato molto difficile, sia per le ragioni devozionali delle rispettive popolazioni, sia perchè Mercogliano dal 1195 in poi venne a dipendere strettamente da Montevergine e a costituire il centro dell’attività feudale dell’abbazia.

Ma forse le due tradizioni si possono conciliare, riducendo la traslazione in Avellino al semplice trasferimento delle reliquie insigni che poi si sono conservate.

Rimane tuttora presso Mercogliano la chiesa dedicata a San Modestino e, in essa, all’ingresso della seconda cappella a sinistra, un piccolo pozzo viene indicato come il luogo preciso in cui giacquero per tanti secoli e furono poi ritrovate le sacre ossa dei martiri. 
(da: G. Mongelli, Bibliotheca Sanctorum”, Città Nuova Editrice, Roma 1967) .

La scarsità e la mancanza di autorevoli fonti documentarie sulla vita dei Santi Modestino, Fiorentino e Flaviano sono state colmate dalla fede degli abitanti delle contrade irpine i quali, sin dai secoli passati si sono rivolti al Santo Patrono con certezza e profonda sincerità.

Accanto alla fede per S.Modestino la comunità avellinese si è distinta in cerimonie civili e religiose di grande suggestività, tramandate nei secoli dalla civiltà dei ricordi e della tradizione.

Ecco così che Avellino ripete nel rito della la fiera di San Modestino l’attaccamento al Santo attraverso le manifestazioni economiche e commerciali che consentono alla città una dignitosa esistenza.

Il culto e la devozione hanno trovato i nostri padri amorevolmente solleciti a rendere la dimora dei Santi martiri bella e fastosa, degna della santità delle loro spoglie e delle loro immagini.

Queste premure hanno lasciato un visibile ricordo nel Duomo di Avellino ed in modo particolare nella Cappella del Tesoro, dedicata dalla Città intera al glorioso San Modestino. 

Alfonso Perugini,da Avellino al servizio dei bambini del Sud Sudan.

Alfonso Perugini è un avellinese di 32 anni, che ha nel sangue un’unica missione: aiutare il prossimo e le persone più disagiate. Alfonso, dopo una lunga esperienza in diversi paesi, dalla Tanzania alla Sierra Leone,  tra qualche giorno partirà di nuovo con destinazione Sud Sudan al fianco di “Medici con l’Africa Cuamm“.

Il Sud Sudan, il più giovane Stato del mondo – indipendente dal Sudan solo dal 2011 – risente ancora oggi di tensioni interne, dovute alle rivalità etniche e politiche tra la fazione del presidente Salva Kiir e quella del suo ex vice presidente Riek Machar. In questo contesto, il Paese sta attraversando un’emergenza legata alla fame e agli spostamenti delle persone in fuga dagli scontri.

Nonostante questi problemi, Medici con l’Africa Cuamm continua a portare assistenza sanitaria alla popolazione locale.

In questo sua nuova missione sarà accompagnato da Giada Corona, 31 anni nata a Cagliari, ma trapiantata a Verona fin da bambina, fanno la scelta della cooperazione allo sviluppo come coppia e il prossimo 12 marzo partono alla volta del Sud Sudan.

Saranno impegnati, per almeno un anno, a Juba, in capitale, per quello che è un lavoro nascosto ma indispensabile, perché gli aiuti arrivino davvero lì dove servono.

Alfonso si occuperà della gestione amministrativa di tutti i progetti del Cuamm in Sud Sudan; Giada, invece, affiancherà il responsabile paese nella gestione complessiva dell’intervento in un fronte così caldo ed emergenziale come il Sud Sudan.

Dopo aver fatto entrambi il servizio civile in Tanzania, nel 2012, anno dell’inizio della loro storia come coppia, hanno continuato a lavorare in Africa, Alfonso in Sud Sudan, in Sierra Leone e in Tanzania; Giada in Tanzania. Oggi ripartono consapevoli della loro scelta:

«Sono già stato in Sud Sudan e so cosa mi aspetta –afferma Alfonso Perugini -. Di certo le condizioni difficili, come la mancanza di sicurezza e le fatiche che avremo, sono compensate dalle cose positive, dalla possibilità di crescere professionalmente, dall’incontro con un popolo e una cultura così diversa dalla nostra».

E continua: «I sud sudanesi sono un popolo molto duro, da sempre vivono in guerra; lì questioni che potrebbero essere risolte i 5 minuti, magari ci impiegano 5 giorni… però non ci sono persone così arrabbiate e nervose come qui in Italia».

E Giada riprende: «Quello che serve è una grande pazienza e la massima flessibilità. È una scelta che noi abbiamo fatto in modo consapevole, perché quando siamo lontani dall’Africa per qualche settimana, già ci manca. È come una seconda casa. Non è facile, è molto complesso vivere lì, però è piacevole e ti riempie».

Medici con l’Africa Cuamm

Nata nel 1950, Medici con l’Africa Cuamm è la prima Ong in campo sanitario riconosciuta in Italia e la più grande organizzazione italiana per la promozione e la tutela della salute delle popolazioni africane. Realizza progetti a lungo termine in un’ottica di sviluppo, intervenendo con questo approccio, anche in situazioni di emergenza, per garantire servizi di qualità accessibili a tutti.

Oggi Medici con l’Africa Cuamm è impegnato in 7 paesi dell’Africa sub-Sahariana (Angola, Etiopia, Mozambico, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania, Uganda) con oltre 1.600 operatori sia europei che africani; appoggia 19 ospedali, 45 distretti (per attività di sanità pubblica, assistenza materno-infantile, lotta all’Aids, tubercolosi e malaria, formazione), 3 scuole infermieri e 1 università (in Mozambico).

 

PRIMA LE MAMME E I BAMBINI. 1000 DI QUESTI GIORNI

L’attenzione per la salute materno-infantile è una costante per Medici con l’Africa Cuamm, che nei sette paesi in cui è presente in Africa (Angola, Etiopia, Mozambico, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania, Uganda) porta avanti il programma “Prima le mamme e i bambini. 1000 di questi giorni”, puntando a garantire il parto assistito a 320.000 donne e l’assistenza nutrizionale per loro e i loro bambini nel periodo che va dall’inizio della gravidanza ai primi due anni di vita dei figli, mettendo in trattamento 60.000 i bambini malnutriti.

Sono 5 gli anni di intervento previsti (dal 2017 al 2021), 10 gli ospedali e i distretti di riferimento coinvolti, per un bacino di utenza di 3.000.000 di persone e un impegno economico di 15.000.000 di euro, in parte sostenuto da Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Cariplo, Fondazione Cariverona, Compagnia di San Paolo, ma anche da donatori privati grandi e piccoli.

È possibile sostenere il lavoro dei medici del Cuamm con una donazione su c/c postale 17101353 e online su www.mediciconlafrica.org.

Con 40 euro è possibile garantire il parto assistito, con 150 euro si può garantire a un bambino il trattamento completo contro la malnutrizione.