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Antonio Lallo, una vita per il karate e la formazione dei giovani.

Oltre 50 anni di onorata carriera. In una disciplina sportiva lontana anni luce dai riflettori delle pay-tv, del gossip e degli ingaggi da capogiro.

Quando si parla di karate, ad Avellino ed in tutta la Campania il nome di Antonio Lallo è sinonimo di passione e disponibilità.

I pilastri che lo hanno condotto a percorrere mezzo secolo tra tatami, kimoni e cinture colorate con un entusiasmo che ancora oggi è contagioso nella sua estrema purezza.

Ad avviarlo al karate, nel 1966, fu il compianto Beniamino Fotino, capostipite di una famiglia che le arti marziali, ed il karate in particolare, deve averle nel dna, visti i trascorsi di Angelo, Pino ed Enrichetta e l’attuale impegno di Emilio Fotino, che continua a portare avanti i valori e gli insegnamenti del papà, ai quali si abbeverò il giovane Marcantonio nei locali della palestra Zagari di via Roma.

“Beniamino Fotino è stato il promotore del karate ad Avellino – ricorda Antonio Lallo, che tra gli anni ’80 e ’90 legò il suo nome anche alla magica stagione del by night avellinese targato Kiwi Club un grande maestro che tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’70 coinvolse un numero incredibile di persone, anche grazie alle sue abilità nell’organizzare eventi sportivi di assoluto livello”.

Lallo e Fotino è stato per anni un binomio indissolubile nel campo del karate in città.

“Con la famiglia Fotino ho trascorso quasi 40 anni di collaborazione, dal 1970 al 2007. Gli inizi con il papà Beniamino, poi gli anni con i figli Pino e Angelo, che fu anche campione italiano di judo, senza dimenticare Enrichetta e da ultimo Emilio, il più piccolo dei fratelli, che continua a portare avanti con grande energia la tradizione di famiglia”.

In palestra, attraverso il karate, da maestro ha formato diverse generazioni di avellinesi. Che cosa è per Antonio Lallo il karate?

“In effetti è difficile tenere il conto delle persone alle quali ho insegnato il karate. Per me il karate è la vita. Il mio lavoro è stato un altro, sono stato dipendente e consulente dell’Enel ma è stato il mio hobby che mi ha portato a fare le cose più belle che faccio”.

Formatore ma non solo. Antonio Lallo è stato anche un arbitro di successo ed oggi il figlio Davide è l’unico arbitro internazionale Fijlkam della Campania. Insomma, il karate per lei davvero non ha segreti?

“Sono stato arbitro regionale e poi nazionale mentre a livello internazionale ho arbitrato per conto della Confédération sportive internationale du travail, della quale sono stato segretario mondiale per 4 anni.

Dal 2007 sono commissario regionale degli ufficiali di gara della Fijlkam, la Federazione delle arti marziali, oltre che delegato provinciale per i settori lotta, judo e karate.

Ma la più grande passione resta sempre la formazione, specie quella con i bambini”.

Perchè oggi un genitore dovrebbe essere invogliato ad iscrivere un figlio ad un corso di karate?

“Il karate serve a stimolare i ragazzi ad essere propositivi nelle attività motorie. Perciò dico: portate i vostri figlioli nelle palestre garantite, riconosciute, perchè fanno attività motoria completa e i ragazzi crescono in maniera sana”.

Quali sono i valori di base del karate?

“Insegna il rispetto, l’autostima, la conoscenza del proprio corpo e le possibilità per il loro futuro. Il karate non è aggressività, non è rompere le tavolette.

E’ un’arte e ad Avellino ed in Irpinia ci sono tanti bravi maestri. Lo sa che proprio con uno di questi abbiamo ideato un percorso che ci hanno copiato in tutta Italia?”.

In cosa consiste?

“E’ stata un’idea condivisa con il maestro Giampaolo Santomauro, uno dei più bravi formatori ed allenatori che abbia incontrato. In palestra dove vengono i bambini, una volta al mese invitiamo i genitori a partecipare ad una lezione. Ed in quella lezione sono i bambini che diventano gli allenatori, sono loro che trasmettono ai genitori ciò che hanno appreso in palestra, dai movimenti ai colpi fino all’atteggiamento da tenere. Un momento di grande intensità. E di forte unione soprattutto”.

Dove continua ad insegnare karate oggi Antonio Lallo?

“Attualmente svolgo attività in varie palestre della provincia. Con il maestro Giampaolo Santomauro sono alla palestra Sportilia di Monteforte Irpino e alla BluFit di Torrette di Mercogliano. Ed inoltre collaboro con la società Max&Very Dance di Forino. 

Il karate è il mio mondo, la mia passione, la mia vita. Non potrei farne a meno”.

  • Per contattare il maestro Antonio Lallo e richiedere informazioni sui corsi di karate +39 345 796 8856

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Pasquale Gengaro, una vita per la pallavolo avellinese.

A 73 anni, trascorre ancora cinque ore al giorno in palestra a indicare movimenti, posizioni e gesti atletici ai suoi piccoli allievi.

Una routine che va avanti da oltre cinquanta anni, gli ultimi 46 dei quali in una palestra, quella di via Benedetto Croce ad Avellino, che è diventata la casa per eccellenza dei pallavolisti in città.

Lui, Pasquale Gengaro, è una di quelle persone che non sembra patire il trascorrere del tempo.

Un uomo di sport a tutto tondo e d’altri tempi che, proprio come altri protagonisti della sua generazione, da Tonino Maffei a Franco Capolupo, ha sempre vissuto il rapporto con le discipline sportive come una missione.

Gengaro, quando inizia il suo amore per lo sport?

“Ho iniziato la mia carriera agli inizi degli anni ’60. Non con la pallavolo ma con il basket. Come tanti ragazzi di quegli anni, mi avvicinai alla Scandone. La pallavolo è venuta subito dopo. Prima come giocatore poi, subito dopo aver frequentato l’Isef a Roma, una scuola che formava nel vero senso della parola, iniziai la carriera di allenatore, guidando la squadra dei Vigili del Fuoco di Avellino, con la quale raggiungemmo la serie B e ci giocammo gli spareggi per la promozione in serie A”.

Serie A che comunque ha vissuto qualche anno più tardi.

“Quando il Ministero eliminò il settore sportivo, Pippo Zagari ci aiutò a non disperdere quell’esperienza. Nacque lo Zagari Sporting, cui fece seguito l’Hirpus di Silvio Spica. Fu a metà degli anni ’80, con l’Irpinia Motori di Franco Rega che raggiungemmo la serie A”.

Da docente di educazione fisica, la formazione è sempre stata per lei un pallino. L’Olimpica, la sua creatura, è un po’ il vivaio per eccellenza della pallavolo, non solo ad Avellino ma in Campania.

“Attualmente l’Olimpica è la più longeva società di pallavolo di Avellino. Esiste dal 1972 e da allora ha formato tantissimi atleti, molti dei quali hanno anche giocato in serie A, da Amedeo Ianuale a Mario Petruzzo, giusto per citarne alcuni. Ancora oggi l’Olimpica è considerata una delle migliori scuole di pallavolo della Campania. Quest’anno abbiamo fornito numerosi ragazzini al settore giovanile dell’Aversa, in A2”.

A proposito di ragazzini, i suoi giovani dell’Olimpica hanno appena raggiunto un importante traguardo, riportando una sqaudra cittadina in serie C.

“E’ stata una stagione esaltante. Diciassette vittorie su 18 gare disputate, un ruolino di marcia invidiabile. Un risultato importante per la città di Avellino, che ritrova la serie C grazie a dei giovanissimi atleti”.

Gengaro, dalla sua esperienza, come è cambiata negli anni la pallavolo?

“C’è un abisso tra la pallavolo che si gioca oggi e quella di trenta anni fa. Oggi c’è maggiore fisicità e la tecnica passa quasi in secondo piano. Prima, invece, era fondamentale. D’altronde il gioco non veniva spezzettato come accade oggi per cui il tasso di difficoltà era molto più alto”.

Lei, intanto, continua a dedicarsi molto alla tecnica, ai fondamentali, alle basi. Proprio come faceva quando insegnava all’Itis e al Geometra di Avellino.

“Non mi parli della scuola odierna! Forse risulterò impopolare per qualcuno, ma nelle scuole oggi non si fa più sport. Sono assenti e non rappresentano più un vivaio per le società sportive. Le scuole, fatta salva qualche rara eccezione come il liceo sportivo dove c’è il mio allievo Ianuale, non avvicina più allo sport”.

In passato invece cosa accadeva?

“Un tempo, in tutte le scuole di Avellino c’erano dei veri e propri gruppi sportivi, che ottenevano risultati eccellenti a livello nazionale. Penso a ciò che faceva, ad esempio, il professore Adamo alla “Cocchia”, il professore Pizza all’Itis o il compianto Gino Galasso al liceo scientifico “Mancini”.

  • Nella foto Copertina di Mauro Zollo / pagina Facebook ASD Nuova G.S. Olimpica Avellino – Pasquale Gengaro con i ragazzi della ASD Nuova GS Olimpica Avellino

Leggi anche: Ad Avellino, si scrive Sport… si legge Tonino Maffei.

I consigli del Notaio Paolo Criscuoli sui contratti con i cittadini stranieri

La recessione in cui versa da svariati lustri la provincia di Avellino non ha arrestato un profondo mutamento nel tessuto economico e sociale che segna un trend comune anche al resto della nazione.

Quella che ancora qualche decennio fa si connotava come una provincia di emigranti si è andata trasformando nella terra in grado di ospitare un crescente flusso migratorio dai paesi meno sviluppati.

Parte di questi stranieri ha saputo realizzare un progetto di stabilità ed anche di ricchezza nel nostro paese ed inizia a rappresentare un segmento di rilievo in campo societario e nel settore degli investimenti immobiliari.

La legislazione statale si è nel contempo, sia pure gradualmente, adeguata a questo fenomeno mostrandosi più aperta all’accoglienza.

Abbiamo provato ad approfondire l’argomento con il notaio Paolo Criscuoli, che opera a Monteforte Irpino.

Notaio Criscuoli, le vicende degli ultimi tempi hanno riportato in auge la problematica dell’immigrazione e più in generale della regolamentazione dei rapporti con lo straniero. L’attività notarile impone di confrontarsi con queste tematiche?

“Prima di tutto tenderei a separare i più recenti fatti di cronaca dalla partecipazione degli stranieri alla realtà economica del paese. Gli atteggiamenti di chiusura di recente manifestati dalla classe dirigente riguardano il fenomeno dell’immigrazione “clandestina”.

Il diffuso sentimento di indisponibilità verso il migrante, purtroppo amplificato da un’interminabile crisi economica e dalla profonda incertezza nel futuro che accomuna gran parte della popolazione e in special modo le giovani generazioni, ha finito col generare anche certe forme di propaganda sterile, volta a celare le fallimentari politiche decennali in campo internazionale dei cosiddetti paesi capitalisti.

In altri termini, le democrazie occidentali hanno fino ad ora rinunziato su tutta la linea ad ogni politica volta a creare una reale redistribuzione della ricchezza ed a migliorare le condizioni di sviluppo economico soprattutto nei confronti paesi del terzo mondo”.

Ed in Italia cosa accade?

“La società italiana è fortemente mutata rispetto al passato, l’apertura delle frontiere verso i paesi aderenti alla Comunità Europea e alcuni aspetti del fenomeno della cosiddetta globalizzazione hanno innescato una serie di meccanismi in conseguenza dei quali il diritto civile e commerciale ha attraversato una rapida evoluzione ed un’opera di omogeneizzazione con la legislazione degli altri paesi.

In campo societario e non solo, per fare qualche esempio, abbiamo “importato” tutta una serie di istituti giuridici che hanno riscontrato alterne fortune, a partire dalle società unipersonali, alle operazioni di fusione e scissione, alle trasformazioni anche eterogenee, al trust ed ai vincoli di destinazione, per rendere il nostro sistema giuridico concorrenziale anche sotto il profilo della normativa applicabile con quello degli altri paesi occidentali. L’aspetto giuridico-economico di certe vicende si distanzia da quello prettamente propagandistico e gode, se vogliamo, di una prospettiva più pragmatica perché mira alla soluzione di problematiche attuali e concrete”.

L’attività notarile non è soltanto supporto all’imprenditoria, sono molte le famiglie stabilitesi in Italia da generazioni che oggi si rivolgono al notaio per l’acquisto della casa di abitazione e la stipula del contratto di mutuo?

“Certamente si. Si tratta di un fenomeno in costante crescita, anche in una provincia povera di opportunità lavorative come la nostra. Lo straniero, sia esso comunitario o extra-comunitario, ha saputo costruire ricchezze e le condizioni di una più che dignitosa stabilità famigliare.

Una buona parte delle persone che sono immigrate, anche nella provincia di Avellino, ha fatto e farà la scelta di stabilizzarsi e, di conseguenza, ha optato e opterà per l’acquisto delle mura domestiche come primo vero passo verso un legame definitivo con questa terra. Ciò implica una costante attenzione per l’operatore giuridico e per il notaio in particolare verso una serie di tematiche in passato trascurate o quasi del tutto ignorate”.

Ci faccia degli esempi. Quali sono le problematiche immediate da affrontare in caso di contrattazione con uno straniero?

“Per prima cosa occorre valutare che la persona priva di cittadinanza italiana possa, secondo il nostro ordinamento giuridico, validamente esercitare diritti di natura patrimoniale, possa, cioè, rendersi acquirente di beni, di quote o azioni di società, o ricoprire incarichi societari. In passato l’unico criterio utilizzabile a questo fine era quello della cosiddetta “reciprocità”.

Il cittadino straniero poteva godere dei diritti civili che lo stato italiano riconosce ai propri cittadini a condizione che il suo paese di provenienza riconoscesse del pari al cittadino italiano diritti identici o similari.

Alla base di questo principio era stata tradizionalmente individuata una forma di autotutela (o ritorsione) statuale nei confronti della nazione d’appartenenza dello straniero, per i casi in cui difettasse un eguale trattamento in favore degli italiani emigrati all’estero.

Nel corso del tempo, però, la reciprocità è stata considerata come una sorta di invito agli Stati per fare in modo che aprissero le loro legislazioni al cittadino italiano, laddove questi stati avessero voluto che nel nostro paese si facesse altrettanto.

Oggi il sistema è di gran lunga progredito, tanto ciò è vero che il criterio della reciprocità viene considerato come un elemento di valutazione del tutto residuale”.

In che senso residuale?

“Intendo dire che si tratta dell’ultimo dei criteri da valutare. Del resto, nei rapporti tra Stati non c’è più alcuna forma di contrapposizione, ma prevale l’apertura, la tendenziale libertà dei traffici economici, quindi, anche nel riconoscimento dei diritti si assiste ad una costante trasformazione”.

In cosa consiste questa trasformazione?

Per iniziare, mi soffermerei sui c.d. diritti “inviolabili”. Per questa categoria di diritti, secondo l’ormai costante indirizzo della giurisprudenza di legittimità, è sempre consentito ai non cittadini accedere ad ogni forma di tutela, perché si tratta di diritti riconosciuti all’essere umano in quanto tale e non in quanto cittadino di uno Stato.

Per quanto diffusa ed eterogenea sia la casistica giurisprudenziale in materia, sono considerati inviolabili: il diritto alla vita, alla salute, all’incolumità ed all’integrità psicofisica e più in generale tutti quei diritti che la Costituzione garantisce in via diretta”.

E per quanto riguarda invece i cosiddetti diritti “economici”?

“Qui il discorso si fa più articolato. Non sono sottoposti alle limitazioni derivanti dalla reciprocità i cittadini dell’Unione Europea sulla base del “Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea”.

Equiparati ai cittadini UE sono inoltre i cittadini dei Paesi E.F.T.A. (European Free Trade Agreement), in base all’Accordo sullo Spazio Economico Europeo (SEE), che pure sancisce il principio di libertà di stabilimento per i cittadini di tutti i Paesi partecipanti.

Costoro possono esercitare gli stessi diritti del cittadino italiano.

Inoltre, non c’è bisogno di valutare la condizione di reciprocità rispetto agli apolidi, secondo quanto previsto dall’art. 18 della Convenzione relativa allo status di apolide, adottata a New York nel 1954 o ai rifugiati, in virtù della Convenzione di Ginevra del 1951, purché regolarmente residenti in Italia da almeno tre anni”.

E per i Paesi che hanno concluso accordi con l’Italia?

“Nessun riscontro in ordine alla reciprocità deve farsi, inoltre, per quei Paesi che abbiano concluso accordi – non di generica collaborazione – con il nostro Paese. Laddove questo primo riscontro fornisse esito negativo, occorrerà valutare se lo straniero sia munito di permesso di soggiorno o carta di soggiorno.

Secondo la normativa vigente, lo straniero regolarmente soggiornante nel territorio dello Stato gode dei diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano.

Soltanto negli altri casi, e da ciò quindi la residualità, occorre che l’operatore valuti la legislazione straniera per comprendere, ad esempio, se un cittadino italiano, in un certo Paese, possa svolgere analoga attività economica”.

Cosa accade se il riscontro risulta essere positivo?

“In caso di esito positivo di tale accertamento, il cittadino di quel Paese potrà concludere analogo affare nel nostro.

Il tipo di raffronto non potrà che essere “generico”. Non si può ipotizzare infatti la necessità di una sovrapposizione integrale tra i diritti riconosciuti all’italiano all’estero e quelli che il nostro Stato è disposto a riconoscere allo straniero.

In alcuni sistemi, infatti, gli ordinamenti giuridici presentano imponderabili differenze rispetto al nostro, che renderebbero pressoché impossibile un tale tipo di confronto. Si consideri, ad esempio, che alcune legislazioni estere potrebbero non conoscere talune forme societarie, oppure alcune tipologie di diritti o di contratti”.

C’è da immaginare che altro problema possa essere quello di consentire allo straniero di comprendere a pieno il contenuto del contratto nonostante, ad esempio, si esprima in altra lingua. Anche in questo si registrano delle evoluzioni?

“La maggior parte degli stranieri che investono in Italia e partitamente nella provincia di Avellino ha maturato una discreta conoscenza della lingua italiana, di conseguenza il problema è meno frequente di quanto si possa credere.

Restando alle operazioni economiche più importanti per le quali viene prescelta la forma notarile, non è possibile parlare di evoluzione del dettato normativo atteso che, nell’impianto della legge notarile, che sia pure variamente modificata nel corso degli anni risale al 1913, esistono già norme che tutelano lo straniero e più in generale colui che non conosca la lingua italiana attraverso l’obbligo di nomina di un interprete e di redazione dell’atto pubblico con unita la relativa traduzione da leggere alle parti anche per mezzo dell’interprete.

Beninteso si tratta di un sistema che richiede qualche tecnicismo in più, ma resta privo di particolari formalismi, se si considera ad esempio che l’interprete dev’essere indicato dalle stesse parti e non dal Tribunale come accade in altre ipotesi”.

Quali sono allora, oltre alla valutazione della “regolarità” o meno dello straniero in Italia, le problematiche da tenere in considerazione?

“Le problematiche sono tantissime e in costante evoluzione, quindi, mi consenta di dire che l’economia di questo scritto non permette ovviamente un’indagine compiuta ed esaustiva. Se dovessi individuare, sia pure al solo fine di elencarli, qualche elemento di criticità, potrei segnalare le difficoltà che s’incontrano in caso di provenienza di documenti dall’estero, come ad esempio certificazioni o più ancora di procure.

Oppure le problematiche correlate all’esatta individuazione delle norme di diritto di famiglia applicabili in caso di coniugi aventi cittadinanze differenti”.

Ci dica sinteticamente a cosa stare più attenti per esempio in tema di deleghe?

“La valutazione sulla validità di una procura rilasciata all’estero, sotto l’aspetto squisitamente formale, deve essere condotta in base della normativa del paese in cui viene redatta.

Tuttavia, per poter essere utilizzato nel nostro paese, il documento che contiene la delega dovrà essere munito di legalizzazione oppure di “apostille”, laddove il Paese di provenienza abbia sottoscritto la convenzione internazionale dell’Aja del 5 ottobre 1961, che ha abolito tra i paesi aderenti l’obbligo di legalizzazione degli atti pubblici stranieri (l’Italia vi ha aderito sin dagli anni sessanta)”.

Cosa si intende per apostille?

“L’apostille è una certificazione annotata sull’originale del documento straniero, con la quale un’autorità a ciò deputata nello Stato di provenienza del documento testimonia che il pubblico ufficiale che ha redatto l’atto o vi ha autenticato le firme aveva, secondo la normativa di quel Paese, l’autorità per farlo.

Senza questo riconoscimento, salvo che per alcuni stati che hanno concluso con l’Italia altri accordi internazionali che prevedono la rimozione di ogni forma di controllo al riguardo, il documento, benché valido, non potrà essere utilizzato.

Altro obbligo per chi intenda utilizzare un documento straniero nel nostro paese è il deposito presso un notaio o presso un archivio notarile e la sua traduzione in lingua italiana. Per le procure, però, l’onere di deposito è assolto con l’allegazione all’atto notarile, contestualmente alla quale il notaio, per conto dell’interessato, provvederà se del caso anche a “regolarizzare” il documento sotto l’aspetto fiscale”.

Cosa attenderci per il futuro prossimo?

“Il notariato latino e in particolar modo quello italiano è attivo da oltre un secolo su questi aspetti e ha da sempre rappresentato l’unico strumento per superare gli steccati che talora ostacolano i traffici economici, in special modo per quanto concerne le difficoltà che talora possono insorgere nel far incontrare domanda e offerta tra cittadini aventi diverse culture e cittadinanze.

Alcuni settori, specialmente in campo europeo, devono nondimeno essere implementati. Un sistema economico maturo e internazionale postula una più stretta collaborazione tra Stati proprio negli aspetti che si pongono quotidianamente all’attenzione degli operatori economici, mira a ridurre gli spazi d’incertezza ed assicura e garantisce la rapidità dei traffici, soltanto se coniugata alla loro sicurezza ed affidabilità”.

Per esempio?

“Penso alla lotta al riciclaggio, che non può essere più condotta soltanto con lo sguardo alle dinamiche interne e che richiede l’abolizione di quelle forme societarie che talora, all’estero, consentono la circolazione di capitali anche ragguardevoli senza alcuna forma di controllo.

Mi riferisco anche ad una più efficace e rapida circolazione dei flussi informativi, con la creazione di un Registro delle Imprese Europeo, oppure alla rapida e sicura consultabilità dei Registri degli stati della Comunità Europea da parte dei notai di ogni paese aderente, sistema oggi soltanto accennato per alcuni stati membri e da ottimizzare.

Oppure a un sistema di interscambio della documentazione con modalità digitali tra i notariati dei vari Paesi”.

Non bisogna però trascurare le problematiche connesse alla digitalizzazione.

“Sicuramente occorre tenere in considerazione la vera e propria sfida costituita dalle cripto-valute, laddove si dovesse diffondere un loro utilizzo finalizzato non soltanto a indebiti risparmi d’imposta.

La digitalizzazione, del resto, ha visto il notariato aprire la strada al titolo digitale con almeno un decennio d’anticipo rispetto alla sua diffusione anche in altri settori.

Il processo di armonizzazione dei sistemi giuridici e di collaborazione economica con gli altri paesi è ancora agli albori e potrebbe essere implementato a vantaggio dell’intero sistema soltanto se si decidesse di governarlo attraverso poche e semplici riforme organiche, concordate anche con gli altri paesi europei e non subìte”.

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Laura Rocco, la Locandiera di Canale di Serino

Laura Rocco è una di quelle persone che non fa nulla per caso: “locandiera” di professione, organizzatrice di eventi per passione, “missionaria” per vocazione.

Nella vita quotidiana Laura è meglio nota come “La Locandiera”, dal nome del suo ristorante che ha aperto nel 2005.

Si tratta del recupero perfetto di un vecchio casolare del ‘600 trasformato in locanda, nel pieno rispetto di tutto quello che è un’identità irpina.

Uno scenario indiscutibile dall’atmosfera incantevole, dove spiccano, accanto ad un’accoglienza cordiale e premurosa, tante dolci tentazioni della vecchia cucina contadina.

Il tutto si trova a Canale di Serino, un borgo situato ai piedi del monte Terminio dove vivono circa 300 abitanti, la maggior parte di loro genuini contadini che portano avanti la tradizione rurale con un centro storico ben conservato dove il tempo sembra essersi fermato.

Un luogo anche famoso in quanto diede i natali all’illustre pittore Francesco Solimena detto il Solimena.

Il castello feudale, l’oratorio Pelosi, i palazzi delle antiche famiglie nobili fanno quindi da cornice sia all’evento annuale ‘Canalarte‘ che al ristorante ‘La Locandiera‘.

Ma Laura ha anche uno spirito “missionario“: da venti anni, si dedica concretamente anche al sociale supportando le missioni dei padri vincenziani in Africa.

Uno spirito, quello della dedizione al prossimo, che si ritrova anche nei piatti che ogni giorno porta in tavola nel suo ristorante “La Locandiera“.

Laura, come nasce l’avventura di Canalarte?

“La storia di Canalarte inizia nel 1997. E’ innanzitutto una storia di amicizia. E poi di amore per la nostra terra, di un borgo dalle mille potenzialità. Ne discutevamo spesso con Franca Filarmonico. Con lei ed altri amici pensammo ad un evento che potesse concentrare qui tante persone. Volevamo che tutti conoscessero la frazione Canale, le sue bellezze, la sua straordinaria accoglienza”.

Che cosa è in realtà Canalarte?

“Per noi è innanzitutto un progetto sociale, non solo tre giorni di festa e di divertimento. Un progetto che ogni anno si rinnova e si rafforza grazie all’entusiasmo di giovani, bambini, anziani. Insomma, il poliedrico mondo dell’associazione diventa parte di una rivoluzione: la rivoluzione della complicità, della solidarietà, dell’impegno gratuito,del volontariato, della passione in quello che si crede. 

Canalarte, è il risultato dell’impegno di tante persone. Penso a Emilio, Michele, Orazio, Anna, Tonino, Antonio, Attilio, Pasquale, Luigi, Umberto, Mario, Salvatore, Gaetano, Giovannina e tanti altri che sono parte della stessa storia, una storia felice. Ed è per questo che palcoscenico migliore non poteva essere se non Canale di Serino. Qui i sentimenti veri si vivono e respirano per davvero”

A proposito di credere nelle passioni, tu sulle passioni hai costruito la tua attività imprenditoriale nel mondo della ristorazione, un’attività che in fondo si basa sulla stessa filosofia che anima Canalarte, vale a dire la valorizzazione del territorio.

“Io sono di Serino e sono legata in maniera viscerale alla mia terra. Quando anni fa scoprii il casolare che oggi ospita La Locandiera capii che era il mio posto. Il luogo ideale per unire la mia passione per la buona cucina con il desiderio di promuovere la mia terra”.

Nella tua locanda si respira un’atmosfera d’antan. Ed anche i sapori fanno fare un viaggio nel tempo. Era proprio così che immaginavi la tua locanda?

“La locanda è nata da sola, quasi per incanto. Quando l’ho vista la prima volta ci intravidi tutte le potenzialità. A patto che rispettasse i luoghi. Ci ho messo del tempo ma, quando nel 2005 è iniziata la mia avventura di Locandiera, beh non posso dire di non essere rimasta totalmente soddisfatta”.

Insomma, dietro La Locandiera c’è una storia, proprio come dietro Canalarte.

“E’ vero. Ritengo che siano sempre le persone a determinare i successi. Di un’attività imprenditoriale come di un evento”.

  • Nella Foto di Copertina Laura Rocco, fotografata da Riccardo Giliberti.

Informazioni

  • LA LOCANDIERA via Francesco Solimena, 65 83028 Canale di Serino (Av) Telefono: +39 0825 513 888 | Mobile: +39 347 9041566

Domenico Fraternali, l’ingegnere con l’anima di un architetto.

Uno degli edifici più noti di Avellino è stato menzionato nel Censimento delle Architetture del Secondo Novecento, realizzato dalla Direzione per l’Arte e l’Architettura Contemporanea del Ministero dei Beni Culturali.

Il progetto citato nella raccolta delle architetture contemporanee di eccellenza del secolo scorso è quello del Palazzo Sibilia-Matarazzo, più noto come palazzo della Banca Popolare dell’Irpinia lungo Corso Vittorio Emanuele, redatto dall’ingegnere Domenico Fraternali nel 1967.

Per l’indimenticato progettista e urbanista scomparso nel 2012, e che ha legato il suo nome ad anni importanti della vita amministrativa di Avellino, ricoprendo tra l’altro il ruolo di Assessore all’Urbanistica durante gli anni dell’amministrazione Di Nunno, si tratta di un grande riconoscimento al valore professionale ma anche al suo amore per quella che divenne la sua città d’adozione.

A riconoscere il giusto merito alle “visioni” di Mimì Fraternali, le motivazioni sottolineate da Renato De Fusco a margine della citazione nel testo del Ministero.

Le motivazioni del riconoscimento a Fraternali.

“A partire dagli anni settanta del Novecento – si legge -, la nuova architettura cambia il volto più tradizionale di Avellino.

Palazzo Matarazzo è una di quelle opere che interrompe l’edilizia corrente della città, quella che costruisce l’ambiente formato da anonimi palazzetti a due o tre piani collegati l’uno all’altro, con i balconcini alla napoletana chiusi da modeste ringhiere in quadrelli di ferro e copertura a spiovente, e introduce un segno di qualità all’architettura contemporanea nel centro urbano.

Nelle principali strade di Avellino sorgono edifici con i primi due piani destinati a grandi magazzini o uffici e gli altri ad abitazioni. Tra i migliori rientranti in questa tipologia è quello di Domenico Fraternali, caratterizzato da un alto basamento con negozi e uffici e da cinque piani residenziali in ciascuno dei quali si alternano bow-window e terrazzini con balaustre di vetro, il tutto culminante in un attico a mansarda dai tratti fortemente astratti e geometrici, tipici dell’alta quota.

Le facciate mostrano particolare attenzione al design nell’uso della linea spezzata, non senza rimandare a citazioni classicistiche – come nell’alternarsi dei dentelli di lunghezza differenziata sui fronti intonacati.

Di rilievo è anche il dialogo tra materiali più tradizionali, come le doghe in legno, quelli di grande modernità, come l’acciaio, e rivestimenti con piastrelle industriali.”

Ugo Morelli: paesaggio dell’Irpinia, una risorsa da salvaguardare.

“Penso che ci siano pochi temi, oggi, più urgenti da prendere in considerazione che non siano i temi legati al paesaggio”.

Inizia così la chiacchierata con Ugo Morelli, saggista, psicologo e direttore scientifico della Durazzano Summer School, il laboratorio rivolto ai giovani architetti e agli amministratori under 35 nell’ambito del Festival di Paesaggio, in programma a Durazzano, nel Sannio, dal 30 agosto al 2 settembre 2018.

Il professor Ugo Morelli, nativo di Grottaminarda, in provincia di Avellino, da anni studia i temi delle scienze cognitive, sia come docente di psicologia del lavoro all’Università di Bergamo che presso la Scuola per il governo del territorio e del paesaggio della Provincia Autonoma di Trento , dove dirige il Master WNHM – World Natural Heritage Management, ideato per formare alla conoscenza e alla gestione dei Beni naturali iscritti nella lista del patrimonio mondiale Unesco.

Professor Morelli, perchè un Festival di Paesaggio?

“Dobbiamo capirci su come usiamo il concetto di paesaggio e a cosa ci riferiamo. Se ci riferiamo allo sfondo, alla cartolina, alla bella veduta, al panorama cosi come tuttora si intende, uno potrebbe dire: è una questione di decoro.

Negli ultimi anni, però, ci siamo accorti di una cosa importante: il paesaggio è diventato aria, acqua, suolo, rumore, vivibilità, è diventato condizione e spazio della nostra vita, non già uno sfondo ma una figura della nostra esperienza”.

Tutto ciò cosa comporta?

“Stiamo scoprendo che la Terra reagisce ai nostri comportamenti. Non è un luogo che si fa usare come ci pare ma risponde ai nostri atteggiamenti, con le frane, gli tzunami, con le alluvioni, con l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e se questa risposta prima era sussurrata ora è particolarmente sentita ed esplicita.

In questa prospettiva il paesaggio diventa lo spazio della nostra vita, l’insieme dei fattori che ci possono garantire vivibilità sul pianeta terra”.

La sfida sulla necessità di guardare ad un concetto altro d i paesaggio parte da un piccolo centro del Sannio, Durazzano. Una scelta simbolica?

“Oggi i luoghi, piccoli medi o grandi che siano, non vanno intesi come posti sicuri da cui guardare il mondo. Finora abbiamo agito più o meno così: se sto a Durazzano, che me ne importa di ciò che accade a Pechino? E invece ce ne importa, che noi lo vogliamo o no. Se usiamo il termine importare diversamente, “importiamo” in noi gli effetti delle azioni. Piuttosto che guardare il mondo dai luoghi, allora, dovremmo guardare i luoghi dal mondo. Come se ci mettessimo sul vertice della Terra e dicessimo: che significato può avere il mio posto?”.

Una lettura, la sua, che implica una “partecipazione” globale al cambiamento: non una questione di dimensioni, ma di atteggiamenti.

“In quest’ottica, ogni luogo va bene. L’intuizione di Mario Pagliaro di scegliere un piccolo posto come Durazzano che possa diventare ologramma di un ragionamento più ampio, in cui ogni componente contiene le ragioni del tutto, è stata particolarmente felice”.

Paesaggio e vivibilità: un nesso che richiede ampia partecipazione. Soprattutto di chi è deputato a prendere decisioni.

“Gli amministratori sono figure centrali nel ragionamento che andiamo a fare. Nel tempo abbiamo imparato che c’è bisogno di normative e quindi di regole. Faccio un esempio: in Italia non c’è una legge che regola l’uso dell’acqua potabile e ne impedisce ad esempio l’uso per lavare auto.

Eppure, sappiamo quante problematiche sono legate all’acqua. Ecco, diciamo che quindi paesaggio è anche e soprattutto educazione civile.

La domanda fondamentale è: che tipo di vivibilità lasciamo ai figli?

Il paesaggio è lo spazio della vita, dove ci guadagniamo la possibilità di vivere, ed il risultato di ciò che facciamo dell’ambiente e territorio”.

Dalla sua analisi emerge quasi un braccio teso a tante realtà del Sud e della Campania in particolare, un invito a scrollarsi di dosso anni di immobilismo indotto e ad essere protagonisti del futuro del proprio…paesaggio.

“Le aree interne della Campania, penso al Sannio e all’Irpinia in primis ovviamente, sono realtà che non essendo state toccate molto dallo sviluppo distruttivo oggi hanno grandi potenzialità

Devono capirlo però. Mi riferisco alle risorse specifiche di quelle terre, ambiente naturale compreso, mantenuto bene in alcuni casi ma che vive tanti casi di abbandono. Se si capisce questo, e si riesce a configurare uno scenario nel quale si smette di piangersi addosso, aspettare il solito finanziamento pubblico e al contrario si sviluppano capacità ed iniziative in cui alla base ci sia la conoscenza, quello che è stato finora un limite può diventare una significativa opportunità”.

 

Carmen Criscitiello: il ruolo dell’oncologo nella diagnosi del tumore al seno.

Nel 2017 sono stati circa 50.000 i nuovi casi di tumore al seno fatti registrare in Italia, in costante crescita rispetto al passato, ma allo stesso tempo si innalza il tasso di sopravvivenza, grazie alle azioni di prevenzione e allo sviluppo di nuovi farmaci e di terapie più adeguate di un tempo.

Ciò che sembrava impossibile da affrontare, dunque, oggi fa meno paura. Così come l’invasività degli interventi si riduce a favore di terapie studiate ad hoc sulle specifiche esigenze del caso grazie al progresso della medicina e della ricerca.

Un ruolo fondamentale in questo senso è svolto dalla figura del medico oncologo, specializzato nello studio e nel trattamento delle neoplasie.

Abbiamo ascoltato la dottoressa Carmen Criscitiello raggiungendola telefonicamente a Milano, dove opera dal 2011 presso l’IEO – Istituto Europeo di Oncologia nel ruolo di Dirigente Medico con Incarico di Alta Specializzazione – Sviluppo di Nuovi Farmaci per Terapie Innovative.

Avellinese, classe 1980, si è laureata nel 2005 in Medicina e Chirurgia presso l’Università Federico II di Napoli, specializzata nel 2010 in Oncologia Medica presso la medesima università, e conseguito nel 2013 il dottorato di ricerca in Oncologia Medica e Chirurgica e Immunologia Clinica presso la Seconda Università degli Studi di Napoli discutendo una tesi sui fattori associati alla scelta chirurgica dopo terapia neoadiuvante nelle pazienti con tumore mammario HER2-positivo trattate nell’ambito dello studio clinico di fase NeoALTTO.

Dottoressa Criscitiello, come si sviluppano i tumori mammari?

<<Nel 95% circa dei casi si tratta di eventi di natura sporadica, ovvero accadono per caso. In circa il 5% assistiamo alla presenza di componente genetica o ereditaria. Sicuramente è difficile prevenire in maniera totale, ma con le dovute accortezze, sia legate ai controlli sia legate allo stile di vita, è possibile prevenire un gran numero di avvenimenti negativi>>.

Cosa è possibile consigliare alle donne in merito al corretto stile di vita?

<<La sedentarietà è sempre negativa. Sono consigliati circa 30 minuti di movimento fisico al giorno, che può essere anche raggiungere a piedi il posto di lavoro oppure fare sempre le scale evitando di prendere l’ascensore.

Importante anche l’aspetto legato all’alimentazione, ottimale seguire il regime mediterraneo, che prevede un largo consumo di frutta e verdura.

Carne sì ma possibilmente bianca e in minor quantità rossa (per la quale si raccomandano non oltre 500g settimanali). Evitare un consumo eccessivo di insaccati e di salumi, e di alcol sono ulteriori pratiche preventive del tumore alla mammella.

L’arma senza dubbio in più è la giusta prevenzione: c’è la primaria, che passa appunto attraverso gli stili di vita sani volti a evitare l’accadimento della malattia, e poi la secondaria, quella ovvero dello screening annuale che consente una diagnosi precoce>>.

Si assiste a differenze sostanziali a livello territoriale tra Nord e Sud dell’Italia relativamente all’incidenza della malattia?

<<Partendo dal presupposto che in Italia troviamo dati simili a quelli degli altri Paesi europei – le differenze a livello statistico sono solo con i Paesi sottosviluppati, che presentano numeri molto più importanti – si può affermare che la situazione a livello territoriale è pressoché livellata su tutto il Paese.

La differenza infatti non è tanto quella territoriale, ma è dovuta soprattutto al momento in cui il tumore viene diagnosticato.

Attualmente assistiamo a circa 50.000 nuovi casi di tumori mammari l’anno ma, ciò che rincuora e che dà speranza, è che all’aumentare dei nuovi casi si riduce la mortalità>>.

Ciò che risulta fondamentale, dunque, è una diagnosi precoce. Come fare?

<<La differenza in questo senso la possono fare i Centri di Riferimento, ovvero quelli dotati di Breast Unit, che altro non sono che centri di senologia multidisciplinare.

Questo aspetto della multidisciplinarietà, infatti, è senza dubbio una garanzia in più per avere la certezza di essere seguiti da un team di specialisti, un’opportunità nella direzione di cure e assistenza totalizzante.

Si attestano infatti prognosi migliori per quei pazienti indirizzati ai centri di riferimento presenti sul territorio>>.

Qual è il ruolo dell’oncologo nell’affrontare un tumore mammario?

<<Potremmo definirlo il regista nella storia del paziente, colui che tiene le fila di tutto, stabilendo il timing migliore. L’optimum sarebbe che sia presente già a partire dalla diagnosi, così da stabilire insieme al team di specialisti le cure migliori per il singolo caso>>.

Come detto, allo stato attuale sono aumentate le possibilità di guarigione. Parliamo di terapie e delle nuove frontiere della ricerca.

<<E’ grazie alla ricerca che l’armamentario a disposizione degli oncologi è sempre più fornito.

I nuovi farmaci vengono sviluppati in situazione metastatica, nella maggior parte dei casi si incomincia con il paziente metastatico per poterne osservare i benefici, la tollerabilità, l’eventuale tossicità, per comprenderne livelli di sopravvivenza e reazioni.

Se tutto va bene, si prosegue con gli altri soggetti>>.

Che tipo di farmaci sono presenti sul mercato?

<<<Attualmente abbiamo a disposizione tantissimi farmaci, differenti per tipologia e gravità. Si parla sempre infatti di “tumore mammario” in forma generica, ma abbiamo diversi sottotipi di tumore mammario, con prognosi e trattamenti differenti.

I sottogruppi molecolari possono essere grossolanamente definiti in base allo stato dei recettori ormonali (HR) e all’espressione del gene HER2: Luminali (HR + / HER2-), HER2-positivo (HER2 +) e triplo negativo (HR -/HER2-).

A ognuno corrispondono azioni mirate diverse e diverse aspettative di guarigione>>.

Quanto è importante il fattore psicologico nell’affrontare un tumore?

<<Oggi le terapie sono molto buone e il tasso di sopravvivenza è enormemente cresciuto. Non dimentichiamo però l’importanza di un corretto supporto anche psicologico in queste pazienti, visto il delicato argomento in questione che va a intaccare proprio la femminilità di una donna.

Esiste infatti la figura dello psiconcologo, che si occupa specificamente delle conseguenze psicologiche provocate da un tumore>>.

Rapporto medico-paziente: quale valore aggiunto?

<<Siamo tutti esseri umani, noi medici e i nostri pazienti, quindi è normale poter soffrire di simpatie o antipatie.

E io ritengo che, visto l’importantissimo percorso che si va a intraprendere fianco a fianco, è necessario che il paziente scelga in maniera attenta il suo medico.

Ma in ogni caso è fondamentale instaurare un rapporto di fiducia. Non assistiamo più alla figura dell’oncologo che impone una terapia come accadeva un tempo.

Oggi è fondamentale condividere le decisioni con il paziente.

Personalmente, infatti, invito le mie pazienti a pormi domande, ad aprirsi con i propri dubbi, in modo da fornire risposte ragionate e serie che vadano a diradare paure e confusioni.

In questo senso dico infatti di diffidare da risposte troppo semplicistiche e che magari non corrispondono a verità nel proprio caso specifico, come può accadere navigando con superficialità sul web>>.

Sullo stesso argomento leggi anche:

  • La storia della Chef Antonella Iandolo e della sua malattia ” Devo tanto alle persone che mi circondano del loro affetto quotidiano, non lasciandomi mai sola, e devo tanto anche ad alcuni medici come l’oncologo dott. Mario Giuliano che ho incontrato sul mio percorso, che hanno unito la professionalità all’umanità non sempre riscontrabile, come la mia bravissima oncologa, dottoressa Carmen Criscitiello, che mi segue incitandomi sempre”.

Dottor Luciano Curto: come Prevenire e Curare le Allergie Infantili.

Le allergie, che siano esse alimentari o respiratorie, colpiscono un numero sempre più cospicuo di persone, a partire dall’infanzia, provocando non poca preoccupazione e lasciando aperti numerosi interrogativi, soprattutto nei genitori alle prese con reazioni improvvise e inattese che possono intaccare la salute e la serenità del proprio bambino.

Un fenomeno di una tale portata, ormai, da raggiungere livelli di diffusione molto alti. Basti pensare che, solo nel corso dell’ultimo mezzo secolo, la percentuale dei bambini allergici in Italia sia passata dal 10 al 30%.

A tal proposito, dunque, abbiamo ascoltato il dottor Luciano Curto, un riferimento di spicco nel panorama pediatrico avellinese, ponendogli alcuni interrogativi utili a spiegare al meglio l’argomento.

Laureatosi e specializzatosi in Pediatria a Napoli, e dopo essere stato a Milano e in Svezia per esperienze formative in Neonatologia e in Alimentazione nei bambini nati pretermine, dai primi Ottanta opera ad Avellino. Oggi, oltre a fare studio, si occupa di educazione sanitaria nelle scuole e offre consulenza ambulatoriale gratuita presso il “Centro Australia” per motivare i bambini obesi e supportarne le famiglie (per prenotazioni visite, senza impegnative mediche, 0825 292711).

Dottor Curto, ci chiarisca come mai stiamo assistendo a un incremento del fenomeno delle allergie infantili.

<<Le allergie sono aumentate in maniera esponenziale. Questo è un dato di fatto. E anche noi pediatri ci siamo interrogati se il fenomeno sia dovuto all’ambiente o alla maggiore fragilità immunitaria.

Probabilmente la causa di ciò è legata a entrambi i fattori: ovvero l’ambiente inquinato da prodotti tossici dell’attività industriale, dal flusso veicolare, dai cambiamenti climatici e quanto di altro correlato ha messo a repentaglio l’equilibrio immunitario umano che dalla natura è stato creato per difenderci contro cellule maligne e infezioni, ed è arrivato a danneggiare se stesso, assumendo caratteristiche autodistruttive.

Gli anticorpi specifici IgE, un tempo necessari per la difesa dell’organismo, ora che i parassiti non ci sono quasi più, liberano istamine e sostanze nocive provocando la malattia allergica. A partire dall’infanzia abbiamo quindi sempre più allergie alimentari ma anche respiratorie>>.

Cosa è necessario fare per contrastare questo danno immunitario?

<<Prima di tutto è importante partire dalle abitudini quotidiane, tenendo un ambiente idoneo alla salute e all’igiene del bambino. Ma è altresì necessario individuare i bambini a predisposizione allergica prima ancora di effettuare test specifici.

E questo vale soprattutto per noi pediatri, che possiamo farlo informandoci bene sulla situazione allergica dei genitori e agendo di conseguenza>>.

Come sopraggiunge un’allergia?

<<Si parla di “marcia allergica”: ovvero le allergie non arrivano mai contemporaneamente. Si assiste infatti alla successione cronologica. Questa definizione, infatti, descrive il percorso che i bambini predisposi alle allergie effettuano soffrendo di una determinata forma allergica subito dopo essersene lasciata alle spalle una precedente>>.

Manifestazioni all’apparenza di natura allergica, come starnuti o diarrea, sono sempre sintomo di allergia?

<<Molte allergie si rivelano in realtà “pseudoallergie”, ovvero è talmente forte la fobia di avere un bambino allergico che fenomeni quali diarrea o starnuti appunto non di rado vengono immediatamente tramutati in sintomi allergici.

E in questo, a malincuore, devo ammettere che anche il pediatra talvolta risulta frettoloso nella diagnosi. Non tutte le infiammazioni prolungate sono allergia. I bambini piccoli, avendo pochi anticorpi e piccole vie respiratorie, ad esempio, fanno durare a lungo le affezioni catarrali.

Come fare quindi a capire? E’ fondamentale un’anamnesi familiare molto dettagliata e più profonda, e poi dopo l’anno si possono eseguire test cutanei specifici>>.

Quali sono i rimedi alle allergie infantili?

<<La farmacologia ci aiuta con prodotti antistaminici, antinfiammatori, e “stabilizzanti” delle vie respiratorie. Ma ribadisco che è sempre lo stile di vita della famiglia la principale causa di allergia.

Con questo mi riferisco ad esempio a diverse abitudini errate: il genitore che fuma, la ridondanza di oggetti, pupazzi, tappeti soprattutto nell’ambiente più vissuto dal bambino>>.

Si guarisce dalle allergie?

<<Più che la guarigione, l’allergia si doma con l’età. Le manifestazioni più eclatanti si assopiscono.

Una forte allergia alimentare nell’adulto più trasformarsi in dermatite circoscritta a specifiche parti del corpo oppure un’allergia respiratoria con asma e broncospasmo passare dai bronchi a naso e occhi in età adulta (rinocongiuntivite). La natura allergica insomma rimane, ma generalmente la manifestazione si riduce>>.

Esistono rimedi “naturali” per curare un’allergia?

<<Al di là dei farmaci per la prevenzione e la cura (antistaminici, cortisonici, broncodilatatori, adrenalina), esistono prodotti che riducono il potenziale allergico in maniera più “naturale”.

Faccio riferimento ai probiotici, ex fermenti lattici, che altro non sono che microbi buoni che stimolano la produzione di molecole (citochine) che bloccano la sintesi di anticorpi nocivi dell’allergia (IgE).

Abbiamo anche la vitamina D, utile non solo per fissare il calcio nelle ossa ma anche per ridurre la risposta allergica>>.

Cosa consiglia ai genitori, in conclusione, nella prevenzione delle allergie dei propri figli?

<<Per la prevenzione delle allergie alimentari, ad esempio, è buona norma allattare al seno il proprio bimbo il più a lungo possibile, introdurre gradualmente gli alimenti evitando le introduzioni contemporanee al fine di poter circoscrivere l’eventuale alimento che provoca effetti indesiderati, se si dovesse appurare ciò, è necessario infatti sospenderne l’assunzione, ricordando di non disperare perché di norma dopo i primi anni di vita i sintomi tendono pian piano a ridursi.

Per la prevenzione delle allergie respiratorie, evitare soprattutto di far vivere il bambino in ambienti ridondanti di arredamento, tessuti e suppellettili, bandire il fumo dalla casa ma anche da vestiti e quant’altro sia a contatto con il bambino, arieggiare gli ambienti casalinghi; in caso di bambino allergico ai pollini, soprattutto con l’arrivo della primavera, munirlo di filtro o mascherina in zone altamente contaminate da erbe e pollini e, se necessario, utilizzare sporadicamente l’antistaminico>>.

Leandro Guarino: “Il riscatto della Laurea tra Incognite e Sorprese”.

Lavoro e pensione sono ormai le “croci” di tutti gli italiani. Prima occorre fare i conti con un mondo del lavoro pieno di insidie e di difficoltà all’ingresso, poi con la pensione che sembra diventare una chimera e la linea del traguardo che si allontana sempre più.

Una strada per accorciare il periodo lavorativo ed accedere prima alla pensione è rappresentata dalla possibilità di riscattare gli anni di laurea ai fini pensionistici.

Un’opportunità fornita dall’Inps.

Ma a che costi? E con quali vantaggi?

Lo abbiamo chiesto a Leandro Guarino, consulente del lavoro avellinese.

Dottore Guarino, per cominciare: a chi conviene riscattare gli anni di laurea ai fini pensionistici?

“Non è semplice rispondere a questa domanda. Il metro di valutazione, infatti, varia a seconda dell’età. E delle prospettive”.

In che senso?

“Se ho 35 e più anni di contributi versati, riscattare gli anni di laurea mi consentirebbe di anticipare il pensionamento di 4/5 anni, atteso che con le attuali norme, per la generalità delle casistiche, si accede al regime pensionistico con circa 42 anni di anzianità di contribuzione, ovvero al raggiungimento di un’età anagrafica di circa 67 anni.

E potrebbe costituire un vantaggio considerando che parliamo di un periodo di tempo in cui le modifiche al sistema pensionistico attuale saranno minime. Anche se il percorso avrà un costo importante, che può essere di qualche centinaia di migliaia di euro”.

E se, invece, ho 25 anni, mi sono laureato da poco ed ho appena firmato un contratto di lavoro?

“In questo caso avresti sicuramente un vantaggio di tipo economico, nel senso che il riscatto verrebbe a costare molto meno.

Il punto è: ma ne trarrò vantaggio al termine della carriera lavorativa? Chi inizia a lavorare oggi non sa a quanti anni andrà in pensione, per cui rischia di sostenere una spesa per ritrovarsi comunque a dover uscire dal mondo del lavoro probabilmente a più di 70 anni”.

Quanto costa riscattare gli anni di laurea?

“Dipende da alcune variabili. Il punto di partenza è la base di retribuzione sulla quale vengono calcolati i contributi (circa il 33% della base retributiva in godimento) che l’Inps accantona in riserva matematica.

Per cui, se oggi sei un giovane al primo impiego e guadagni 20.000 euro all’anno, riscattare gli anni di laurea ti costerà circa 6000 euro all’anno per i 4 anni del corso di studi. Naturalmente esistono delle forme di rateizzazione senza interessi che consentono di diluire il pagamento fino a 120 mesi”.

Il sistema di calcolo è uguale per tutti?

“Per quei soggetti che intendono riscattare periodi ante 1996 (precedentemente alla riforma Dini) il sistema di calcolo è invece diverso, basandosi su coefficienti e parametri anagrafici.

Anche chi è inoccupato (il giovane neolaureato) può riscattare gli anni del corso di laurea: in questo caso la base di calcolo è rappresentata dal minimale contributivo della gestione commercianti; in sintesi, per tale casistica, l’onere da riscatto è pari a circa 5.200 euro per anno”.

Se invece un lavoratore vuole riscattare gli anni di laurea quando si ritrova più avanti con gli anni?

“In teoria dovresti avere una retribuzione media più elevata.

L’importo per il riscatto aumenta quindi sia in funzione della retribuzione attuale sia in funzione del fatto che ti sei avvicinato all’ingresso in pensionamento.

E qui sul calcolo, e sulla stima di convenienza che il singolo è chiamato a compiere, incide anche la probabilità dell’aspettativa di vita”.

Cioè?

“L’Istat oggi dice che in Italia si vive in media quasi 83 anni, con differenze tra uomini e donne. Per cui, se l’età pensionabile di vecchiaia è 67 anni e tu hai 60 anni, riscattando gli anni di laurea, potresti andare in pensione a 62 o 63 anni.

L’Inps dovrà quindi dare un valore attuariale a quei 4 o 5 anni in più di potenziale erogazione della pensione, tenendo conto di quella che è l’aspettativa di vita”.

In definitiva, dottore Guarino riscatto si o riscatto no?

“In linea di massima ad un giovane è consigliabile perché l’importo da pagare per il riscatto degli anni di laurea non è elevatissimo e può essere pagato pro quota senza interessi.

Anche se resta un grosso punto interrogativo.

Dalla riforma Amato del 1992, passando per quella del 1995 firmata dal governo Dini, fino alla legge Fornero del 2012 ed ai relativi “aggiustamenti”, il sistema previdenziale italiano è stato – in maniera sostanziale – riformato una decina di volte. Bisognerebbe avere la sfera di vetro per sapere come si svilupperà in futuro il sistema pensionistico e poter dare un consiglio”.

Iaco Group, l’arte dell’alta gioielleria nel trofeo della Uefa Nations League

Quando il presidente dell’Uefa, Aleksander Čeferin, lo scorso 24 gennaio ha alzato il velo che copriva il trofeo che si aggiudicherà il vincitore della Nations Legaue, il nuovo torneo continentale europeo che prenderà il via nel mese di settembre 2018, in sala si è levato un coro di sorpresa.

Proprio come quando, in passerella, sfilano quegli abiti sfarzosi ed eleganti che lasciano il pubblico a bocca aperta.

Il trofeo della Uefa Nations League è l’ultima creazione della Iaco Group, l’azienda avellinese di Igino e Alberto Iacovacci, leader indiscussa in Europa ed in Italia nella realizzazione di quelle che più che semplici coppe sono delle vere e proprie opere d’arte.

Nella realizzazione dell’opera in argento presentata a Losanna è condensata la filosofia che, ormai da 40 anni, da quando Igino Iacovacci e sua moglie Lina Addonizio diedero vita all’azienda di famiglia, è alla base del loro lavoro.

Il trofeo è stato realizzato negli stabilimenti veneti dell’azienda avellinese, su un’idea del direttore creativo del brand agency, Hélder Pombinho.

“Quando guardiamo alzare questo trofeo – ha spiegato il professionista portoghese –, è come se vedessimo sollevare le bandiere di tutte le nazioni nel momento della vittoria della competizione”.

La coppa pesa 7,5 chili ed è alta 71 cm, e verrà sollevata per la prima volta dalla nazione vincitrice nel giugno 2019.

“Era una sfida difficile – racconta Alberto Iacovacci, presidente della Iaco Groupquando ci è stato sottoposto il progetto erano ben evidenti le difficoltà tecniche da affrontare. Ma a noi le sfide non ci hanno mai spaventato. Anzi. Sono la linfa che ci consente di alzare sempre di più l’asticella della qualità, estetica e materiale. Nel caso del trofeo della Uefa Nations Legaue abbiamo realizzato un trofeo che è quasi un prodotto di alta gioielleria”.

Ed in effetti, come sempre avviene per le più importanti opere prodotte dalla Iaco Group, alla base del trofeo c’è una lavorazione artigiana, che prevede numerose fasi manuali.

“Dalla fusione alla creazione della lastra laminata, dall’incisione alla stampa dei colori, c’è tutta l’esperienza del nostro staff – ammette Alberto Iacovacci.

Dal 1978 l’azienda opera attraverso le tre sedi di Avellino, Vicenza e Lugano.

Un elenco lunghissimo, quello dei lavori realizzati dall’azienda che premia tutti i principali campionati italiani professionistici, e ancora molte altre importanti competizioni tra cui il campionato Europeo con la Coppa Henri Delaunay e la Uefa U21.

Inoltre la Iaco Group ha realizzato la Champions League più grande al mondo per il Museo di Casa Milan le cui caratteristiche la rendono unica.

“La nostra aziendaafferma l’amministratore Igino Iacovacci è ormai un punto di riferimento non solo per la Uefa, il Coni, la Figc ma anche per tante federazioni italiane (Federazione Italiana Pallacanestro, Federazione Italiana Pallavolo) ed estere (Football Montenegro) oltre che per numerose società sportive (Juventus, Milan, Fiorentina, Inter, Roma, Lazio, Sampdoria, Genoa ed altre), enti pubblici (Presidenza Consiglio dei Ministri, Ministero degli Interni, Autorità per la Vigilanza Lavori Pubblici) ed aziende leader nei propri settori, come Enel, Tim, Dolce e Gabbana, Banca Intesa e tante altre”.