Non tutti i film tratti dalla realtà cercano il colpo facile. Alcuni, più semplicemente, ti restano addosso. Ti obbligano a guardare vite attraversate dal dolore, dal riscatto, dalla memoria o da un’ossessione che non si spegne. E quando il cinema drammatico incontra la materia viva delle storie vere, il risultato può diventare ancora più incisivo.

Su Netflix esiste un piccolo percorso tematico che merita attenzione: cinque titoli molto diversi tra loro, ma uniti da una stessa tensione di fondo. Da una parte l’America profonda e ferita di Ron Howard, dall’altra il tribunale come campo di battaglia, poi il viaggio interiore di un uomo in cerca delle proprie origini, l’ambizione feroce che cambia la storia dello sport e infine la sopravvivenza portata al limite del corpo.

Il bello è che non siamo davanti a cinque copie dello stesso film. Qui il dramma cambia pelle ogni volta: familiare, giudiziario, identitario, sportivo, perfino quasi mistico. Ed è proprio questa varietà a rendere il catalogo di Netflix più interessante di quanto sembri a uno sguardo distratto.

“Elegia americana” resta forse il titolo più discusso del gruppo. Diretto da Ron Howard e interpretato da Amy Adams, Glenn Close e Gabriel Basso, il film del 2020 adatta il memoir di J.D. Vance e torna dentro le fratture di una famiglia degli Appalachi attraverso tre generazioni, una madre divorata dalla dipendenza e una nonna che diventa ancora morale prima che affettiva. È un film imperfetto, anche divisivo, ma proprio per questo interessante: Variety lo ha giudicato un adattamento troppo prudente, mentre il pubblico lo ha accolto meglio, con un 81% di Popcornmeter su Rotten Tomatoes e un 6,7/10 su IMDb. Ha ottenuto anche due candidature agli Oscar, tra cui quella per Glenn Close.

Dove Elegia americana lavora sulle ferite private, “Marshall” sposta tutto sul terreno pubblico della legge e del pregiudizio. Il film di Reginald Hudlin, con Chadwick Boseman, Josh Gad, Sterling K. Brown e Kate Hudson, racconta un episodio della carriera del giovane Thurgood Marshall, molto prima del suo approdo alla Corte Suprema. Qui il dramma prende la forma del courtroom movie classico, ma sotto la superficie c’è il peso di un’America segregata in cui il processo non riguarda solo un imputato, bensì l’idea stessa di giustizia. La critica di RogerEbert.com ha apprezzato proprio questa capacità di trasformare la lezione storica in racconto avvincente; su Rotten Tomatoes il film ha l’80% di Tomatometer e il 91% di gradimento del pubblico, mentre su IMDb è a 7,3/10.

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Più emotivo e avvolgente è “Lion – La strada verso casa”, uno dei film più riusciti di questo gruppo. Garth Davis parte dalla storia vera di Saroo Brierley e costruisce un racconto che tocca temi enormi senza mai diventare ricattatorio: l’infanzia perduta, l’adozione, il senso di appartenenza, la memoria come richiamo ostinato. La prima parte, ambientata in India, ha una forza quasi documentaria; la seconda si affida invece al tormento silenzioso di Dev Patel, affiancato da Nicole Kidman e Rooney Mara. Il film fu candidato a sei Oscar e la stampa internazionale lo accolse con grande favore: The Guardian parlò di un’opera intelligente e sentita, mentre IMDb lo porta a 8,0/10.

Con “Una famiglia vincente – King Richard” il registro cambia ancora. Reinaldo Marcus Green racconta la figura ingombrante e determinante di Richard Williams, padre di Venus e Serena, interpretato da un Will Smith premiato con l’Oscar come miglior attore. Il rischio del biopic sportivo edificante c’è, e infatti parte della critica lo ha notato: RogerEbert.com lo definisce efficace soprattutto nelle interpretazioni più che nelle scene di tennis. Però il film ha energia, ritmo e soprattutto una forte idea di famiglia come progetto, pressione, sacrificio e visione quasi ossessiva. Su Rotten Tomatoes ha conquistato il 98% del pubblico, mentre l’Academy gli ha riconosciuto anche la candidatura per la canzone “Be Alive” di Beyoncé.

E poi c’è “Revenant – Redivivo”, che rispetto agli altri è il titolo più fisico, estremo, quasi allucinato. Alejandro González Iñárritu prende la figura storica di Hugh Glass e la trasforma in una durissima esperienza sensoriale, sospesa tra western, film di sopravvivenza e meditazione sulla vendetta. La fotografia di Emmanuel Lubezki resta uno dei veri miracoli visivi del cinema contemporaneo, mentre Leonardo DiCaprio trasforma il dolore in linguaggio corporeo puro. Non è il più “facile” dei cinque, e forse nemmeno quello più immediato sul piano emotivo, ma è il più monumentale. Variety lo definì brutale e bellissimo, RogerEbert.com ne sottolineò la capacità di rendere percepibile l’inimmaginabile, e agli Oscar portò a casa tre statuette, tra cui miglior regia e miglior attore protagonista. Su IMDb è a 8,0/10.

Messi insieme, questi cinque film raccontano bene una verità che il cinema drammatico conosce da sempre: la realtà non ha un solo volto. Può essere una cucina povera degli Appalachi, un’aula di tribunale piena di ostilità, una stazione ferroviaria in India, i campetti consumati di Compton o un paesaggio gelido dove restare vivi sembra già un miracolo.

Su Netflix diventano cinque modi diversi di entrare dentro storie che non hanno bisogno di essere inventate per colpire. E forse è proprio questo il punto: certe vite, quando vengono raccontate bene, riescono ancora a fare molto più male di qualsiasi finzione.

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