Un’apparizione mistica, un delitto a Venezia, e un’amara verità: Da Alba Rohrwacher a Valeria Golino, tre film su RaiPlay che raccontano il potere femminile
Ti sei mai chiesto quanto può essere sottile il confine tra amore e inquietudine, tra fede e allucinazione, tra verità e segreto? A volte, la risposta non sta in un dialogo o in una scena clou, ma in un semplice sguardo, in una esitazione, in un dettaglio che ci costringe a restare lì, incollati allo schermo. Su RaiPlay ci sono tre film che fanno proprio questo: ti prendono piano, ma poi non ti lasciano più.
Iniziamo da una pellicola che ha lasciato il segno alla Berlinale del 2018. Si chiama “Figlia mia”, diretto da Laura Bispuri, e se non l’hai ancora visto, questo è il momento giusto per recuperarlo. Perché? Perché è un film che scava nella terra ruvida della maternità con un rispetto raro e una forza narrativa che ti resta dentro.
In una Sardegna aspra e bruciata dal sole, la piccola Vittoria scopre di avere due madri: Tina (una straordinaria Valeria Golino), che l’ha cresciuta con dolcezza e dedizione, e Angelica (Alba Rohrwacher, sempre magnetica), la madre biologica, disordinata, istintiva, a tratti pericolosa. La regia di Bispuri, intensa ma mai invasiva, ci accompagna attraverso un viaggio emotivo che non offre risposte facili, ma solo domande profonde.
RaiPlay ce lo propone in streaming con una fotografia intensa e interpretazioni che hanno raccolto premi ai Nastri d’Argento e al Bif&st. Su IMDb e Google si attesta su un solido 6,5. Non altissimo, è vero. Ma a volte i numeri non bastano a raccontare un film che va sentito più che spiegato.
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Passiamo ora a qualcosa di completamente diverso. “Troppa grazia” (2018), di Gianni Zanasi, sempre su RaiPlay, è una di quelle commedie italiane che riescono a essere leggere e profonde insieme, un po’ come certi pomeriggi estivi pieni di vento. Anche qui c’è Alba Rohrwacher, ma in un ruolo diverso: è Lucia, geometra madre single a cui un giorno appare… la Madonna. Sì, davvero.
E no, non è un film religioso nel senso stretto. È una riflessione tenera e folle sul bisogno di credere, o almeno di capire dove stiamo andando. Zanasi alterna registri comici e momenti di profonda spiritualità, senza mai perdere il controllo. Elio Germano e Giuseppe Battiston aggiungono spessore a un cast già di alto livello. Il film ha convinto Cannes (Premio Label Europa Cinema alla Quinzaine des Réalisateurs) e ha mantenuto il suo fascino anche in streaming, dove continua a raccogliere consensi con un buon 6,1 su IMDb e il 60% di gradimento su Google.
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E poi c’è Venezia. Ma non quella delle gondole da cartolina. In “Amore e morte a Venezia” (2021), diretto da Johannes Grieser, la città diventa un labirinto di specchi, dove ogni riflesso nasconde una verità distorta. Una morte sospetta, un figlio inquieto, un dipinto scomparso (il “Ritratto di Simonetta Vespucci” di Botticelli, mica uno qualunque) e una donna, Anna, determinata a scoprire cosa è successo davvero a suo marito, un restauratore morto misteriosamente.
Questo thriller tedesco con l’intensa Alwara Höfels nei panni di Anna è l’ideale se ami le storie dove ogni dettaglio può essere una chiave, un inganno, una svolta. La regia è pulita ma densa, la fotografia sfrutta Venezia in modo magistrale, trasformando calli e canali in un teatro sospeso tra fascino e terrore. Il ritmo è avvolgente, il mistero si infittisce senza perdere credibilità, e la tensione cresce fino all’ultima scena.
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Tre film molto diversi, dunque, ma uniti da una caratteristica comune: ti obbligano a stare dentro la storia, a non distrarti, a non giudicare troppo in fretta. Che si tratti di legami familiari spezzati, apparizioni divine o misteri artistici, ognuno di questi racconti ci chiede qualcosa in cambio: attenzione, apertura, disponibilità all’incertezza.
