Tornare a casa dopo quarant’anni, essere accolto come un eroe e accorgersi, troppo tardi, che quel luogo non ti ha mai davvero perdonato. Su Prime Video c’è un film drammatico che parte come una celebrazione e si trasforma lentamente in qualcosa di molto più inquieto. Una storia che sembra semplice, quasi lineare, ma che nasconde una tensione crescente, costruita tutta attorno allo sguardo del protagonista e al modo in cui viene percepito dagli altri.

Il cittadino illustre”, diretto nel 2016 da Gastón Duprat e Mariano Cohn, è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, dove Oscar Martínez nei panni del protagonista Daniel Mantovani ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione.

Un riconoscimento che dice molto del peso che il personaggio ha all’interno del racconto e che trova riscontro anche nel consenso del pubblico, come testimoniano le percentuali di gradimento sui principali aggregatori online, come IMDb, dove la valutazione della pellicola è di 7,5/10, o Rotten Tomatoes, dove si arriva all’81%. La pellicola ha anche rappresentato l’Argentina ai Premi Oscar del 2017.

Al centro della storia c’è, per l’appunto, Daniel Mantovani, uno scrittore argentino trasferitosi in Europa da molti anni, ormai consacrato a livello internazionale grazie al Premio Nobel per la Letteratura. È un uomo che ha raggiunto tutto ciò che si può desiderare, eppure appare distante, quasi disilluso, come se il successo non fosse bastato a riempire qualcosa di più profondo.

Quando riceve l’invito dal suo paese natale, Salas, per essere insignito del titolo di cittadino illustre, decide di accettare. Una scelta che sembra dettata più dalla curiosità che dal desiderio di riconciliazione. L’arrivo è caloroso, quasi eccessivo. Il paese lo accoglie come un simbolo, una figura da esibire con orgoglio. Le istituzioni locali organizzano eventi, incontri, cerimonie. Tutto sembra costruito per celebrare il suo ritorno.

Ma è proprio in questa apparente normalità che il film cambia tono. Man mano che Mantovani entra in contatto con gli abitanti, emerge un dettaglio fondamentale: molti di loro si riconoscono nei personaggi dei suoi romanzi. E non sempre in modo positivo. Le storie che lo hanno reso celebre sono infatti profondamente legate a quel luogo, alle sue dinamiche, alle persone che lo abitano. Quello che per lui è stato materiale narrativo, per gli altri diventa qualcosa di personale.

Il clima si fa progressivamente più teso. Dietro i sorrisi iniziano a emergere risentimenti, gelosie, incomprensioni. Mantovani osserva tutto con il suo sguardo ironico e distaccato, ma questa distanza finisce per accentuare il conflitto. Il film costruisce così una tensione sottile ma costante. Non ci sono esplosioni improvvise, ma una serie di episodi, piccoli segnali, che rendono sempre più evidente una frattura.

Il protagonista si trova intrappolato in una situazione ambigua: da un lato è celebrato, dall’altro è giudicato. Da un lato è un simbolo di successo, dall’altro è qualcuno che ha raccontato troppo, esposto troppo, trasformato la realtà in qualcosa che gli altri non riconoscono più.

Ed è proprio qui che il film trova la sua forza. Non è solo la storia di un ritorno, ma il racconto di un confronto inevitabile tra due visioni del mondo. Quella di chi è andato via e ha costruito la propria identità altrove, e quella di chi è rimasto e non accetta di essere raccontato da altri.

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