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Neve Avellino
Anche la nevicata del 2012 colpì una città impreparata.
Blogger Costume e Società

Sotto un manto di neve, Avellino è una città che sta morendo.

Non esistono governi popolari. Governare significa scontentare. (Anatole France).

 

Nella città dalle strade senza nome tutto è coperto da una coltre bianca, sia che nevichi sia che il clima sia più benevole, una coltre spessa e pesante che blocca qualsiasi possibilità di movimento e di crescita umana e culturale.

Ormai siamo dinanzi ad una perenne ed eterna opera incompiuta che nulla ha di artistico o poetico, non una rima a cui i posteri avrebbero potuto trovare un finale adatto ai tempi ed alle trasformazioni.

Una città che sembra ferma nel tempo e nello spazio in un freeze senza possibilità di riscatto.

E quanto accade viene cancellato in un attimo, chi amministra e chi vive nelle stanze del potere affronta i problemi del quotidiano come piccoli fastidiose inopportune sciocchezze, a cui non si può dare la giusta importanza e di cui non si deve fornire alcuna risposta precisa.

Chi siamo noi per pretendere, chi siamo noi per chiedere chiarimenti, chi per chiedere servizi, spazi pubblici, strade pulite e vigilate, chi in fondo se non coloro a cui la Costituzione delega il potere e che trasferiamo in virtù di un principio di rappresentanza a terzi.

Ma è qui il segreto ed è qui che si annida il bandolo della matassa, possiamo continuare a lamentarci perdendoci in una inutile e lenta litania o forse non è arrivato il momento di pretendere il rispetto dei nostri diritti esercitando le nostre facoltà ed adempiendo a pieno i nostri obblighi e doveri.

Perché qui dobbiamo chiarirci se la politica ha le sue colpe, noi non siamo esenti da responsabilità gravissime, siamo colpevoli di indifferenza e  soprattutto di aver pensato che con l’arte dell’arrangiarsi avremmo potuto tirare a campare a tempo indeterminato.

Siamo colpevoli di aver pensato che la soluzione fosse la raccomandazione, la 104, e la falsa invalidità, la visita medica a scrocco e l’evasione fiscale.

Siamo colpevoli tutte le volte che giriamo la testa d’altra parte dinanzi ad una ingiustizia o ad un disservizio, tutte le volte che vendiamo e svendiamo il nostro voto in cambio di un posto per i nostri figli.

Perché per cambiare una società si deve riscoprire il senso di comunità, ma soprattutto mettere in discussione tutte le nostre priorità, comprendere che non è l’IO al centro della nostra discussione, ma il NOI, e che soprattutto le opportunità, i sogni e le aspettative devono essere possibilità per tutti senza distinzione di appartenenza di classe o di censo.

Questa città si deve spogliare dalle logiche di casta, dalla cultura familiare e clientelare e scoprire il gusto della competenza, che è la chiave per la soluzione di tutti i mali.

Chi si assumerà per il futuro l’onere ed il peso di traghettare la città  fuori da questo mare di melma maleodorante di opportunismi e di poltrone, dovrà farlo  con coraggio e con la incoscienza di chi non si aspetta tornaconti personali, ma che è animato solo dalla voglia di realizzare il sogno di una generazione, quello di vedere piazze piene di gente, musica, bellezza ed arte., di vivere una città finalmente piena di cultura che sia di nuovo punto di riferimento di una comunità e di un Paese.

Oggi non è più il momento di rimanere dietro ad una finestra a guardare la neve che  imbianca la città.

“Come hai paura di sporcarti le mani. Ebbene, resta puro! A che cosa servirà e perché vieni tra noi? La purezza è un’idea da fachiri, da monaci. Voialtri, intellettuali, anarchici, borghesi, vi trovate la scusa per non fare nulla. Non fare nulla, restare immobili, stringere i gomiti al corpo, portare i guanti. Io, le mani, le ho sporche. Le ho affondate nella merda e nel sangue fino ai gomiti”. (Jean-Paul Sartre)


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