Perché accontentarsi di guardare una “semplice” trama oppure le vicende di un eroe qualunque, quando si può scoprire la storia delle storie? La serie che ti proponiamo di esplorare su Prime Video, creata e diretta da Dallas Jenkins, con protagonisti Jonathan Roumie ed Elizabeth Tabish, porta sullo schermo una visione nuova della vita di Gesù di Nazareth e del suo impatto su coloro che lo seguirono.
Prodotta da Chad Gundersen, Justin Tolley e Chris Juen, la serie invita lo spettatore a rileggere le figure del Nuovo Testamento come persone in carne e ossa, con dubbi, aspirazioni, ferite e speranze. The Chosen, ovvero “il prescelto”, porta sul piccolo schermo una narrazione corale, storica e intimamente umana.
La storia prende forma in un contesto storico ben definito: la Giudea del I secolo, sotto occupazione romana, tra villaggi, mercati, sinagoghe e coste del Mare di Galilea. Nell’incipit troviamo un gruppo di discepoli stanchi della propria condizione: pescatori, esattori delle tasse, scribi curiosi. Tra questi, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, Maria di Magdala. Quando Gesù entra nella loro vita, tutto cambia.
La regia di Jenkins rompe con l’impostazione “stellare” delle tradizionali rappresentazioni sacre e propone un Gesù che cammina tra la gente, che ride con i discepoli, che fatica, che si commuove. Accanto a lui, episodio dopo episodio, riconosceremo le figure note che lo accompagnano, da Maria Maddalena a Simon Pietro, dalla madre Maria a Giuda Iscariota.
Il meccanismo narrativo non è quello della semplice cronaca evangelica: gli sceneggiatori ampliano i retroscena dei personaggi, ne esplorano le motivazioni e mostrano come la loro vita venisse modellata dall’incontro con Gesù.
Questa serie è davvero un caso unico nel panorama delle produzioni televisive: partita come esperimento finanziato dal crowd-funding, ha raccolto oltre 100 milioni in donazioni, ed è arrivata ad un bacino di spettatori globale e a distribuzioni in varie piattaforme e paesi. Ad oggi conta 40 episodi divisi in cinque stagioni, ma il progetto finale ne prevede sette totali.
Jenkins ha voluto un approccio alla narrazione più centrato su vedere Gesù attraverso gli occhi di chi l’ha incontrato, in modo da renderlo più personale, intimo, immediato. Il risultato è un prodotto che, pur partendo da materiali evangelici, assume le forme di un grande affresco umano e spirituale: non solo miracoli e parabole, ma vite trasformate, domande radicali, relazioni che si incrinano e rinascite che sorprendono.
Per questo, la serie è capace di parlare anche a chi non è credente, perché la dimensione umana diventa il ponte.
Jonathan Roumie dà forma a un Gesù che non è solo figura divina ma uomo che vive, si relaziona, soffre e ama: il noto giornale People.com ha descritto la sua prova come capace di “essere contemporaneamente autorità silenziosa e amico che sorride”.
Elizabeth Tabish, invece, porta con sé una profondità spesso trascurata nelle rappresentazioni tradizionali: la sua Maddalena vive la liberazione, il dubbio, la fidelità e diventa ponte tra il passato e la speranza.
Per la natura del tema che ha scelto di trattare, The Chosen si confronta con grandi domande: che cosa significa essere chiamati? Qual è il prezzo della fede? Come reagiscono le comunità quando uno di loro osa sfidare l’ordine costituito? È una serie che non si limita a mostrare miracoli, ma mette in scena la trasformazione: delle vite, delle percezioni, delle relazioni tra maestro e allievo. In molti casi la vera “azione” è interna: la paura di non essere all’altezza, il terrore di perdere tutto, la speranza oltre ogni calcolo.
Per chi è in cerca di una serie che unisca senso spirituale e racconto umano, che proponga personaggi credibili con lotte interiori e momenti di grazia, allora The Chosen è assolutamente da iniziare. Non è solo un affresco liturgico: è un invito a guardare la vita di Gesù e dei suoi seguaci da un’angolazione che non avevamo forse considerato: quella dell’uomo e della donna che si trovano, smarriti, ad essere “scelti”.
Ogni puntata ci sfida a riflettere e lascia un’impronta anche dopo i titoli di coda: la serie chiede allo spettatore non di “credere di più” o “capire di più”, ma di sentire, di restare con i propri dubbi e, forse, di uscire un po’ diversi di come ci eravamo entrati.
Evitando risposte facili e puntando invece sulla complessità umana del racconto, mette al centro non tanto il miracolo compiuto, ma quello che può avvenire dentro chi sa interrogarsi dopo aver osservato.
