Ci sono film che chiedono allo spettatore di credere a troppe coincidenze, a troppi colpi bassi concentrati nello spazio di poche ore. Eppure, quando davanti alla macchina da presa c’è un’interprete capace di trasformare ogni eccesso in dolore credibile, anche una sceneggiatura irregolare può trovare una sua forza. È ciò che accade in Straw – Senza uscita, il thriller psicologico su Netflix diretto da Tyler Perry e sostenuto da una prova travolgente di Taraji P. Henson.
Uscito il 6 giugno 2025 e prodotto da Tyler Perry Studios per Netflix, il film può essere recuperato oggi con uno sguardo diverso rispetto ai giorni del debutto. Allora conquistò rapidamente il pubblico della piattaforma; nei mesi successivi ha continuato a dividere la critica, fino a ottenere nel febbraio 2026 il NAACP Image Award come miglior film televisivo, miniserie o speciale. Anche Taraji P. Henson è stata premiata per la sua interpretazione. Un riconoscimento che conferma quanto il vero motivo per vedere il film sia proprio lei.
La protagonista si chiama Janiyah Wiltkinson. È una madre sola, sottopagata, stanca e costretta a misurare ogni spesa. Ha una figlia da proteggere, un’abitazione che rischia di perdere e un lavoro in cui viene trattata come una presenza facilmente sostituibile. La sua giornata comincia male e continua peggio, attraverso una serie di contrattempi, umiliazioni e porte chiuse che finiranno per trascinarla dentro una situazione molto più grande di lei.
Raccontare altro significherebbe togliere efficacia a un film che costruisce gran parte della propria tensione sull’accumulo. Perry aggiunge una disgrazia dopo l’altra, quasi volesse verificare quanta pressione possa sopportare una persona prima di spezzarsi. Il titolo originale, “Straw”, richiama proprio l’ultima goccia, l’evento apparentemente insignificante che fa crollare un equilibrio già fragilissimo.
La regia non cerca eleganza né ambiguità. Procede per contrasti netti, alternando primi piani, concitazione e lunghi momenti di confronto verbale. La fotografia di Justyn Moro insiste su ambienti chiusi, luci fredde e spazi nei quali la protagonista appare continuamente intrappolata. La colonna sonora di Dara Taylor, invece, accompagna il progressivo deterioramento emotivo senza particolare discrezione, accentuando una componente melodrammatica che appartiene da sempre al cinema di Perry.
È anche il principale limite del film. La sceneggiatura somma povertà, problemi familiari, violenza, burocrazia e indifferenza sociale con una rapidità che, in alcuni passaggi, rischia di sembrare costruita appositamente per provocare la reazione dello spettatore. Perry non suggerisce: sottolinea. Non lascia molto spazio alle sfumature e utilizza alcuni personaggi come simboli di un sistema ingiusto, più che come figure davvero autonome.
Poi entra in gioco Taraji P. Henson e molte debolezze passano in secondo piano. L’attrice evita di trasformare Janiyah in una vittima passiva o in un’eroina convenzionale. Le lascia addosso la rabbia, la vergogna, la confusione e persino alcuni gesti difficili da condividere. Il suo volto cambia progressivamente, mentre la donna tenta di mantenere il controllo di una realtà che non risponde più alle normali regole.
Accanto a lei, Sherri Shepherd interpreta Nicole, responsabile di una banca coinvolta suo malgrado nell’escalation degli eventi. Il personaggio porta nella storia un’umanità meno urlata e crea con la protagonista alcuni dei momenti più sinceri del film. Teyana Taylor veste invece i panni della detective Kay Raymond, chiamata a gestire una situazione delicata senza ridurre la donna che ha davanti a un semplice bersaglio. Nel cast compaiono inoltre Glynn Turman, Sinbad, Rockmond Dunbar, Ashley Versher e Mike Merrill.
La critica internazionale ha reagito in maniera contrastante. Variety ha riconosciuto al film una certa rilevanza sociale, pur definendolo narrativamente disordinato. The Guardian ha apprezzato soprattutto l’interpretazione della protagonista, giudicando però semplicistica la maniera in cui Perry affronta razzismo, disagio mentale e condizione delle donne afroamericane. Più favorevole Entertainment Weekly, che ha premiato l’intensità delle interpretazioni e la capacità del racconto di coinvolgere emotivamente. The Washington Post ha evidenziato l’empatia verso le madri sole e le fasce sociali più esposte, senza nascondere le forzature dell’ultima parte.
Su IMDb, il film registra attualmente una valutazione di 6,5 su 10, mentre su Metacritic ha ottenuto 56 punti su 100, sulla base di un numero ancora limitato di recensioni professionali. Più difficile fissare un dato definitivo per Rotten Tomatoes, dove i punteggi possono cambiare con l’arrivo di nuovi giudizi. Nel complesso, la critica internazionale ha apprezzato soprattutto la prova di Taraji P. Henson, mostrando invece maggiori riserve sulla scrittura melodrammatica e sulle forzature narrative.
A distanza di oltre un anno dall’uscita, Straw – Senza uscita resta dunque un film imperfetto ma difficile da liquidare. Può irritare per la quantità di eventi tragici, per la retorica e per una svolta conclusiva apertamente divisiva. Tuttavia, su Netflix conserva una tensione autentica e pone una domanda che supera i limiti della sceneggiatura: quante volte una persona può chiedere aiuto senza essere ascoltata, prima di perdere completamente il controllo?
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